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Dalla Chiesa: “Combattere la mafia con nuovi metodi, educando i giovani”

Il presidente onorario di Libera, che nella serata del 18 marzo sarà ospite della rassegna “Fili de Tempo” a Terno d’Isola, richiama alla necessità di una lotta culturale e costante contro i sistemi mafiosi. E sul referendum della Giustizia: “Un attacco così scriteriato alla magistratura non può che favorire la mafia”

Insegna da sempre come combattere la mafia senza salire in cattedra. E così farà anche nella serata di mercoledì 18 marzo a Terno d’Isola, per il quarto appuntamento della rassegna culturale itinerante a carattere storico “Fili del tempo”. Il professore Nando Dalla Chiesa, che ha preso il testimone dal padre, il generale Carlo Alberto, ucciso nel 1982 nella strage di via Carini a Palermo – dove persero la vita anche la moglie e un agente di scorta – sarà protagonista di un incontro dedicato al rapporto, spesso teso e sotterraneo, tra Stato e criminalità organizzata.

Al teatro dell’oratorio San Giovanni Bosco, Dalla Chiesa, insieme alla ricercatrice Federica Cabras, dibatterà su un tema che ha segnato profondamente la storia della Repubblica. E lo farà a pochi giorni dal 21 marzo, quando si celebrerà la “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

Presidente onorario di Libera, una rete di associazioni impegnata contro la mafia e la criminalità, Dalla Chiesa è consapevole di quanto costruito e realizzato nella sua vita per combattere il sistema mafioso. Senza paura. Lo ha fatto trasmettendo il coraggio all’altro. A cominciare dai giovani, ai quali, come professore, ha sempre cercato di infondere conoscenze e sensibilizzazione su un tema che ha cambiato l’Italia in molte delle sue sfaccettature.

Professore Dalla Chiesa, partendo dal suo rapporto personale con la lotta alla mafia, che impronta ha cercato di dare, nel corso della sua vita, a questo impegno?

Ho cercato di dare un’impronta di continuità, di uscire dall’episodicità e di lavorare molto sul piano culturale. Mi rendo conto di quanto sia importante tutto ciò, pur non facendo il magistrato o l’ufficiale dei carabinieri. Ho cercato sempre di fare del mio meglio: dapprima sensibilizzando e incoraggiando incontri su questo tema come professore a sociologia economica e successivamente con sociologia della criminalità ho aperto un nuovo percorso di studi, cercando di renderlo il più efficace possibile rispetto al tema.

Dopo la morte di suo padre, avvenuta nel 1982, come si è evoluto il rapporto tra lo Stato e la mafia?

Lo Stato ha fatto passi da gigante con il Maxiprocesso (contro Cosa nostra, tra il 1986 e il 1992, ndr), ma ogni volta questi passi incontrano un riflusso. Dipende dal fatto che certi interessi persistono, resistono e cercano di non scomparire, trovando complicità in tutti i governi e in alcune pubbliche amministrazioni. È uno scenario che si è ripetuto molto negli anni, sia dal punto di vista delle leggi sia rispetto a ciò che viene dichiarato. Non c’è ancora abbastanza memoria di quello che è successo: si sanno più cose, ma non quanto sarebbe necessario. Si prendono certi impegni, ma servirebbe fare molto di più. Occorrono quindi volontà e qualità sempre maggiori.

In che modo si può fare di più?
Serve un lavoro continuo. Molto dipende dalla nostra perseveranza e dalla nostra intelligenza.

Oggi, guardando a un orizzonte più ampio – europeo e mondiale – possiamo considerare la mafia anche come un’organizzazione internazionale?

È a tutti gli effetti un’organizzazione internazionale. In realtà troviamo più organizzazioni internazionali al suo interno: ne sono un esempio Cosa nostra, la ’ndrangheta e altre organizzazioni straniere. Sono a pieno titolo organizzazioni internazionali, con strategie che noi spesso sottovalutiamo. Questo perché non le conosciamo a fondo. C’è una presunzione di conoscenza del fenomeno mafioso, come di quello nazionale. Non c’è argomento di cui si parli tanto a “vanvera” quanto della mafia.

Lei ha spesso parlato del rapporto tra Stato e mafia come di qualcosa di teso e sotterraneo. Quanto è teso e quanto è sotterraneo, oggi?

Oggi è costretto a essere più sotterraneo. Bisogna capirlo dai comportamenti pubblici. Nessuno di noi vuole aiutarla, la mafia, ma un attacco così scriteriato alla magistratura (riferendosi al referendum sulla Giustizia in programma il 22-23 marzo) non può che favorirla. Questo attacco, è un fatto da valutare con la massima responsabilità, perché porta la gente a vedere nella magistratura il male, creando così una convergenza tra società legale e illegale.

Quali scenari si aprirebbero per la lotta alla mafia se dovesse prevalere il “sì”? E quali per il “no”?

Il primo problema sarà la fiducia che i cittadini hanno nella magistratura, qualsiasi sarà il risultato. È la questione principale, l’unica davvero decisiva. Bisognerà poi prendere in carico e valutare le macerie che avrà provocato questa campagna elettorale.

Quanto la politica, con certi provvedimenti, rischia di strizzare l’occhio alla mafia?

Lo fa con quello che dice, e poi con il fatto di essere molto sensibili al tema di rendere meno tracciabile il denaro e meno controllabili gli appalti. Spesso vengono prese iniziative che rendono più facile il riciclaggio. Se invece venisse dedicata più attenzione strategica alle forze dell’ordine e alla magistratura, anche in termini di personale, ci sarebbe una maggiore capacità di contrasto.

Siamo cresciuti conoscendo figure come Totò Riina e Matteo Messina Denaro. Oggi non c’è più “il boss dei boss” come punto di riferimento?

Il “boss dei boss” non c’è mai stato. C’è stato qualcuno che ha comandato più di altri, come appunto Riina e Messina Denaro, ma non è mai esistita una figura che stesse al di sopra di tutti. È stata un’esagerazione di un fenomeno reale. Del resto, se ci fosse stato un capo supremo, non avrebbero tradito Riina come avvenne nel 1993, quando fu arrestato (15 gennaio 1993, ndr).

Lei è presidente onorario di Libera. Come associazione, in cosa pensate di essere riusciti a cambiare, per quanto possibile, nel mondo dell’antimafia?
Il mondo dell’antimafia è cambiato, sia per estensione che per espressione. È più presente nelle università, nell’arte, nella cultura. Mi ricordo un tempo in cui non riuscivamo nemmeno a trovare spazio per un film o in televisione. Oggi possiamo contare su una partecipazione e un’attenzione molto più ampie.

Tra pochi giorni sarà il 21 marzo, la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. A che punto siamo, secondo lei, con l’educazione civica e la sensibilizzazione, soprattutto tra i giovani?

Molto viene fatto, ma bisogna studiare come farlo meglio. Bisogna migliorare i modelli di educazione e non cadere nel rischio dell’esibizionismo o delle scorciatoie per ottenere risultati. È necessario coltivare i propri valori e farli funzionare in profondità. Bisogna riprendere e rivalutare le modalità con cui trasmettere tutto questo ai giovani, senza ripetere tutto solo in modo retorico. Non si può costruire l’educazione civica solo tramite i familiari delle vittime, con il massimo rispetto per loro: bisogna variare e approfondire gli approcci.