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La masterclass del Bayern a Bergamo: un’Atalanta semplicemente inferiore al cospetto di una macchina perfetta
Foto Andrei Eduard Huiala

Palladino inizia a con la difesa a quattro, poi passa a tre, ma Kompany ha un ventaglio di soluzioni talmente ampio da riuscire ad attaccare con la stessa efficacia. Troppa differenza nel movimento di palla e uomini, nelle letture e nella qualità dei singoli. Con l’impressione che le scelte nerazzurre, per quanto rischiose, non siano state determinanti nello svolgimento della gara e nel risultato finale

Bergamo. Un movimento di palla e uomini talmente veloce da sfuggire anche all’obiettivo dei fotografi, oltre che ai tentativi di aggressione alta portati dagli avversari, che porta ad esercitare un dominio calcistico che non permette nemmeno appello. Se quella di Dortmund per la Dea era stata una lezione di cui fare tesoro per migliorare, mettendo tutto in pratica nella gara di ritorno otto giorni dopo e concludendo la rimonta storica, la partita con il Bayern è stata più che altro una specie di masterclass. Quelle in cui, appena ti alzi dal banco, fai anche fatica a capire che cosa sia effettivamente appena successo e ti ritrovi di fronte appunti talmente confusi da doverli rimettere in ordine.

Fughiamo subito tutti i possibili “se” e “ma”, facendo per certi versi anche del sano maniavantismo. Sconfitte del genere non sono mai questioni solo tattiche, tecniche o di scelte. Sono i semplice frutto di una differenza complessiva che tutti sapevano essere ampia, anche se forse in pochi si immaginavano un passivo così. Per l’Atalanta, il Bayern è stata la squadra sbagliata al momento sbagliato. Ingiocabile. Troppo superiore tecnicamente e in qualità (e pure in soldi, che poi sono comunque una parte), troppo più bravi gli interpreti a leggere il gioco e le situazioni, troppo più fresco fisicamente. Basti pensare che da inizio anno ha giocato quattro partite in meno rispetto ai nerazzurri e non scendeva in campo in un turno infrasettimanale da un mese, per non parlare del fatto che non sta correndo una maratona ad alta velocità per recuperare in classifica, visto che come spesso gli capita sta recitando il ruolo della lepre in campionato ed è al primo posto praticamente da agosto.

L’unica vera colpa che si può attribuire ai nerazzurri riguarda la concessione del gol del vantaggio, una dormita di reparto inspiegabile in un ottavo di finale di Champions League contro una squadra che non perdona il minimo errore. Eppure neanche quello sembra aver effettivamente inciso a posteriori, perché già dal minuto quattro il Bayern aveva mandato nel pallone l’Atalanta, che pure aveva iniziato nei primi 200 secondi con un approccio aggressivo, in linea con quello che è il suo dna. Ma alla distanza (e neanche così lunga) sono venuti a galla tutte le enormi differenze di cui sopra.

“O è un genio o un pazzo” è stato probabilmente il commento più frequente quando un minuto dopo le 19:45 sono state diramate le formazioni ufficiali e i tifosi atalantini hanno potuto constatare la decisione di Palladino di schierarsi con la difesa a 4 e contestualmente mandare in campo dal primo minuto insieme Scamacca e Krstovic. Soluzioni già viste a partita in corso e anche con buoni risultati, soprattutto sabato contro l’Udinese. Forse un po’ troppo nel proporle in una partita così? Dubbio lecito e che a giudicare dal risultato potrebbe anche avere una risposta abbastanza chiara. Sarebbe però troppo semplice e superficiale limitare l’analisi a questo.

Palladino Delusione fine partita Atalanta-Bayern 1-6, la fotogallery

Il senso è: sarebbe andata diversamente con una eventuale posi della solita difesa a tre e una sola punta davanti? Non c’è riprova, ma la sensazione è che le difficoltà incontrate sarebbero state diverse, ma identicamente uguali nella sostanza. Inoltre, è la stessa storia a dire che tutti i grandi risultati ottenuti dall’Atalanta sono arrivati grazie a questa mentalità, questo coraggio, questo dna. Quello che nei primi tre minuti ha portato due volte Kolasinac a inseguire Gnabry fin dentro la sua area. Poteva restare bloccato? Forse. Ma snaturarsi e rinunciare al proprio credo avrebbe soltanto aumentato il rischio. E se non fossero stati centrali, gli spazi da attaccare per il Bayern sarebbero stati comunque presenti sulle fasce, come è successo nel secondo tempo quando è entrato Djimsiti al posto di Scamacca.

Lo stesso Palladino ha ammesso di aver visto 12 partite del Bayern Monaco. Non ci è dato sapere quali, ma il riscontro potrebbe essere stato sempre lo stesso: chi si è chiuso ha finito per subire ancora di più le sfuriate di Luis Diaz, Olise e compagnia. Chi invece è riuscito a strappare punti lo ha fatto tenendo l’aggressività alta, assumendosi anche dei rischi. De Roon a fine partita si è mostrato dubbioso il giusto parlando delle scelte: “Forse dovevamo abbassarci, ma era giusto giocarcela così di fronte ai nostri tifosi”.

Ah, tra l’altro. Quel “chi” corrisponde all’Arsenal in Champions League (se non la seconda più forte d’Europa poco ci manca) e in campionato ad Amburgo, Union Berlino, Mainz e Augsburg. Quattro squadre della parte destra della classifica di Bundesliga che lottano per salvarsi. Partite che se sei il Bayern tendi a snobbare inconsciamente o magari a sottovalutare. Spina staccata e patatrac, oltre a tanti episodi a sfavore. Invece quando conta, come negli scontri diretti della Champions League, la spina è attaccata. Attaccatissima.

A questo punto, potremmo anche raccontarci la favoletta che la Bundesliga non è un campionato allenante e che il Bayern passeggia in Champions League. Ma bisognerebbe ascoltare di più: è lo stesso Kompany a dire che i suoi erano preparati allo stile di gioco dell’Atalanta, perché sono più abituati ad affrontare le difficoltà delle squadre che adottano la stessa filosofia di aggredire sull’uomo. Gnabry con Kolasinac ha giocato al gatto col topo per tutto il primo tempo. E nella ripresa sono state adottate soluzioni tatticamente diverse con gli innesti di Davies e Musiala, cercando più volte le soluzioni attaccando verso l’esterno. Ma con la stessa efficienza.

Conclusione? Se ti chiudi e ti abbassi, sanno farti male. Se ti apri e ti alzi, sanno farti male. Puoi anche mettere in campo tutto quel che hai, fare la partita perfetta, ma certe volte bisogna soltanto rendere l’onore delle armi ad una squadra fin troppo forte che ha il potenziale per diventare generazionale. Ah, se qualcuno non l’avesse notato, Kane non ha nemmeno dovuto entrare in campo. Beh.