Carnevali: “Il Covid ci ha sottratto all’illusione di invulnerabilità”
La sindaca di Bergamo, Elena Carnevali: “Il Covid-19 ci ha mostrato un mondo fragile, esposto a malattie e sconvolgimenti”
In occasione della Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime della pandemia di coronavirus, mercoledì 18 marzo 2026, la Sindaca di Bergamo Elena Carnevali è intervenuta con questo discorso che pubblichiamo integralmente.
Gentili ospiti, saluto e ringrazio tutti per la presenza e per aver accettato l’invito.
La conclusione del Giubileo della Speranza lascia in eredità la consapevolezza che la speranza non è un’utopia, ma una virtù, teologale e umana, generativa, capace di guidare le persone nel quotidiano, e noi siamo tuttora chiamati ad alimentare questa virtù.
Grazie a tutte le autorità civili, militari e religiose, alle Forze dell’Ordine, ai professionisti della sanità, ai tanti Sindaci presenti, agli Alpini e a tutte le associazioni, a cittadine e cittadini. Il 18 marzo, Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime della pandemia di coronavirus, concretizza innanzitutto la necessità di “fare memoria”, affinché quel doloroso e drammatico periodo si trasformi sempre più in responsabilità collettiva e vicinanza per quanti abbiamo perduto.
Le iniziative promosse dalla città – la preghiera interreligiosa, la mostra fotografica Primavera, le testimonianze raccolte nel podcast La memoria è oggi, i momenti musicali –, i luoghi delle cerimonie – il Cimitero monumentale, il Bosco della Memoria – sono momenti e spazi di raccoglimento e di comunità, dove custodire il ricordo delle persone scomparse e intrecciarlo con la vita che continua. Il Covid-19, da emergenza sanitaria, fu un “fatto sociale totale”: un fenomeno che ha inciso profondamente e in modo pervasivo su ogni aspetto della vita – economico, sociale, psicologico, relazionale. Ha messo in luce l’esigenza di aggiornare la pianificazione strategica sanitaria, di rafforzare la medicina preventiva, la sanità territoriale e l’integrazione tra ospedali e territori, il valore fondamentale delle professioni sanitarie, della ricerca scientifica e tecnologica.
A sei anni della diffusione della pandemia, quale lezione possiamo ancora trarre? Il rischio pandemico non appartiene al passato.
È necessario mantenere alta l’attenzione su un tema che la comunità scientifica ci indica con sempre maggiore urgenza: il rapido diffondersi di altre malattie infettive e le loro conseguenze impongono di organizzare i sistemi sanitari per rispondere efficacemente, garantendo la disponibilità di riserve strategiche e definendo i livelli di allerta. Se la scienza è al servizio della sanità, e la sanità è al servizio dell’essere umano, allora serve irrobustire il servizio sanitario pubblico, per tutelare “la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” come sancito dalla Costituzione. Dobbiamo valorizzare adeguatamente la risorsa primaria, le competenze umane, che non per caso definiamo la “spina dorsale” del nostro Sistema Sanitario Nazionale, perché senza i professionisti della salute, il sistema sanitario rischia di infragilirsi ed il suo ripiegamento.
Il settore sanitario è in continua evoluzione, influenzato dai progressi della ricerca di base e medico-clinica, dal settore Health Care trainato dalle innovazioni tecnologiche, la telemedicina, l’applicazione della genetica, da un crescente focus sulla medicina di precisione, personalizzazione delle cure e farmacogenetica che stanno trasformando in modo radicale i servizi sanitari. Bergamo e l’ASST sono nel centro di questa evoluzione, operando nell’investire nei presidi territoriali, attraverso l’attivazione delle tre Case di Comunità e gli ospedali di comunità, la collaborazione con i Medici di Medicina Generale e con modelli organizzativi per garantire integrazione sociale, continuità assistenziale, cura e assistenza.
La decisione di finanziare la realizzazione dell’ottava torre dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII dedicata alle patologie oncoematologiche rappresenta un grande traguardo: non solo un ampliamento strutturale, ma una scelta strategica che guarda ai bisogni emergenti dei pazienti, ai progressi della ricerca e alla volontà di rendere sempre più funzionale, accogliente, efficace il percorso di cura.
Quello del Covid è stato un periodo buio, di incertezze, paure. L’isolamento e la digitalizzazione forzata dei rapporti, cruciale per la salvaguardia della salute delle comunità, hanno impattato sulla dimensione individuale e relazionale, soprattutto dei nostri giovani e giovanissimi, in un momento di transizione della vita in cui si è chiamati a realizzarsi come persone.
Sono loro i più esposti: prima la pandemia e le sue conseguenze, e oggi la percezione di instabilità, tensioni, guerre alimentano disagio psicologico e disturbi mentali che, infatti, colpiscono un adolescente su sette a livello globale.
Se c’è un altro lascito, penso che possiamo ascriverlo soprattutto al riscoprire l’importanza, l’essenzialità delle relazioni umane e di cura reciproca come antidoto ai timori esistenziali. A Bergamo, la reazione è stata da subito tenace e coraggiosa. La città ha risposto con forza, solidità, generosità, solidarietà: i pilastri della natura dei bergamaschi. Lo abbiamo visto negli ospedali, dove la stanchezza, la fatica e lo smarrimento sono stati affrontati con spirito di sacrificio e abnegazione inimmaginabili, e nella costruzione, in soli dieci giorni, dell’ospedale da campo alla Fiera, in una collaborazione senza precedenti.
Lo abbiamo visto nei quartieri, nelle associazioni e nell’instancabile rete dei volontari, nella cooperazione con le Forze dell’Ordine per la distribuzione di bombole di ossigeno; nelle aziende, per la garanzia dei servizi essenziali e la produzione di dispositivi, in un contesto di forte carenza e di corsa internazionale all’approvvigionamento. Nei giovani che portavano la spesa agli anziani, nelle comunità religiose e nelle famiglie che si aiutavano e si facevano forza a vicenda. A sostenerci, c’era la consapevolezza di sentirci tutti, nessuno escluso, responsabili gli uni degli altri.
Oggi, se vogliamo rigenerarci dopo gli scossoni della pandemia, dobbiamo interrogarci sulla sofferenza che abbiamo vissuto e fare di queste domande uno strumento per riflettere sui modelli sociali ed etici che vogliamo adottare e perseguire.
Immaginando nuovi modi di abitare e di vivere con gli altri, costruiamo una società più giusta e solidale, radicata nella collaborazione e nel valore autentico dei rapporti umani. Una responsabilità condivisa, un impegno concreto a costruire speranza e fiducia nel domani, prestando attenzione alle condizioni di vita di ognuno e rafforzando i luoghi in cui stringere legami significativi. Difendere la salute del pianeta è fondamentale per custodire quella umana, in un sistema in cui l’uomo e l’ambiente sono strettamente interconnessi nell’affrontare le sfide globali della salute. Il Covid-19 ha avuto un impatto profondo perché ci ha sottratto all’”illusione di invulnerabilità”: ci ha mostrato un mondo fragile, esposto a malattie e sconvolgimenti. Il mio e il nostro pensiero commosso va alle famiglie che, sei anni fa, hanno vissuto quella tragedia in solitudine, perché siano raggiunte dalla vicinanza e dall’abbraccio dell’intera comunità bergamasca. La nostra gratitudine e la nostra riconoscenza vanno a chi ha operato instancabilmente, con una disponibilità totale, spesso anche a costo della propria vita.
Un ultimo pensiero.
Per eventi così drammatici e che risvegliano ricordi così dolorosi, il rischio della rimozione, meccanismo di difesa inconscio dell’essere umano, è sempre dietro l’angolo. Ma dalla rimozione all’oblio il passo è breve.
Ed è quanto mai attuale l’esortazione di Papa Francesco, quando disse che “peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla”. A noi, il compito di ricordare e rendere viva quella memoria perché ci lasci un insegnamento e ci renda più consapevoli.
Vi ringrazio.
Elena Carnevali
Sindaca di Bergamo

