Per contrastare questa riforma si accusa la politica di eccesso d’ingerenza, svilendo il potere legislativo definendolo mero scendiletto di quello esecutivo
Il referendum del 22-23 marzo chiamerà i cittadini ad esprimersi sulla riforma dell’ordinamento giudiziario recentemente approvata dal Parlamento. Sottolineo dell’ordinamento, e non della giustizia nel suo complesso: qui parliamo delle fondamenta su cui poggia “l’edificio” di uno dei tre poteri fondamentali e indipendenti dello Stato, quello giudiziario appunto, e non dei tanti problemi irrisolti che quotidianamente l’assillano.
Tempi dei processi, certezza ed equità della pena, questione carceraria, sono alcuni dei principali aspetti che invece compongono e danno forma all’edificio, toccando la vita delle persone che abitano la polis, la casa comune che chiamiamo comunità. Non ho alcuna remora a dire che sul tema servirebbe un cambio di passo, maggiore coraggio, più attenzione alla dignità della persona umana: siamo troppo spesso amministratori distratti che evitano di farsi scuotere mente e coscienza. Tuttavia, altrettanto schiettamente, dico che non saremo chiamati ad esprimerci su questo, e criticare questa riforma costituzionale perché non affronta e risolve in profondità certe questioni è come contestare all’ingegnere che calcola i cementi armati la scarsa qualità dei serramenti.
Per riqualificare si parte delle fondamenta…
Fuor di metafora, richiamando il metodo, ricordo che sette articoli della Costituzione sono stati modificati, e quando questo avviene “solo” a maggioranza assoluta (e non dei 2/3) è possibile richiedere che sia il popolo a confermare (o meno) la decisione delle Camere.
Lo prevede la Carta Costituzionale, quindi non regge l’obiezione di chi asserisce che la Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza: condivido che non sia auspicabile, ma i padri costituenti l’hanno previsto e legittimato col “paracadute” del referendum confermativo; ad onor di cronaca politica va detto che è stata la sinistra al governo a sdoganare il metodo nel 2001, riformando profondamente il Titolo V con tre soli voti di scarto. In quell’occasione il voto referendario poi confermò quanto deliberato dalle Camere, mentre bloccò la riforma di Renzi nel 2016. La terza ed ultima volta (prima dell’attuale) fu nel 2020, quando i cittadini confermarono la riduzione del numero dei parlamentari.
Tutto questo premesso vengo finalmente al merito.
La separazione delle carriere tra pubblico ministero (colui che accusa) e giudice (colui che giudica) è ritenuta necessaria, da decenni, tanto a sinistra quanto a destra. Mi astengo dal gioco del momento di rinfacciarsi cambi di opinione, giravolte, ravvedimenti di convenienza (come se cambiare idea o ricontestualizzare un pensiero sia illecito) e guardo a ciò che stabilisce il testo che siamo chiamati a confermare attraverso il referendum al quale sostengo si debba votare sì.
Le modifiche proposte sono il completamento tardivo della riforma Vassalli, che mirava ad archiviare il modello processuale “inquisitorio” che nemmeno i padri costituenti erano riusciti a superare. Questo perché vi sono filosofie giuridiche, espressione di un comune sentire, che danno corpo agli ordinamenti statuali trascendendo i sistemi politici e che da essi vengono utilizzate ma non necessariamente create o cancellate, nemmeno nei momenti storici di profonda trasformazione. E’ accaduto al fascismo subentrato allo Stato liberale, è successo alla Repubblica nata sulle ceneri della monarchia sabauda…
Tornando al punto: coloro che accusano e coloro che giudicano, entrambi a nome dello Stato, sviluppano professionalità differenti ed è razionale prevederne due percorsi di carriera indipendenti.
Oggi esiste una distorsione dentro il Consiglio Superiore della Magistratura, la cui funzione costituzionale non è di rappresentare un potere dello Stato né tutelare o gestire interessi corporativi. Invece il fenomeno delle correnti al suo interno ha portato degenerazioni, inefficienze ed un oggettivo corto circuito funzionale che ha minato il meccanismo della valutazione e dell’assegnazione degli incarichi apicali. Per questo ritengo che bocciare la riforma significhi tutelare incrostazioni di potere, non equilibri costituzionali. E paventando scenari catastrofici o un tradimento dei valori costituzionali, si fa un’operazione scaltra ma non intellettualmente onesta. Formalmente la vittoria del sì accrescerà l’autonomia della magistratura, e la forma è sostanza, mentre asserire che tutto questo sia solo un tassello di un disegno diverso – addirittura opposto – è fare un processo alle intenzioni poco credibile e fuorviante.
Il combinato disposto dell’articolo 104 cost. come modificato, e del 109 rimasto immodificato – ad esempio – mette al riparo dal rischio di controllo diretto dei pubblici ministeri e della polizia giudiziaria da parte dell’Esecutivo. Perché allora paventare il contrario?
Tecnicamente sono due i cambiamenti più impattanti: da un lato si sdoppia il Consiglio Superiore (oggi unico perché la carriera del magistrato è unica) e si aggiunge un’Alta Corte indipendente (che dovrà giudicare l’operato dei magistrati), dall’altro si prevede il sorteggio regolamentato come meccanismo alla base della scelta dei componenti delle tre assise.
Ne esce un assetto, equilibrato e rispettoso delle prerogative di ciascuno, che secondo me avrebbe meritato l’appoggio della minoranza parlamentare e così evitato la consultazione popolare su un argomento tecnico e complesso. Non è andata in questo modo, purtroppo, ed ora va stimolato l’approfondimento ed un’ampia consapevole partecipazione.
In chiusura mi permetto una considerazione personale: per contrastare questa riforma si accusa la politica di eccesso d’ingerenza, svilendo il potere legislativo definendolo mero scendiletto di quello esecutivo. Trovo il sillogismo strisciante “il Parlamento è politica, la politica è male, ergo il Parlamento è male” inaccettabile e pericoloso; anche perché tutto è “politica”, e negarlo è mera ipocrisia. Le associazioni fanno politica, gli ordini professionali fanno politica, i sodalizi datoriali e sindacali fanno politica, tutti legittimamente e molto spesso in modo più raffinato di quanto non lo facciano i partiti. A qualcuno piace giocare a carte coperte nascondendosi dietro ruoli tecnici, ma la competenza e l’onestà non stanno solo da una parte. Proprio per dirla fuori dai denti: ci sono tante persone per bene – e aggiungo competenti – che voteranno sì, e chi ha affermato il contrario ha offeso milioni di cittadini.
Stiamo attenti a non abusare di scorciatoie speculative, e soprattutto si smetta di giocare con la Costituzione, considerandola la migliore del mondo a giorni alterni a seconda della convenienza. È molto bella, sì, ma non è immutabile. Si ragioni e ci si confronti nel merito, con toni rispettosi e degni del ruolo istituzionale che si ricopre, e invece che auspicare minore politica si lavori perché la politica sia migliore.
Damiano Amaglio
Consigliere Comunale Seriate al Centro – Forza Italia


