È musica, ed è lì da ascoltare. Marco Pasinetti presenta la sua nuova creatura “Siphonoforo”
Un progetto che trae ispirazione da storiche formazioni bassless (letteralmente, “senza basso”) dal trio di Jim Hall, Bob Brookmeyer e Jimmy Giuffre sino a quello di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell
A differenza delle meduse, i sifonofori sono colonie di organismi interdipendenti, detti zooidi. Queste catene, costituite da gruppi eterogenei di esseri viventi che si uniscono tra loro, possono raggiungere i 50 metri di lunghezza diventando perciò tra le creature più lunghe del mondo. Ogni zooide è un animale a sé, ma non potendo sopravvivere autonomamente ciascuno di loro si è adattato a ricoprire un ruolo specializzato nella colonia. Alcuni difendono l’organismo, altri lo nutrono, altri, grazie alla bioluminescenza, si accendono quando c’è da attirare il cibo, altri ancora permettono la riproduzione.
Che ci si creda o no, è da questi piccoli invertebrati marini che prende il nome il nuovo quartetto guidato da Marco Pasinetti (chitarra e composizioni), insieme a Pierluigi Foschi (batteria), Luca Tapino (trombone) e Tommaso Iacoviello (tromba).

Un progetto che trae ispirazione da storiche formazioni bassless (letteralmente, “senza basso”) dal trio di Jim Hall, Bob Brookmeyer e Jimmy Giuffre sino a quello di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell. L’assenza del basso è una scelta che spinge l’organico a dirigersi verso territori molto aperti, dai confini duttili, ai quali ci si approccia con un nuovo senso dello spazio. L’apparente assenza di una sezione ritmica completa crea l’occasione per sperimentare nuovi approcci alla forma e dare maggior rilievo alla melodia, oltre che per rielaborare i classici ruoli degli strumenti in una formazione jazz. I fiati fanno ampio uso di sordine e tecniche estese, la batteria è ampliata da percussioni e gong, la chitarra si esprime anche con effetti elettronici, in diretta e senza l’uso di basi. Il risultato è un disco organico e stratificato, che rifugge in parte i rigidi canoni del jazz, aprendosi maggiormente verso il post-rock, l’ambient, e l’etnica.
Ciao Marco, com’è nato questo nuovo quartetto?
SIPHONOFORO è l’unione di quattro musicisti conosciutisi negli anni di studio all’Accademia Nazionale Siena Jazz nel corso del Laboratorio Permanente di Ricerca Musicale del Maestro Stefano Battaglia. C’è stato un grande feeling tra noi sin dai primi momenti, abitiamo lontani (Toscana, Lombardia, Veneto) e passano a volte dei mesi tra un incontro e l’altro, ma appena ci rivediamo scatta un clima molto intimo e familiare. Pierluigi Foschi è una persona dalla sensibilità fuori dal comune, ha alle spalle anni di ricerca sul timbro di percussioni, piatti, etc., infatti usa gong con archetto, piattini, carrube e un sacco di altre diavolerie. Luca Tapino è uno strumentista molto solido, estroso e un improvvisatore davvero sincero, inoltre è la persona più saggia e matura del gruppo, un pilastro per il benessere del collettivo. Tommaso Iacovello ha una preparazione tecnica solidissima che gli fornisce una padronanza totale della tromba, tecnicamente può farle fare qualsiasi cosa. Inoltre è a sua volta leader in altri progetti, è molto creativo e frequenta il mondo dell’improvvisazione da tantissimi anni.
Quale impatto hanno avuto gli studi accademici su questo disco?
Siena Jazz è stata fondamentale nella nostra formazione, non solo come ambiente che attira giovani musicisti da tutta Italia e quindi permette una grande facilità di incontri e di scambi, ma anche grazie alla capacità dei docenti di affinare la visione musicale degli allievi, mediante lo studio di moltissimi linguaggi oltre al jazz tradizionale. Gran parte di questi meriti vanno al maestro Stefano Battaglia e ai suoi laboratori di improvvisazione.
Quanto è durata e come si è svolta la fase di composizione?
La scrittura pura è durata due o tre mesi, ed è scaturita dai miei studi di tesi sulle formazioni jazz bassless. Il vero lavoro è stato fatto collettivamente, nella ricerca di un suono unitario e delle varie possibilità che il particolare tipo di organico ci offre. Abitiamo in regioni diverse, per cui siamo costretti ad incontri distanziati anche di alcuni mesi, con prove molto intense di tutta la giornata, per 3 o 4 giorni consecutivi. Questo equilibrio è durato tre anni prima della registrazione e dura ancora oggi. Inizialmente ho pensato l’organico e scritto i brani originali del disco. Poi, trattandosi di musica jazz, c’è relativamente meno scrittura e più improvvisazione. Inoltre, dalla prima stesura alla versione registrata, le forme e, a volte, anche le melodie che avevo scritto, si sono parecchio evolute, fino al punto da dare al progetto un nome collettivo, anche se è partito da me.

Oltre ai pezzi originali, l’album contiene una cover di Bill Frisell ed una di Jimmy Giuffre: come avete bilanciato fedeltà e libertà interpretativa nella scelta e nella riproposizione di questi due brani?
Sono pezzi molto diversi, anche se entrambi appartengono a gruppi per noi fondamentali. Il brano di Giuffre è parte di una suite in quattro movimenti scritta per trombone, sax baritono e chitarra baritono (“Western Suite”, del 1958). Noi abbiamo riadattato la scrittura a canone della prima parte, aggiunto la batteria ed enfatizzato il carattere deciso dei riff centrali fino a farlo diventare un brano quasi hard rock! Infine abbiamo improvvisato un’intro e un’outro con il gong (da cui Pier ricava degli armonici di tonica con l’uso dell’archetto), un po’ di loop di chitarra e le tecniche estese dei fiati. Il brano di Frisell lo abbiamo reso ancora più etereo adattandolo alla formazione senza basso e interpretandolo più come uno standard con tema e assolo.
Come chitarrista, sei passato dal rock blues tradizionale al jazz. C’è stata un’illuminazione sulla via di Damasco?
Si è trattato di una transizione graduale veicolata da alcuni chitarristi illustri che hanno avuto un percorso simile al mio, mi riferisco a John Scofield, Scott Henderson e Bill Frisell, tutta gente partita dal rock e che ha mantenuto quel feeling e quel suono anche una volta approdata al jazz. In pratica per iniziare ad appassionarmi al jazz ho avuto
bisogno di riconoscermi in alcuni timbri di chitarra familiari provenienti proprio dal rock blues. L’altro faro da seguire è stato quello della musica improvvisata, materia che ha cominciato ad affascinarmi già in ambito rock e che nel jazz ha trovato ancor più sbocchi.
In base alla tua esperienza di studente e docente, com’è mutato l’approccio alla musica nell’ambito scolastico?
È cambiato il modo in cui sia gli studenti che gli insegnanti possono fruire delle fonti. Oggi si può ascoltare e far ascoltare qualsiasi cosa in un istante. Per assurdo, la difficoltà sta nel riuscire a scendere in profondità e ottenere quel tipo di determinazione che un tempo ti faceva divorare le poche risorse audio a disposizione, mentre oggi si è un po’ smarrita, a causa di una sovra stimolazione globale. Dato che procurarsi musica non richiede più alcuno sforzo, l’ascolto in sé ha perso inevitabilmente un po’ del suo fascino.
Ritieni che nell’epoca attuale la tendenza alla categorizzazione dei generi sia ormai superata?
Per me è utile solamente nelle occasioni in cui la musica va spiegata senza potere essere sentita. In tutti gli altri casi, le categorie servono a poco: è musica, ed è lì da ascoltare.
Quale ruolo ha per te la musica nel contesto storico e sociale attuale?
La musica muove le persone e le unisce. Mi sembra già un ottimo traguardo, in un’epoca in cui, finito il lavoro, tendiamo ad essere inghiottiti dal divano in totale solitudine.
Prossimi appuntamenti in agenda?
Il disco uscirà in formato digitale lunedì 16 Marzo, e verrà presentato dal vivo il prossimo sabato 20 Marzo al NXT Bergamo, nell’ambito della rassegna “Scintille di Jazz”, in occasione del Bergamo Jazz Festival 2026.
Info e Prenotazione gratuita: https://www.ticketone.it/event/marco-pasinetti-sinophoro-nxt-station-21315863/


