Nathan East introduce la sua band ‘The Cream of Clapton’, di passaggio in Italia e a Bergamo
Una carriera accanto ai più grandi musicisti e ora un tour che celebra quei brani immortali
“Ci sarebbe la possibilità di intervistare Nathan East”. “Dove devo firmare?” Nato nel 1955 a Philadelphia e cresciuto in California, bassista di alcuni tra i più grandi nomi della musica internazionale, da Elton John a Barry White, da Michael Jackson a Stevie Wonder, da Celine Dion a Daft Punk, e ancora moltissimi altri, Nathan East è uno dei session man più stimati e richiesti dell’industria musicale, grazie a uno stile raffinato, preciso e votato al groove. Per dirla in modo altisonante, è il prototipo del “musician’s musician”, quel nome non particolarmente noto al grande pubblico, ma estremamente apprezzato e rispettato dai colleghi, anche più famosi. Tra i big con cui ha suonato, ne spicca uno in particolare, non solo per la durata del sodalizio, ma pure per la popolarità della musica prodotta: Eric “Slowhand” Clapton. Con lui, East ha registrato e suonato in giro per il mondo per oltre quarant’anni, da “Behind The Sun” del 1984, album nel quale eredita il ruolo che già fu dell’altrettanto leggendario (ed ex Blues Brothers) Donald “Duck” Dunn, sino al più recente “Meanwhile” del 2024. Due album su tutti, entrambi dal vivo, svettano sul resto: il primo, elettrico, “24 Nights” del 1991, tratto da una residence alla Royal Albert Hall, a cavallo tra il 1990 e il 1991, di fronte ad un pubblico complessivo di circa 120.000 spettatori su un arco di 42 concerti, ed il successivo “Mtv Unplugged” del 1992, registrato davanti a soli 300 fans, ad oggi l’album dal vivo più venduto al mondo, con oltre 26 milioni di copie. Abbiamo avuto il privilegio di intervistarlo in occasione delle sue prossime 8 date in Italia, dal 19 al 28 marzo, da Udine a Bari, passando per il Druso di Ranica il 28 marzo, con il progetto “The Cream of Clapton”, approvato dall’artista in persona. Per info e prenotazioni cliccare qui

Quali tra le tue numerose collaborazioni hanno avuto il maggiore impatto su di te?
E’ una bella domanda. Sicuramente quelle con George Harrison, Ringo Starr e Herbie Hancock mi hanno lasciato un segno profondo, perché si trattava di miti giovanili con cui non avrei mai pensato di suonare un giorno. Ma di sicuro l’esperienza che mi ha marchiato a vita, chiaramente in senso buono, è quella con Eric Clapton, non solo per le quattro decadi passate assieme ma anche per l’esperienza umana fuori dallo studio e dal palcoscenico. Ero con lui quando morì suo figlio Connor, soffrivamo insieme. La canzone che ne nacque, “Tears in Heaven” fu il suo e il nostro omaggio alla vita. E poi tutte le situazioni divertenti accadute on the road, quelle hanno fortificato il nostro rapporto in un modo che va oltre la musica.
Che ricordi hai dell’Italia?
Ho moltissimi ricordi del tempo trascorso suonando in Italia con Zucchero, Bocelli, Eros Ramazzotti, in posti incantevoli come Lucca, dove ovunque ti giri pare di essere in una cartolina. Per non parlare dell’ottimo cibo. Se devo scegliere un nome su tutti, farei quello di Pino Daniele che mi manca moltissimo, e col quale mi sarebbe piaciuto suonare di più.
Tra gli italiani che non hai ancora incontrato, con chi vorresti collaborare?
Sicuramente con Monica Bellucci, anche se non credo abbia nulla da registrare (ride).
Ho letto che hai suonato anche coi Judas Priest. Cosa ricordi di questa esperienza?
La musica è musica, esistono dodici note e infinite combinazioni, ognuna delle quali è perfetta per me. Non ci sono limiti o barriere di linguaggio. In più loro sono stati molto gentili, mi hanno trattato benissimo. Certo, sarebbe dovuto restare un segreto, ma è passato tantissimo tempo, per cui non credo se la prenderanno se la cosa è trapelata (ride).
Suoni con Eric Clapton ormai da sempre. Cosa lo distingue da tutti gli altri, secondo te?
Eric non solo suona col cuore, ma lo fa ad un livello molto più profondo rispetto a ‘un tipo con una chitarra’. Oggi, nell’epoca dei social, vedo moltissimi strumentisti che suonano in modo spettacolare e tecnicamente impeccabile. Personalmente, preferisco i piccoli dettagli, l’espressività, non il suonare al solo scopo di impressionare il pubblico.
Parlaci di questo progetto, ‘The Cream of Clapton’.
E’ un quartetto rock composto da me, Steve Ferrone alla batteria – già con Clapton e Tom Petty-, Will Johns alla chitarra e mio figlio Noah East alle tastiere. Johns è nipote di Pattie Boyd, l’iconica “Layla” dell’omonimo pezzo e ha conosciuto “Zio Eric” fin da bambino, esperienza che lo ha condotto alle sue due più grandi passioni: la pesca e la chitarra. Suo padre è il compianto Andy Johns, leggendario produttore e tecnico del suono per artisti del calibro di Led Zeppelin, Rolling Stones, Jimi Hendrix e Van Halen. Mio figlio Noah, venticinquenne, suona il pianoforte dall’età di quattro anni e ascolta suo padre suonare con Clapton da quando ne ha memoria.
Raccontaci delle vostre esibizioni. E’ prevista qualche chicca in scaletta?
Il dna di questa band è “100% Clapton”. E’ la prima volta in oltre trent’anni che io e Steve Ferrone torniamo a esibirci insieme, ripercorrendo le performance storiche di “24 Nights” e di “MTV Unplugged”. La band è in stato di grazia. Siamo entusiasti di riportare in vita queste grandi canzoni. Il legame all’interno del gruppo, la profondità di comprensione reciproca e il livello di musicalità sono fuori misura. Ovviamente suoneremo classici come “Cocaine”, “Sunshine of Your Love”, “Badge” e “Layla”, ma ci sono anche molti grandi brani che non vengono eseguiti da tempo, tratti dagli album d’oro e di platino “Behind the Sun”, “August” e “Journeyman”, come “Bad Love”, “Tearing Us Apart”, “Holy Mother” e “Run”.



