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“C’era l’amore a Sarajevo”: l’altra faccia del conflitto a 30 anni dalla fine dell’assedio
La copertina del libro: nel riquadrino Gigi Riva

L’ultimo romanzo del giornalista bergamasco Gigi Riva, inviato di guerra nei Balcani negli anni Novanta, fa emergere un sentimento atipico: il rimpianto di quei 1.425 giorni

“Ci siamo ridotti a rimpiangere la guerra”: a 30 anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo, si fa largo una prospettiva insolita sui quasi quattro anni di conflitto che interessarono la capitale bosniaca tra il 5 aprile 1992 e il 29 febbraio 1996. Lì, dove dominavano la morte e la devastazione, c’era spazio anche per vivaci pulsioni di vita: nasce così “C’era l’amore a Sarajevo”, ultimo lavoro letterario del giornalista bergamasco Gigi Riva, editorialista di Domani e inviato di guerra per Il Giorno nei Balcani negli anni Novanta, già autore di diversi libri di storie e aneddoti provenienti dall’ex Jugoslavia.

Un titolo che si ispira a “C’era l’amore nel ghetto”, di Marek Edelman, colui che poco più che ventenne guidò la rivolta del ghetto di Varsavia nel corso della II Guerra Mondiale: “Fu lui a dire che Sarajevo sarebbe stata il nuovo ghetto, quando durante l’assedio venne a portare solidarietà – spiega Riva – L’occasione per scrivere questo libro è stata la ricorrenza dei trent’anni e mi sono chiesto che cosa potessi raccontare oggi che non fosse già stato detto. Si è raccontato della morte, dei cecchini, del massacro, degli stupri etnici: il peggio dell’uomo in teatri di guerra, ma ho pensato che in quelle circostanze l’uomo è capace di tirar fuori anche il meglio di sé. Ci sono le amicizie, l’amore, il sesso, il tentativo di eternizzarsi attraverso sentimenti opposti a quelli cupi che citavamo prima. Ho voluto quindi raccontare l’altra faccia dell’assedio, quella del desiderio di vita di chi non sa quanto tempo ancora gli rimane da vivere”.

Il libro, edito da Mondadori nella collana Strade Blu e in tutte le librerie da martedì 17 marzo (lo stesso giorno sarà presentato anche alla biblioteca di Nembro, ore 20.30), mescola realtà e finzione, partendo da quello che Riva ha vissuto in prima persona durante la guerra che ha spazzato via la Jugoslavia unita: “È vero che si dormiva a -14 gradi, senza luce o gas: lo sfondo della guerra c’è tutto nel libro. Ma c’è anche la fine dell’illusione di un’intera generazione. L’anelito più grande in quel periodo era che una volta finita la guerra tutto tornasse come prima, con la convivenza serena tra serbi, croati, musulmani. C’era una parte di Sarajevo che non aveva sposato lo sciovinismo e che continuava a vivere e ad amarsi: a questa gente la guerra ha rubato il passato e il futuro, perché al termine del conflitto hanno vinto le tentazioni secessioniste di coloro che hanno voluto dividere il Paese su base etnica. Le persone che racconto nel libro, alcune reali e alcune frutto della fantasia, fanno emergere un dato particolare: c’è chi rimpiange l’assedio. Sembra una follia, ma io torno spesso a Sarajevo dove ho vissuto forse l’esperienza più totalizzante della mia vita e ogni volta ho sempre riscontrato questo paradosso. Rimpiangono l’assedio perché hanno vissuto amicizie vere, amore, sentimenti positivi forti che poi si sono sgretolati sotto i colpi di un ritorno alla normalità che ha tradito ogni attesa”.

Il racconto porta in scena diversi personaggi. Per Carlo, una vita da inviato speciale in zone di guerra, i 1425 giorni dell’assedio a Sarajevo sono stati un crocevia emotivo senza paragoni, un intreccio di paure ma ancor più di urgenza di vivere. Il suo viaggio verso la capitale bosniaca viene innescato da un messaggio per lui chiarissimo: “Il 29 febbraio saranno trent’anni. Ti aspettiamo”. Durante il percorso ripercorre i tre viaggi che nel corso degli anni l’hanno riportato in quella terra così vicina eppure così lontana, culla, prima della guerra, di una cultura cosmopolita e inclusiva e poi, anno dopo anno, simbolo di un tradimento dell’idea stessa di convivenza tra diversi. Arrivare in città sarà ritrovare se stesso, ma soprattutto chi – conoscenti e amici, tra cui Jagoda, la ragazza di un amore controverso e non consumato – ha vissuto con lui una incredibile notte al bar “Le Mans”, una festa segreta che fu un grido di vita e nello stesso tempo di ribellione contro l’aggressione. Una storia che si intreccia con quella di due ballerine, Ljubica e Aleksandra, del direttore di Oslobođenje, il giornale della città, e del generale Jovan Divjak.

“Rispetto ai miei lavori precedenti ho romanzato un po’ di più, mescolando molto realtà e finzione – racconta Riva – Però ogni situazione o personaggio mostrano una forte verosimiglianza. Valeva la pena raccontare ciò che non si vede della guerra, le pulsioni di vita, i sentimenti profondi che nascono da situazioni estreme, gli amori e le amicizie”.