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Vite perfette, realtà distorte: l’influenza psicologica dei social media sulla percezione di sé
Dottoressa Valeria Tessa Psicologa Clinica Psicoterapeuta

I social network possono alterare la percezione del sé creando realtà illusorie basate su immagini idealizzate e vite apparentemente perfette

Bergamo. Negli ultimi quindici anni i social media sono diventati uno dei principali contesti di costruzione dell’identità individuale e collettiva, rappresentando una realtà modificata e costruita attraverso immagini accurate in cui la percezione non coincide con il vero. Secondo la Dott.ssa Valeria Tessa, psicologa e psicoterapeuta del centro MindFit Clinic Bergamo, dal punto di vista psicologico questo processo favorisce un’iper-rappresentazione del positivo, (successo, bellezza, felicità, performance) e una rimozione sistematica della complessità, della fatica e del senso di fallimento. Il risultato è una realtà apparentemente coerente, ma profondamente lontana dall’esperienza quotidiana della maggior parte delle persone.

Identità digitale: l’effetto “vetrina” di un’immagine filtrata

I social network possono alterare la percezione del sé creando realtà illusorie basate su immagini idealizzate e vite apparentemente perfette. Piattaforme come Instagram, TikTok oppure Snapchat non rappresentano più soltanto strumenti di comunicazione, ma veri e propri palcoscenici sociali in cui l’immagine di sé viene curata e spesso trasformata. In questo contesto, la linea tra realtà e finzione diventa sempre più sottile. L’utente non osserva il mondo così com’è, bensì una sua versione filtrata, orientata a massimizzare attenzione, coinvolgimento e confronto sociale. L’identità digitale non coincide necessariamente con quella reale, ma ne rappresenta una versione semplificata, idealizzata o strategica: ciò che si è offline non corrisponde a ciò che si mostra online. Più l’immagine riceve consenso, più rafforza l’idea di essere adeguati, interessanti o “all’altezza”. Il filosofo francese Baudrillard sostiene che nella società contemporanea le rappresentazioni possono sostituire la realtà stessa, creando ciò che egli definisce “iperrealtà”: una dimensione in cui immagini e simboli diventano più influenti del reale. L’identità evolve e si costruisce nello sguardo dell’altro. Il rischio è che tale forma di finzione virtuale possa portare ad un senso di isolamento per non essere come gli altri, con un conseguente abbassamento e distorsione della propria autostima. La percezione distorta della realtà online può generare una pressione sociale circa il conformarsi agli standard di bellezza, successo e felicità che osserviamo, pubblicata sui profili altrui. Di conseguenza può indurre a mettere in atto comportamenti che non ci rappresentano, intraprendendo attività che si discostano dai nostri interessi solo per conformarci alla massa.

Il sociologo canadese Erving Goffman nel suo libro “The Presentation of Self in Everyday Life” (1956) descrive la vita sociale come una messa in scena teatrale. Secondo Goffman le persone costruiscono una “facciata” pubblica per controllare l’impressione che gli altri hanno di sé. Esiste una distinzione tra front stage (lo spazio pubblico dove ci mostriamo) e back stage (la dimensione privata e autentica). Nei social network questa dinamica è amplificata in quanto il profilo diventa il palcoscenico permanente dove l’individuo costruisce una versione idealizzata di un sé performativo, orientato allo sguardo dell’altro e al feedback immediato.

A caccia di like: confronto sociale e distorsione percettiva

Per molti giovani, e non solo, il profilo social è una sorta di vetrina personale: foto, video e storie non sono semplici momenti condivisi, ma frammenti accuratamente scelti per costruire un’immagine desiderabile più interessante, più felice, più attraente: filtri, editing delle immagini e selezione dei momenti migliori contribuiscono a creare una narrazione idealizzata della propria vita. Il confronto continuo con vite apparentemente perfette può generare sentimenti di inadeguatezza, frustrazione e la percezione di non essere abbastanza interessanti, belli o realizzati. Le difficoltà quotidiane, le insicurezze e i momenti di vulnerabilità tendono a rimanere fuori dalla scena digitale, lasciando spazio a una rappresentazione parziale e spesso irrealistica dell’esperienza personale. Questo processo non nasce necessariamente da un intento manipolativo, piuttosto esso risponde a un bisogno profondamente umano: essere riconosciuti, approvati e accettati. I social funzionano attraverso sistemi di feedback immediato: like, visualizzazioni, commenti e condivisioni. Questi segnali di approvazione sociale possono diventare potenti rinforzi psicologici, soprattutto in età adolescenziale e nella prima giovinezza, fasi della vita in cui l’identità è ancora in formazione e ricerca conferme dall’esterno. Uno dei meccanismi centrali è il confronto sociale. Gli individui tendono a paragonarsi a versioni idealizzate degli altri, interiorizzando standard irrealistici di vita, corpo, relazioni e realizzazione personale. Questo confronto, reiterato e continuo, può generare:

  • Percezioni di inadeguatezza cronica;
  • Abbassamento dell’autostima;
  • Sentimenti di fallimento e vergogna;
  • Vissuti depressivi e ansiosi.

Dal punto di vista cognitivo si osserva una vera e propria distorsione percettiva: ciò che è statisticamente raro viene vissuto come normativo, mentre l’esperienza ordinaria viene percepita come insufficiente o “sbagliata”. Accanto alla costruzione della propria immagine, i social ci espongono costantemente alle immagini degli altri: scorrendo i feed, si incontrano corpi perfetti, successi professionali precoci, relazioni felici, viaggi spettacolari. Anche in questo caso, si tratta spesso di momenti selezionati, non della totalità della vita reale. Tuttavia, la mente umana tende a interpretare queste immagini come rappresentazioni autentiche della normalità. Il risultato è un confronto sociale permanente: la propria quotidianità, con tutte le sue imperfezioni, viene paragonata a versioni idealizzate della vita altrui.

Realtà vs finzione una linea sottile

Lo psicanalista Carl Gustav Jung, nella raccolta di saggi scritti tra 1934 e 1955, tratta in modo più diretto l’influenza dell’inconscio collettivo sulla psiche individuale e sulla dimensione sociale. Secondo un’ottica Junghiana, l’uomo moderno costruisce nuove piazze virtuali dove espone il proprio volto alla moltitudine. In questi luoghi invisibili egli non mostra il sé autentico, ma rafforza la propria persona, la maschera sociale che desidera sia riconosciuta dalla collettività. L’inconscio collettivo non rimane sullo sfondo: diventa la forza che plasma l’identità del singolo. Più l’uomo cerca conferma nello sguardo della massa, più rischia di allontanarsi dal proprio centro interiore. Tra i principali processi psicosociali che contribuiscono alla costruzione di una realtà percepita e non necessariamente corrispondente al reale, possiamo individuare:

  • Idealizzazione della vita: gli utenti mostrano solo momenti positivi, successi e “belle vite”, omettendo le difficoltà quotidiane;
  • Alterazione dell’immagine corporea: l’uso di filtri e fotoritocchi crea standard estetici irrealistici che portano a insoddisfazione e, nei casi più gravi, a disturbi del comportamento alimentare;
  • Falsa rappresentazione del sé: pratiche come la modifica dell’età, dei luoghi o delle esperienze lavorative sono comuni per aumentare la propria approvazione sociale;
  • Dispercezione: si verifica una derealizzazione, dove la percezione soggettiva si distacca dagli stimoli esterni reali, influenzando le interazioni sociali. L’esposizione prolungata a contenuti filtrati e idealizzati può generare una forma di distacco tra percezione soggettiva e realtà concreta.

Come i filtri social possono influire sulla salute mentale e il senso di inadeguatezza?

L’incremento di piattaforme basate sull’immagine ha favorito l’uso di filtri e fotoritocco, strumenti che, anche se creativi, rischiano di confondere realtà e immagine. I filtri sono diventati strumenti che modellano i volti. I filtri possono esacerbare le insicurezze preesistenti, creando un circolo vizioso in cui gli individui si sentono più sicuri online ma sempre più insoddisfatti offline. Questo divario tra l’immagine di sé virtuale e quella del mondo reale può portare a livelli più elevati di ansia, depressione e bassa autostima. Le ricerche continuano a evidenziare una correlazione positiva tra l’uso dei social media e l’insoddisfazione per il proprio corpo, e che tale fenomeno è collegato a numerosi disturbi di salute mentale, tra cui:

  • Ansia: legata al confronto constante con standard estetici artificiali e alla paura del giudizio altrui;
  • Depressione: derivante da una bassa autostima e dal senso di inadeguatezza rispetto alle immagini idealizzate viste online;
  • Disturbi dell’immagine corporea: percezione distorta del proprio aspetto fisico, spesso aggravata dalla manipolazione continua delle proprie foto tramite filtri;
  • Disturbi alimentari: come anoressia e bulimia, che possono insorgere nel tentativo di modificare il proprio corpo per aderire a canoni estetici socialmente imposti;
  • Esercizio fisico eccessivo: utilizzato come mezzo per controllare l’aspetto corporeo, spesso in modo ossessivo e non salutare;
  • Isolamento sociale: dovuto al disagio provato nell’esporsi alla vita reale senza i “filtri” virtuali.

Rispetto a quest’ultimo punto, la solitudine può avere un impatto sulla nostra salute mentale, poiché perdiamo il supporto sociale di cui abbiamo bisogno. La paura di non essere sicuri che qualcuno ci stia leggendo o ascoltando, provoca in noi una sensazione di solitudine, ci sentiamo abbandonati, senza identità e esclusi dalla vita sociale che ci circonda. Secondo Sherry Turkle, psicologa e sociologa americana, i social non soddisfano un bisogno di socialità, ma la necessità di conoscere qualcuno in modo “controllato”. Al giorno d‘oggi il controllo ha assunto grande importanza in quanto tendiamo a presentarci sulle piattaforme esattamente come vorremo essere visti, correggendo e modificando il nostro viso o ritoccando la nostra voce. Questo non permette però la creazione di legami e relazioni solide e veritiere in quanto di sociale non è ormai rimasto più nulla. La Fomo, dall’inglese “fear of missing out”, significa letteralmente “paura di essere tagliati fuori”. Il termine fu coniato dall’imprenditore e studioso americano Patrick McGinnis il quale nel suo libro “Fomo sapiens”, lo definisce come “lo stato d’ansia provocato dalla percezione, spesso acuita da social network. È la pressione sociale derivante dalla consapevolezza che resteremo tagliati fuori o esclusi da un’esperienza collettiva positiva o memorabile”. La Fomo in psicologia può essere definita come una nuova forma di ansia, depressione e stress, provocata dall’utilizzo massiccio delle piattaforme, tanto che può essere chiamata “digital Fomo”. Ogni momento, dall’ordinario all’eccezionale, viene condiviso con il mondo. Eppure, mentre siamo spettatori di questa costante rappresentazione, siamo guidati da una sorta di paura di non essere presenti in un momento importante o di non essere aggiornati su ciò che accade, che diventa un motore che spinge l’individuo a scrollare senza fine, cercando compulsivamente di rimanere in sintonia. Il digitale ha così guadagnato spazio nelle nostre vite con grande rapidità, usiamo i social per cercare informazioni, per risolvere problemi, per fare delle scelte, per muoverci più liberamente all’interno della società, allargando i nostri orizzonti e annullando le distanze. Inoltre al giorno d’oggi sappiamo esattamente tutto sempre! Possiamo diffondere pensieri, riflessioni, condividere foto e video in tempo reale, che possono raggiungere qualunque luogo o persona.

Conseguenze psicologiche e implicazioni cliniche per una sana psico-educazione

L’uso eccessivo e acritico di queste piattaforme è associato a diverse problematiche:

  • Dipendenza Digitale: il bisogno costante di “connessione” e il sistema di ricompensa basato sui “like” possono creare meccanismi simili a quelli del gioco d’azzardo;
  • Dissociazione e Distacco: studi recenti evidenziano un legame tra l’uso compulsivo dei social e la dissociazione corporea, ovvero un senso di distacco dal proprio corpo e dalla realtà circostante;
  • Isolamento Sociale: paradossalmente, essere “sempre connessi” può portare a un isolamento reale, compromettendo la qualità delle relazioni faccia a faccia.

Comprendere i meccanismi psicologici sottostanti è fondamentale per prevenire il disagio e promuovere una maggiore consapevolezza critica. In un’epoca di realtà mediate, il compito della psicologia e della psicoterapia diventa anche quello di restituire profondità, complessità e verità all’esperienza umana. Numerosi studi psicologici evidenziano come l’uso intensivo dei social possa essere associato a diverse forme di disagio emotivo nei giovani, tra cui:

  • Diminuzione dell’autostima;
  • Aumento dell’ansia sociale;
  • Maggiore insoddisfazione corporea;
  • Dipendenza dal giudizio degli altri.

Non sono i social in sé a essere necessariamente problematici, ma il modo in cui vengono utilizzati e il significato psicologico che assumono nella costruzione dell’identità personale. In ambito psicoterapeutico, queste dinamiche si manifestano sempre più frequentemente attraverso:

  • Difficoltà nella regolazione emotiva;
  • Aumento della sintomatologia ansioso-depressiva;
  • Disturbi dell’immagine corporea;
  • Dipendenza da validazione esterna;
  • Crisi identitarie e relazionali.

Il lavoro clinico richiede quindi una psicoeducazione sulla natura non realistica dei social, aiutando il paziente a distinguere tra esperienza vissuta e rappresentazione mediatica, a ricostruire un rapporto più autentico con la propria realtà interna ed esterna.

5 consigli per rinforzare l’autostima e proteggersi dai social

Fondamentale è prendersi cura della nostra autostima. Di seguito alcuni consigli:

  1. Limitare il tempo di esposizione online: Ridurre le ore trascorse online per ristabilire un equilibrio con la vita offline, utilizzando timer e limiti di tempo per lo schermo, disattivare le notifiche, tenere il telefono fuori dalla camera da letto per riconnettersi alla realtà;

  2. Aumentare la consapevolezza sull’utilizzo dei filtri: Essere informati su come funzionano i filtri e sul loro impatto psicologico aiuta a distinguere le immagini ritoccate dalla realtà, promuovendo una visione più realistica e sana del corpo;

  3. Incoraggiare l’accettazione di sé: Strategie come riconoscere i propri punti di forza, usare frasi gentili verso sé stessi (“vado bene così come sono”) e praticare la mindfulness con esercizi di respirazione o scrittura;

  4. Selezionare un feed social sano: seguire contenuti positivi e realistici può modificare ciò che vediamo quotidianamente. Utilizzare i social per raggiungere obiettivi personali o professionali, evitando la navigazione passiva “ipnotica”;

  5. Cercare supporto e sviluppare senso critico: parlare con amici fidati, unirsi a gruppi di supporto o rivolgersi a uno psicologo può fare la differenza nel costruire un’immagine di sé più solida. Ricordare che ciò che vediamo è spesso una costruzione artificiale e non la realtà integrale.

Riscoprire il valore dell’offline alla ricerca dell’autenticità

Diventa essenziale ricercare un equilibrio tra dimensione online e dimensione offline, e rendersi consapevoli nel riconoscere che ciò che appare non rappresenta necessariamente la realtà. I social media non dovrebbero sostituire la ricchezza delle relazioni dirette e delle esperienze reali. Fondamentale è sviluppare una maggiore consapevolezza critica rispetto ai contenuti che incontriamo, riducendo il confronto costante con gli altri e orientando l’attenzione verso il proprio percorso personale di benessere. Confrontarsi continuamente con profili idealizzati rischia di alimentare aspettative irrealistiche e percezioni distorte di sé e della propria vita. Un atteggiamento più sano consiste nel riportare il confronto su un piano più autentico: quello con i propri valori, i propri desideri e i propri obiettivi in modo che l’identità non dipenda esclusivamente dal riconoscimento esterno. Coltivare legami autentici, dedicare tempo alla presenza nel mondo reale e mantenere uno sguardo critico verso le rappresentazioni digitali permette di preservare un senso di autenticità e di orientarsi verso una forma più profonda e duratura di soddisfazione e felicità.


Dottoressa Valeria Tessa
Psicologa Clinica Psicoterapeuta


Bibliografia

  • Baudrillard, Jean (1981). Simulacra and Simulation. Paris: Éditions Galilée;
  • Goffman, Erving (1956). The Presentation of Self in Everyday Life. Edinburgh: University of Edinburgh Social Sciences Research Centre;
  • Haidt, Jonathan (2024). Anxious Generation. New York: Penguin Press;
  • Jung, Carl (1959). The Archetypes and the Collective Unconscious. Princeton: Princeton University Press;
  • Turkle, Sherry (2011). Alone Together. New York: Basic Books.