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Referendum giustizia, Gori: “Le ragioni di un no garantista”

L’europarlamentare democratico bergamasco esprime la propria posizione sulla consultazione referendaria del 22 e 23 marzo

“Nella campagna referendaria il tentativo di discutere del contenuto della riforma è stato bellamente travolto da una pressoché totale politicizzazione del confronto. La ragione per cui voterò no – cocciutamente restando nel merito della riforma – è sintetizzabile in poche righe”. Così l’europarlamentare democratico bergamasco Giorgio Gori esprime la propria posizione relativamente al referendum sulla giustizia che si terrà domenica 22 e lunedì 23 marzo.

Manca ormai poco allo svolgimento della consultazione popolare e il parlamentare europeo dem illustra la sua posizione attraverso una nota. “Alla (quasi) conclusione di una campagna referendaria in cui il tentativo di discutere del contenuto della riforma è stato bellamente travolto da una pressoché totale politicizzazione del confronto – si legge -, la ragione per cui voterò no – cocciutamente restando nel merito della riforma – è sintetizzabile in poche righe”.

Le motivazioni sono molteplici. Giorgio Gori specifica: “Il problema della giustizia italiana – aldilà della durata dei processi, della mancanza di personale, ecc. – risiede a mio avviso nell’eccessivo potere dei pubblici ministeri, più che nella promiscuità tra questi e i giudici. Da lì discendono l’eccessivo ricorso alla carcerazione preventiva, l’abnorme affollamento delle carceri, la relazione malata tra procure e mezzi d’informazione e varie altre storture. Ora, riguardo a questo problema – che a me pare ben più evidente e grave della presunta mancanza di terzietà della magistratura giudicante – la riforma Nordio non fa che aggravare la situazione. La separazione degli iter formativi, da un lato, e dall’altro la creazione di due CSM separati, di cui uno composto per due terzi da pubblici ministeri (quando oggi sono un terzo della rappresentanza togata in seno al CSM “comune”), fermo restando il “paravento” rappresentato dall’obbligatorietà dell’azione penale, rischia di accentuare la vocazione accusatoria, la discrezionalità e l’autoreferenzialità della categoria. Non è quello di cui ha bisogno la giustizia italiana. Credo poi contino le intenzioni con cui la riforma è stata varata. E non si tratta qui di ‘fare il processo’ alle medesime, ma di prendere nota di ciò che la presidente Meloni, il ministro Nordio ed altri autorevoli personaggi (la sua capo di gabinetto, per esempio) hanno pubblicamente detto nelle ultime settimane. Da lì infatti si evince una chiara determinazione a ‘tagliare le unghie’ ad una magistratura che non permetterebbe al governo di fare ciò che vuole, semplicemente perché osa applicare la legge. Lo so, è abbastanza paradossale che una riforma fatta per assicurare maggiore “libertà d’azione” all’esecutivo finisca per regalarla alle procure, ma tant’è. L’intenzione in questo caso rileva, e contribuisce a motivare il mio NO, con buona pace di tante ragionevoli osservazioni sul completamento del processo accusatorio che gli amici riformisti hanno sviluppato in queste settimane”.