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Lo storico magistrato di Mani Pulite e voce del Comitato SiSepara: “Bisogna valutare la legge entrando nel merito delle questioni senza lasciarsi condizionare dalle chiacchiere da bar”

“Credo che si debbano valutare i contenuti di questa riforma entrando nel merito delle questioni senza lasciarsi condizionare dal fatto di essere favorevoli o contrari a questa maggioranza. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono a rischio e la legge completa la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri rendendo tutti più sereni nell’ottica del giusto processo davanti a un giudice terzo come previsto dall’articolo 111 della nostra Costituzione”. Così l’avvocato Antonio Di Pietro, storico magistrato di Mani Pulite, già ministro del Governo Prodi I e del Governo Prodi II, e in questa occasione voce del Comitato SiSepara, in vista del referendum sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo, illustra la propria posizione su questa consultazione popolare.

“Voto sì – ha spiegato – perché mi ritengo una persona informata sui fatti. La mia posizione scaturisce dall’aver frequentato le aule di giustizia per quasi cinquant’anni in tanti ruoli, perché ho fatto non solo il magistrato ma anche l’avvocato, il poliziotto, il testimone, l’imputato, l’indagato, la parte lesa e la parte civile”.

Abbiamo intervistato l’avvocato Di Pietro per saperne di più.

Perché voterà sì al referendum?

Voto sì perché mi ritengo una persona informata sui fatti. La mia posizione scaturisce dall’aver frequentato le aule di giustizia per quasi cinquant’anni in tanti ruoli, perché ho fatto non solo il magistrato ma anche l’avvocato, il poliziotto, il testimone, l’imputato, l’indagato, la parte lesa e la parte civile. Sono entrato nelle aule di giustizia indossando tutte le giacchette tranne quella del condannato. L’articolo 111 della Costituzione sancisce il principio del giusto processo, in base al quale le parti – ossia l’accusa e la difesa – si presentano in condizioni di parità davanti a un giudice terzo. Vuol dire che il giudice non deve avere nulla a che fare con loro, ma questa distinzione non è ancora stata completata nonostante da quasi quarant’anni si è stabilito che il processo debba avvenire in tal modo.

Che cosa manca per completare questa distinzione?

Al giudice terzo spetterebbe il ruolo dell’arbitro: ha il compito di vedere e sentire le ragioni dei due giocatori – l’accusa e la difesa – e decidere, ma che cosa accade se quell’arbitro fa parte della famiglia di una delle parti, ossia quella del Pubblico Ministero? Sicuramente sono tutte brave persone, ma chi andrebbe a giocare una partita in cui l’arbitro è fratello di sangue di uno dei giocatori? Sinora il giudice e il pubblico ministero hanno avuto lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura, lo stesso percorso giudiziario e le decisioni sono state prese in un contesto in cui ci sono queste commistioni, che ricadono per esempio nella scelta di chi deve fare il presidente del Tribunale di Milano o il procuratore di Brescia, chi riceve una promozione, diventare giudice della Corte d’Appello o della Cassazione, chi può beneficiare di un aumento dello stipendio o ricevere una sanzione disciplinare perché non ha agito bene. Questa riforma stabilisce che l’arbitro deve far parte della famiglia degli arbitri e i giocatori di quella dei giocatori: mi pare che sia un provvedimento di buon senso. Sono stato nel governo del centro-sinistra e anche noi avevamo questa proposta ma non si è riusciti a realizzarla, adesso l’ha avanzata il centro-destra e credo che si debbano valutare i contenuti entrando nel merito delle questioni senza lasciarsi condizionare dal fatto di essere favorevoli o contrari a questa maggioranza.

In passato era dello stesso avviso?

Ho assunto opinioni diverse a seconda di quello che stava accadendo. Nel 1989, quando l’allora ministro Vassalli introdusse il sistema accusatorio, basato sul contraddittorio tra le parti, parità tra accusa e difesa e terzietà del giudice, da pm fui molto contento. Chi ha i capelli bianchi ricorderà il processo Mani Pulite, dove io ero da una parte e l’avvocato Spazzali dall’altra e ci contendevamo le nostre ragioni davanti a un giudice terzo. A quell’epoca ero più che favorevole, dopodiché sono arrivati dei politici e una politica, soprattutto sotto il governo Berlusconi, che non si volevano limitare a dividere le carriere facendo in modo che l’arbitro facesse parte della famiglia degli arbitri e i pubblici ministeri di quella dei pubblici ministeri, ma volevano attuare qualcosa in più che è previsto in altri ordinamenti, per esempio in Francia, in Svizzera e negli Stati Uniti. Vale a dire: siccome il pubblico ministero è colui che deve cercare le prove e poi portarle davanti al giudice, avrebbe dovuto essere un organo dell’esecutivo, non un organo autonomo e indipendente. Non ero assolutamente d’accordo su questo punto, perché la nostra Costituzione stabilisce che la magistratura, sia quella inquirente sia quella giudicante, non debba dipendere da nessuno se non dalla legge. Guardando al referendum del 22 e 23 marzo, ritengo che la riforma di oggi vada letta per quella che è, indipendentemente da chi l’ha proposta, senza dare retta alle chiacchiere e questa legge conferma totalmente alcuni principi sacri.

Di che principi si tratta?

Innanzitutto in questa riforma è specificato che la magistratura, sia giudicante sia inquirente, è sottoposta solo alla legge: vuol dire che sopra ai magistrati non c’è nessuno. In secondo luogo, in questa prospettiva, il magistrato, sia inquirente sia giudicante, apparterrà a un organo autonomo e indipendente (se è giudice al Csm dei giudici e se è pm al Csm dei pm, ndr). In terzo luogo, il magistrato continuerà ad avere l’obbligo dell’azione penale: se vuol fare il suo dovere lo fa, in caso contrario non ha bisogno della riforma per non svolgerlo. La legge, inoltre, conferma che la magistratura dispone della Polizia Giudiziaria e che il pubblico ministero deve cercare anche le prove a favore dell’indagato: bisogna leggere quello che c’è scritto senza ascoltare le chiacchiere da bar. Quando mi chiedono perché voto sì rispondo domandando per quale motivo non dovrei votare una legge in cui l’autonomia e l’indipendenza della magistratura rimangono ferme e il pubblico ministero e il giudice sono distinti rendendo tutti più sereni. A loro non cambia niente, ma ai cittadini cambia la vita.

Come mai?

L’accusatore, cioè colui che va a cercare le prove, sa che nelle indagini preliminari avrà a fianco un giudice che non essendo suo fratello di sangue è il suo guardiacaccia, cioè colui che controlla tutte le attività che svolge per cercare le prove di un reato. Gli effetti sono molteplici, come attestano i numeri: il 50-60% dei processi che finiscono in dibattimento, tra primo e secondo grado, si concludono con l’assoluzione degli imputati. Vuol dire che c’è una frattura nella fase delle indagini preliminari, cioè prima dell’inizio di un dibattimento. Bisogna sapere, infatti, che il processo penale si svolge in due momenti fondamentali.

Quali?

Il momento delle indagini preliminari e quello del dibattimento. Il primo serve per vedere se qualcuno ha commesso un determinato reato e se ci sono le prove. Se vengono rinvenute, si chiede a un giudice di valutare se andare a processo o meno. Il 97-98% delle volte questo giudice dà ragione al pm, quindi vanno in dibattimento che nel 50-60% dei casi si conclude con l’assoluzione. Significa che sono finiti in dibattimento processi che non dovevano andarci. Certo, verranno assolti ma nel frattempo, per qualche anno, queste persone sono state in carcere, hanno rovinato il posto di lavoro, l’onore e magari la famiglia. Bisogna decidere, pertanto, che chi fa l’arbitro non abbia nulla da spartire con chi conduce le indagini. Senza questa riforma abbiamo un solo Consiglio Superiore della Magistratura che decide sia per i giudici sia per i pubblici ministeri in merito agli avanzamenti di carriera, ai provvedimenti disciplinari e per i cambiamenti di incarichi e destinazioni. Un giudice, quindi, deve rivolgersi a quel Csm in cui ci sono anche i rappresentanti della corrente ideologica del pubblico ministero, che prima gli aveva chiesto di esprimere una condanna piuttosto che un rinvio a giudizio. Le mele marce si possono trovare in tutte le categorie, ma pensando che siano tutti onesti non capisco perché non si possa eliminare ogni dubbio agli occhi dei cittadini sostenendo quanto previsto dalla riforma.

I sostenitori del no fanno presente che il passaggio da una carriera all’altra è già difficile e può avvenire una volta sola

È sbagliato il termine della questione. Le funzioni sono separate, mentre le carriere non ancora. Per spiegare il concetto, il giudice svolge la funzione di giudicare l’esito di un processo e stabilire se l’imputato è innocente o colpevole, mentre il pubblico ministero cerca chi ha commesso un reato per portarlo davanti al giudice affinché possa giudicarlo. Le funzioni sono già state separate dalla legge Cartabia, mentre le carriere sono un’altra cosa. Separarle vuol dire che il giudice fa il giudice per tutta la vita e il pubblico ministero fa il pubblico ministero per tutta la vita. Facendo una metafora calcistica per illustrare la situazione attuale abbiamo il guardalinee che oggi assiste la partita e sanziona, ma domani può scendere in campo e giocare.

Alcune dichiarazioni del ministro Nordio hanno suscitato timori sul rispetto dell’autonomia della magistratura: secondo lei ci sono rischi su questo fronte?

Il ministro Nordio ha affermato che l’opposizione sbaglierebbe a essere contraria alla riforma perché un indomani potrebbe beneficiarne, ma non bisogna basare il proprio pensiero sulle dichiarazioni rilasciate da un esponente o dall’altro. Il giorno dopo il referendum conta quello che è scritto nel testo della legge e, carta canta, questa riforma lascia intatte l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sia inquirente sia giudicante, così come rimane intatta l’obbligatorietà dell’azione penale e della ricerca delle prove anche a favore dell’indagato.

Cosa pensa del ricorso al sorteggio per scegliere i membri che faranno parte dei due CSM e dell’alta corte disciplinare?

Al di là del fatto che anche il centro-sinistra lo voleva e per ricordarlo basta pensare a una proposta formulata da Violante, va considerato che oggi il Csm è composto prevalentemente da magistrati eletti dagli stessi magistrati, ma all’interno della magistratura si sono create delle correnti ideologizzate e i magistrati vengono eletti secondo una logica di spartizione dei posti come avviene in Parlamento o in Consiglio comunale. Il punto è che questi due organi rappresentano i cittadini su scala nazionale o locale, mentre il Consiglio Superiore della Magistratura non è un organo di rappresentanza dei magistrati ma di garanzia dei cittadini, tant’è vero che è presieduto dal Capo dello Stato e non da chi ha ricevuto più voti. Lo prevede la Costituzione perché i condomini del CSM non sono i magistrati che eleggono il loro amministratore: siamo noi cittadini, che vogliamo che al Consiglio Superiore della Magistratura ci siano persone che decidano la cosa più giusta per noi e non per la corrente ideologica di appartenenza. Il sistema del sorteggio è migliore di quello dell’elezione da parte dei magistrati, perché permette di mandare al CSM persone sicuramente qualificate in quanto hanno già vinto un concorso e periodicamente sono sottoposte a una valutazione di professionalità (ad oggi il 98,8% dei magistrati è stato qualificato eccellente), eliminando quel cordone ombelicale tra eletto ed elettore. Chi va ad occupare quel posto non deve rispondere al suo elettore nel CSM ma ai cittadini: serve un taglio netto per far sì che chi è chiamato a rivestire quel ruolo decida secondo scienza e coscienza senza dover rispondere a chi lo ha eletto. Il sorteggio, peraltro, viene utilizzato in tante altre realtà come per scegliere i membri che compongono le commissioni d’esame quando si effettuano i concorsi per magistrati.

Il fatto che per scegliere i membri togati del CSM si ricorra al sorteggio puro mentre per quelli laici è vincolato a una lista di nomi approvati dalla maggioranza in Parlamento, è indice di maggior debolezza per la magistratura?

Innanzitutto, i CSM saranno composti da 30 persone di cui due terzi sono magistrati e un terzo no, quindi la maggioranza è togata. Detto questo, con la riforma c’è un miglioramento enorme perché i membri laici devono essere scelti dal Parlamento tra professori universitari, magistrati o avvocati di lungo corso. Non si possono scegliere fra tutti i magistrati e gli avvocati per due ragioni: da un lato perché sono 4-500 mila e dall’altro perché tanti professori universitari e avvocati non sono mai stati in un’aula di giustizia in quanto svolgono un altro mestiere. La riforma, invece, affida la funzione disciplinare all’Alta Corte, un organo di 15 membri che giudica gli illeciti dei magistrati, separando il potere disciplinare dai nuovi CSM (giudicante e requirente). È composta da 3 membri nominati dal Presidente della Repubblica, 3 dal Parlamento e 9 estratti a sorte tra magistrati.

Nel caso di un provvedimento disciplinare non è prevista la possibilità di fare ricorso alla Cassazione o ad un altro organo: c’è un profilo di incostituzionalità?

Non si tratta di un profilo di incostituzionalità perché questa è una legge costituzionale e per definizione una legge costituzionale non può essere incostituzionale. Ci sarà un conflitto di costituzionalità fra due norme costituzionali, ma in realtà la Costituzione ha già risolto questo problema. Più precisamente, il magistrato può ricorrere a una sezione diversa dell’Alta Corte disciplinare e se non gli sta bene, può ricorrere all’articolo 111 ultimo comma della Costituzione, che specifica che comunque sia, nei confronti di ogni provvedimento che attiene alla libertà della persona, può rivolgersi alla Cassazione. Se qualcuno si opporrà ci penserà la Corte Costituzionale a ristabilire questo principio.