Omicidio di via Tiraboschi, respinto l’ergastolo per Sadate Djiram: condannato a 20 anni e due mesi
“Ritengo che la Corte d’Assise abbia applicato il diritto e riconosciuto l’insussistenza delle aggravanti che questa difesa ha cercato di togliere. Siamo parzialmente soddisfatti”. Questo il commento a caldo post udienza del legale dell’imputato, l’avvocata Veronica Foglia
Bergamo. La Corte d’Assise ha condannato a 20 anni e due mesi Djiram Sadate, per l’omicidio di Mamadi Tunkara, 36enne del Gambia, ucciso sotto i portici di via Tiraboschi il 3 gennaio 2025. Quindi niente ergastolo, come era stato richiesto durante la requisitoria del 12 febbraio scorso dalla pm Silvia Marchina. La Corte ha definito Sadate colpevole del reato commesso, ma sono state escluse le aggravanti di premeditazione e futili motivi.
“Ritengo che la Corte d’Assise abbia applicato il diritto e riconosciuto l’insussistenza delle aggravanti che questa difesa ha cercato di togliere. Siamo parzialmente soddisfatti”. Questo il commento a caldo post udienza del legale dell’imputato, l’avvocata Veronica Foglia.

La cronaca dell’udienza del 18 marzo
A differenza di tutte le altre udienze svolte, oggi non era presente in aula il fratello della vittima (c’era invece il suo legale, l’avvocata Martina Catale), Aliou Tunkara. Era invece presente in aula un amico della vittima.
Come nella requisitoria dello scorso 12 febbraio, anche durante il confronto di mercoledì mattina in Aula in attesa della decisione finale la pm Silvia Marchina ha ribadito nuovamente la richiesta della massima pena, parlando di un delitto maturato “in un contesto di gelosia ossessiva e immaginaria, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi”.
Uno dei punti centrali è stato il presunto “buco temporale” di 12 minuti sollevato dalla difesa. Secondo la pm, tuttavia, l’incontro tra vittima e imputato sarebbe durato non più di un minuto, tra le 15:18 e le 15:19. Pochi secondi dopo, Djiram sarebbe già stato ripreso dalle telecamere mentre fuggiva lungo via Ghislanzoni. “Se così è stato – ha dichiarato la pm Marchina – ben poco dialogo ci può essere stato tra la vittima e l’imputato”.
Sempre secondo l’accusa, Tunkara, una volta intercettato dall’imputato, non avrebbe avuto possibilità di sottrarsi all’aggressione: sarebbe stato braccato e avrebbe tentato di difendersi utilizzando la catena della bicicletta su cui viaggiava, “venendo immediatamente scaraventato dalla bicicletta”.
La Procura ha sostenuto anche il dolo della premeditazione. La sera precedente, il 2 gennaio, Djiram si sarebbe recato nell’abitazione dell’ex fidanzata utilizzando un doppione di chiavi, trovando una valigia che lo avrebbe convinto della presenza o del coinvolgimento della vittima, da tempo sospettata di avere una relazione con la donna.
Il giorno successivo, secondo la ricostruzione accusatoria, l’imputato avrebbe avuto tutto il tempo per riflettere su quanto stava per compiere: al mattino avrebbe acquistato il coltello in un negozio e, successivamente, si sarebbe recato una prima volta al Carrefour senza trovare Tunkara, non ancora in turno. “E qui in lui poteva sorgere un interrogativo nella sua mente: ‘quello che sto facendo è corretto?’. E invece lui è andato avanti”, ha sottolineato la pm.
Di diverso avviso la difesa, rappresentata dall’avvocata Veronica Foglia, che ha escluso la premeditazione: “Dagli elementi emersi dall’indagine, non definirei l’evento un agguato”. Sul punto ha aggiunto: “Quando Sadate ha incontrato la vittima, era ben consapevole di avere con sé un coltello. E allora perché non usarlo subito se fosse stato premeditato, evitando la reazione di Mamadi? Perché non agire a colpo sicuro?”.
La difesa ha quindi chiesto la pena minima per l’imputato, sottolineando come la confessione immediata “non fosse scontata” e ricordando che Djiram “abbia chiesto scusa pubblicamente in aula in una delle udienze precedenti”. Inoltre, è stato richiamato il parere dello psichiatra, il dottor Bizza, che avrebbe rilevato nell’imputato “un sincero pentimento”.
LA VICENDA
Il 3 gennaio 2025, poco dopo le 16, Mamadi Tunkara, 36 anni, originario del Gambia, viene ucciso a coltellate sotto i portici di via Tiraboschi, nel cuore di Bergamo. Lavorava come addetto alla sicurezza per l’agenzia Top Secret al Carrefour del civico 53. Stava raggiungendo il supermercato per l’inizio del turno quando è stato aggredito con un coltello da cucina di 30 centimetri. L’assassino è fuggito di corsa lungo via Ghislanzoni, inseguito da un passante che gli urlava di fermarsi. Il presunto omicida, Sadate Djiram, 28 anni, è stato bloccato poche ore dopo a Ponte Chiasso, al confine con la Svizzera. Durante la fuga aveva perso lo zaino con i documenti. Quando è stato fermato, indossava ancora i vestiti sporchi di sangue.
La richiesta di ergastolo
Per la pm Silvia Marchina, che rappresenta la Procura di Bergamo, si è trattato di un omicidio premeditato, scaturito da una gelosia ossessiva e immaginaria, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi. La magistrata, al termine della requisitoria dello scorso 12 febbraio, ha chiesto per Djiram l’ergastolo, parlando di “un lucido disegno di vendetta”.
Le immagini delle telecamere ricostruiscono i movimenti dell’imputato: alle 9.45 entra in un negozio, osserva gli scaffali e poco dopo acquista un coltello; si reca quindi al Carrefour, dove però non trova Tunkara. Nel pomeriggio torna in zona e, quando la vittima arriva per il turno, lo affronta sotto i portici. Alle 16.20 un sistema di videosorveglianza lo riprende mentre si allontana lungo via Ghislanzoni. Per la Procura, l’acquisto dell’arma, i sopralluoghi e il ritorno nel pomeriggio delineano una pianificazione minuziosa, incompatibile con un gesto d’impeto.
La pm ha ricordato anche un fatto precedente, denunciato dall’ex compagna di Djiram: il 18 dicembre lui avrebbe preteso un rapporto sessuale nonostante il rifiuto della donna, che poi raccontò di aver dormito con la luce accesa per la paura. Un comportamento, per l’accusa, che dimostra una volontà di controllo e possesso e rafforza il movente della gelosia. A rappresentare la famiglia della vittima è l’avvocata Martina Catale, legale del fratello di Mamadi, Aliou Tunkara, presente a tutte le udienze.
La linea della difesa
Di segno opposto la ricostruzione della difesa, affidata agli avvocatiRiccardo Bellini e Veronica Foglia. Secondo i legali, Sadate Djiram era in una fase di profonda crisi personale, travolto dalla fine della relazione con la compagna, dalla quale traeva stabilità affettiva e un equilibrio economico e sociale. Proprio grazie a lei aveva ripreso a studiare per ottenere la licenza media, con l’obiettivo di trasferirsi un giorno in Germania e diventare medico.
Quando ha creduto che Tunkara avesse una relazione con la donna, Djiram avrebbe voluto solo chiarire. Durante l’incontro, secondo la sua versione, la vittima lo avrebbe però colpito con la catena della bicicletta e un lucchetto, ferendolo alla testa (una lesione poi riscontrata dai medici del carcere). Sul lucchetto sarebbe stato trovato anche materiale pilifero compatibile con i suoi capelli. Solo dopo quei colpi, “in uno stato di confusione totale”, Djiram avrebbe estratto il coltello.
Per la difesa, la premeditazione non sussiste. Djiram non conosceva con precisione gli orari di Tunkara, aveva tentato due volte di incontrarlo senza riuscirci e ha agito in pieno giorno, in una strada centrale e affollata. Anche la fuga verso la Svizzera, improvvisata, senza documenti né un piano, sarebbe la prova di un gesto dettato dal panico, non dalla lucidità.
L’acquisto del coltello, pur ammesso, viene spiegato come una scelta istintiva, maturata in un momento di turbamento emotivo, non come parte di un disegno criminale. La difesa ha quindi chiesto di escludere le aggravanti e, in subordine, di riconoscere le attenuanti generiche, descrivendolo come un uomo fragile, incensurato e pentito.





