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“La vera vulnerabilità è la dipendenza da petrolio e gas”

Guerre, crisi dei prezzi, cambiamento climatico mostrano i limiti del modello basato sui combustibili fossili. Gianluca Ruggieri, fisico ed esperto di energia, analizza ritardi e inerzie della transizione. Le rinnovabili crescono e molte tecnologie sono già disponibili, ma servono scelte industriali e investimenti. Il 20 marzo incontro a Villa d’Almè  

La transizione energetica è raccontata spesso in modo semplificato e distorto. Nel libro “Le energie del mondo. Fossile, nucleare, rinnovabile: cosa dobbiamo sapere” (Laterza, 224 pagine, 18 euro) il fisico Gianluca Ruggieri prova a rimettere ordine tra dati, percezioni e scelte politiche, spiegando come la dipendenza da petrolio e gas continui a pesare sull’economia, sulla sicurezza energetica e sulla stabilità geopolitica. Il testo, dall’efficacissima veste grafica, è allo stesso tempo approfondito e agile, documentato e adatto alla divulgazione. Guerre, crisi dei prezzi e cambiamento climatico mostrano le fragilità del modello di sviluppo basato sui combustibili fossili. Ruggieri, ricercatore e docente di Fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria, interverrà venerdì 20 marzo alle 20,30 nella Sala consiliare del Comune di Villa d’Almè all’incontro “Energia per il futuro. Dialoghi sulla transizione energetica”, proposto dalle famiglie in rete del Progetto “Ambiente, stili di vita e comunità: costruiamo insieme un domani sostenibile”. L’abbiamo intervistato.

Nel suo libro scrive che il dibattito pubblico sull’energia è spesso fuorviante. Quali sono le principali distorsioni che impediscono di capire davvero la transizione energetica?

“Sono moltissime. Da una parte c’è un’enorme sottovalutazione degli impatti dell’uso dei combustibili fossili. Ovviamente sono stati molto importanti in una certa fase della storia della civiltà umana e hanno contribuito anche a cambiamenti positivi, che sarebbe stupido negare. Contemporaneamente, però, hanno provocato, da qualche decennio, una serie di conseguenze negative. Una delle principali è l’emissione di gas climalteranti con le modifiche del clima a velocità mai registrate, mettendo a rischio la civiltà umana come la conosciamo. Allo stesso tempo, soprattutto in Italia, si assiste a una forte inerzia nella percezione comune: continuiamo a pensare che le energie rinnovabili non siano in grado di alimentare il sistema economico, costino troppo, abbiano impatti maggiori di quelli reali. Questa inerzia riguarda un po’ tutti: decisori politici, grandi centri economici, ma anche i singoli cittadini e spesso i professionisti con cui ci interfacciamo. L’installatore, per esempio, ripeterà che la caldaia a gas sa installarla e farla funzionare: perché cambiarla? Questa fatica di guardare al nuovo è molto limitante”.

Prima l’aggressione russa all’Ucraina, ora gli attacchi in Iran e in Medio Oriente mostrano quanto gas e petrolio siano intrecciati con conflitti e instabilità geopolitica. La dipendenza dai combustibili fossili è anche un problema di sicurezza.

“Per molto tempo abbiamo interpretato la sicurezza energetica come la ricerca di fonti di approvvigionamento che consideravamo sicure. La Russia è stata ritenuta, fino a quattro anni fa, una fonte sicura di gas, anche relativamente economica. Ma negli anni Settanta avevamo già vissuto crisi energetiche per certi versi analoghe. Il ricorso ai combustibili fossili comporta una necessità costante di approvvigionamento: se continuiamo a muoverci con veicoli che usano derivati del petrolio, questi mezzi devono essere continuamente riforniti con carburanti che si bruciano e finiscono. In questi giorni è ancora più evidente: nello stretto di Hormuz passa circa il 20% del petrolio e del gas liquefatto distribuito nel mondo: anche se in Europa ne arriva una quota limitata, interrompere una frazione così importante significa generare impatti sui prezzi ovunque. Significa anche avere più concorrenti nell’approvvigionamento: quel petrolio e quel gas andranno a chi li paga di più. In questo momento stiamo pagando molto cara la sicurezza energetica”.

In Italia le bollette sono già tra le più care d’Europa. Ma il decreto “Bollette” varato a febbraio è stato criticato con una lettera al governo firmata da circa 150 scienziati ed economisti, tra cui il Nobel Giorgio Parisi. Anche lei l’ha sottoscritta.

“Il decreto ‘Bollette’ rischia di minare l’ETS (Emissions Trading System, ndr), lo strumento europeo per ridurre le emissioni del comparto industriale. Uno dei suoi effetti è incentivare il consumo di gas e la produzione di elettricità da gas, arrivando a una situazione paradossale: le aziende italiane potrebbero esportare elettricità prodotta con il gas a un prezzo scontato rispetto ad altri Paesi europei. Quello sconto sarebbe pagato con un ricarico distribuito sulle bollette. È tutto da dimostrare, quindi, che quel decreto riduca davvero le bollette. Inoltre, in una fase di forte aumento dei prezzi, anche una piccola riduzione sarebbe assorbita dagli aumenti”.

L’Europa mantiene l’obiettivo della neutralità climatica al 2050, ma il Green Deal è contrastato. A che punto siamo davvero?

“Parto da un dato spesso ignorato. I sondaggi rilevano che l’85% degli europei considera il cambiamento climatico un problema serio e l’81% sostiene l’obiettivo della neutralità climatica al 2050. L’88% promuove rinnovabili ed efficienza energetica.
Quello che ha funzionato della campagna politica contro il Green Deal è stato evidenziare gli effetti sociali negativi di alcune misure, alimentando lo scontento di diverse categorie: famiglie, agricoltori, parti dell’industria. Negli ultimi anni al Parlamento europeo si è saldata un’alleanza tra il Partito Popolare e i movimenti alla sua destra che ha portato a modificare o diluire diversi elementi del Green Deal. Ma alcuni punti importanti restano, come l’obiettivo del 42,5% di energia da fonti rinnovabili entro il 2030. Nell’elettricità siamo già oltre: in Europa circa la metà viene da rinnovabili. Sul totale dell’energia, però, arrivare al 42,5% richiede un cambiamento significativo. Negli ultimi anni i consumi di gas sono già calati: in Europa del 18%, in Italia del 16% tra il 2021 e il 2025. La buona notizia è che ormai da tempo le alternative alle fonti fossili sono economicamente più vantaggiose. Il problema è che molte richiedono investimenti iniziali importanti e quindi sono molto sensibili al costo del denaro. Quando i tassi di interesse aumentano, gli investimenti nella transizione diventano più difficili. Una possibile soluzione potrebbe essere fornire capitale a basso costo per gli investimenti nella transizione energetica”.

Nel libro parla anche della dipendenza culturale dal modello di mobilità basato sull’auto privata.

“Il modello fa parte dell’eredità del mondo fossile. Le tecnologie fossili sono largamente inefficienti: ce le potevamo permettere perché i benefici erano ampi e il costo di approvvigionamento relativamente basso. Se questi due pilastri vengono meno,
emergono grandi margini di risparmio energetico, efficienza e modifica delle abitudini. Nelle città si può ridurre il numero di auto, potenziare il trasporto pubblico, facilitare gli spostamenti a piedi o in bicicletta. Queste misure migliorerebbero la mobilità anche per chi deve usare l’auto. Ripensare lo spazio pubblico delle città è una sfida fondamentale”.

Ci sono poi gli effetti della qualità dell’aria sulla salute.

“Purtroppo, diamo per scontato l’inquinamento dell’aria. In alcune città la situazione è migliorata con la riduzione dell’industria pesante. Nel frattempo, sono aumentate molto le emissioni dei trasporti. In alcune zone della Lombardia si aggiungono anche quelle da allevamenti e agricoltura. La Pianura Padana ha difficoltà orografiche note: proprio per questo motivo dovrebbe essere all’avanguardia nella transizione. Invece chiediamo spesso alla Commissione europea di diventare un’eccezione negativa. È paradossale: se fossi asmatico, dovrei essere il primo a smettere di fumare. Non abbiamo ancora compiuto del tutto questo scatto di consapevolezza, né a livello politico né a livello diffuso”.

Quali sono le scelte da compiere per uscire dalla dipendenza dalle energie fossili?

“Molte tecnologie sono già note e disponibili, per altre ci sono margini di trasferimento dal laboratorio di ricerca alla scala industriale per renderle più diffuse. Non dobbiamo concentrarci solo sulla generazione di elettricità, dove le rinnovabili avranno il
ruolo principale. In alcuni Paesi potrà essercene uno anche per il nucleare, mentre in Italia rimettere in piedi un’industria nucleare in tempi rapidi è velleitario. Servono accumuli energetici, soprattutto batterie per quelli giornalieri e altre tecnologie per il lungo periodo. Serve l’elettrificazione dei consumi, per esempio con la diffusione delle pompe di calore. In Italia ne produciamo moltissime. È necessaria una strategia articolata: formazione di progettisti, tecnici e manutentori, non solo incentivi. Bisogna avere una visione. Anche nel settore della mobilità elettrica ci sono diverse aziende italiane. In Europa si può creare un possibile equilibrio tra una grande produzione di eolico nel Nord d’inverno e una maggiore di fotovoltaico nel Sud in estate”.

Gianluca Ruggieri