Logo

Temi del giorno:

Femminicidi e violenza sulle donne, compito di tutti è promuovere una cultura del rispetto

Cinzia Mancadori, la responsabile dei Centri Antiviolenza Sirio Csf, riflette sul tema della violenza su donne e minori

Bergamo. A ogni femminicidio si torna a parlare della violenza sulle donne, come se questo problema esistesse solo in alcuni periodi o in particolari occasioni. Questa considerazione non vuole essere un ricordare l’inutilità di affrontare anche in modo abbastanza superficiale una tematica che avrebbe bisogno di essere approfondita, ma è dettata dalla necessità di ricordare a tutti e a tutte noi che abbiamo un compito quotidiano di promuovere prima di tutto una cultura del rispetto.

Il rispetto non riguarda la categoria specifica delle donne e/o dei minori, ma dovrebbe pervadere tutti i contesti pubblici e privati in cui viviamo: scuola, sport, lavoro, associazionismo, politica, istituzioni, ecc. In un rapporto di amore, di amicizia, di lavoro, di condivisone di spazi e di tempi, deve esserci libertà, rispetto e valorizzazione delle differenze.

Qualsiasi rapporto ha un inizio e può avere una fine, può avere momenti belli e brutti, può far sorridere o piangere, sono rapporti fatti di sì e di no, di pluralità, ma anche di individualità. Non è rinunciando alla propria libertà o inducendo/obbligando  l’altro/ l’altra a rinunciarvi che ci si può garantire il rispetto.

Questo concetto che può dirsi scontato o banale, è difficile ritrovarlo nella quotidianità. Sembra che la prevaricazione sia oggi l’unica modalità che abbiamo per affermarci, per esse riconosciuti/riconosciute dall’altro, di sentirci persone. Non sappiamo dire quali contesti siano maggiormente interessati dalla mancanza di rispetto come modalità relazione, sappiamo però dalla nostra esperienza, che nelle relazioni amorose, di coppia, genitoriali, la mancanza di rispetto è molto utilizzata per imporre il volere di una parte sull’altra.

É noto che per valore numerico questa prevaricazione interessa più gli uomini, che nel sottrarre la libertà all’altra, nel farla sentire indegna, sembrano trovare il loro spazio vitale, come se togliere la possibilità di vivere liberamente alla propria partener o ai propri figli è l’unico modo per affermarsi.

Abbiamo una società che questa modalità la tollera, anzi spesso la favorisce, invocando quella superiorità naturale dell’uomo sulla donna, riconoscendo al maschile il ruolo naturale della protezione della femmina (ritenuta non capace di autotutelarsi), anche con modalità violente e limitative; la protezione come valore superiore che può giustificare tutti i comportamenti.

Ma non solo. È nella convinzione che “l’uomo è cacciatore e la donna è preda” che si giustificano le violenze sessuali, se la donna è preda deve lasciarsi prendere, oppure deve sottrarsi per favorire l’istituto predatorio dell’uomo, ma non può ribellarsi. Alla fine deve per forza sottomettersi.

Pertanto, il vestirsi in modo “succinto”, il far intendere che ci si può “stare”, il non urlare un “no” deciso, ubriacarsi, uscire in orario serale, sono comportamenti che favoriscono lo stimolo predatorio dell’uomo e, pertanto, quando alla fine lo stesso impone un rapporto sessuale non possiamo chiamarla “violenza”.

Non possono le iniziative promosse solamente a novembre di contrasto alla violenza sulle donne e sui minori, seppur lodevoli e necessarie, favorire la diminuzione delle situazioni di violenza, è il ripensarsi come società che garantisce liberà, rispetto e parità di genere, l’unica strada possibile.


Cinzia Mancadori*

Responsabile Centri Antiviolenza Sirio Csf