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Gli sfoghi, i titoli e le delusioni: le avventure del “bergamasco” Trapattoni al Bayern Monaco
Foto Getty

L’allenatore originario di Barbata – di cui è cittadino onorario – ha guidato i bavaresi per tre anni negli anni ’90, regalando momenti iconici. In passato ha raccontato di essere stato vicino anche all’Atalanta: quella di martedì sera sarà anche per lui una “sfida del cuore”

Non ci sono dubbi che sia stato il bergamasco più famoso che abbia mai rappresentato il Bayern Monaco. Sì, bergamasco, e non è una forzatura. Dieci anni fa, il 6 marzo 2016, ricevendo la cittadinanza onoraria di Barbata, Giovanni Trapattoni è diventato bergamasco a tutti gli effetti. Lo era già di origine, visto che papà Francesco è nato e cresciuto nel paese della Bassa, come tutto il lato paterno della famiglia, e mamma Romilda Bassani è invece di Isso. A conferirgliela è stato Vincenzo Trapattoni, sindaco dal 2014 e parente del mister: il nonno del primo cittadino era infatti cugino diretto del nonno di Giovanni, da cui l’ex allenatore di Inter, Juventus e Nazionale ha ereditato anche il nome.

Il Trap è nato a Cusano Milanino, ultimo di cinque fratelli: i primi quattro hanno visto la luce nella cascina di Barbata dove vivevano i genitori e i nonni. Lui invece fuori dal territorio orobico, perché la famiglia di era da poco trasferita per seguire un’opportunità lavorativa del papà. Festeggerà l’87° compleanno il 17 marzo, il giorno prima del ritorno degli ottavi di finale di Champions League tra il “suo” Bayern Monaco e quell’Atalanta di cui è sempre stato avversario, ma per la quale nutre comunque affetto, da buon bergamasco.

Il nerazzurro lo ha anche sfiorato negli anni ’70, quando stava mettendosi in mostra nel Milan, al termine della sua carriera da giocatore e dopo l’inizio di quella da allenatore sempre in rossonero. Ebbe contatti con la presidenza Bortolotti, poi arrivò la Juventus: il resto è storia. La doppia sfida che è un po’ anche del suo cuore la seguirà davanti alla televisione della sua casa di Cusano, dove si è ritirato a vita privata da tre anni, dopo la morte della moglie Paola.

trapattoni barbata

Trapattoni e il Bayern, un legame speciale

Se la salute glielo avesse permesso, probabilmente il 10 marzo avrebbe voluto poter essere alla New Balance Arena per la gara d’andata. D’altronde il suo legame con il territorio orobico è sempre stato profondo e poter vedere il “suo” Bayern sfidare la Dea lo fa certamente sorridere. Sì, “suo”, perché il Trap è stato uno degli allenatori più iconici nella storia recente dei bavaresi. Si è seduto su quella panchina per due volte: nella stagione 1994/95, poi dal 1996 al 1998.

Ha vinto il Meisterschale nel 1997 e la Coppa di Germania l’anno successivo, in cui ha chiuso il campionato al secondo posto dietro il Kaiserslautern, campione neopromosso a sorpresa. Forse una delle più grandi delusioni della sua carriera costellata di vittorie. Ma di quella terza e ultima stagione tedesca è un altro il momento più di tutti rimasto nella memoria, che si è consumato proprio il 10 marzo, lo stesso giorno di Atalanta-Bayern: la mitica conferenza stampa del “Flasche leer”, la “bottiglia vuota”, lo sfogo di tre minuti in un tedesco maccheronico ma efficace contro i suoi giocatori e lo scarso impegno messo in campo, seguente a tre sconfitte di fila, in un momento in cui era stato anche accusato di essere un difensivista (e vedeva il titolo tedesco scivolargli via dalle mani).

È stato uno dei tanti highlights di un’avventura triennale (con un pausa di una stagione) iniziata nel peggiore dei modi, con una sconfitta tra le più storiche nella storia del Bayern, al primo turno di Coppa di Germania contro il TSV Vestenbergsgreuth, squadra militante al tempo nell’allora terza serie, piccola realtà espressione di un paesello della Franconia di 1.500 anime, club talmente piccolo che aveva chiesto ‘ospitalità’ al Norimberga nel suo stadio per giocare la partita più importante della sua storia. E che l’ha vinta 1-0 (rete di un tale Stein al 43’) contro la squadra che pochi mesi prima si era laureata campione di Germania.

Un inizio shock, preceduto anche dal ko in Supercoppa contro il Werder e seguito da un 5-1 sul campo del Friburgo. Iniziato sotto i migliori auspici, con la visita a casa sua a Cusano di tre icone del Bayern come Beckenbauer (suo predecessore in panchina), Uli Honess e Rummenigge, che era stata la la stella della sua Inter, ha chiuso l’anno con un misero sesto posto, peggior risultato degli ultimi trent’anni e quinta peggior stagione nella storia del Bayern (pur sfiorando la finale di Champions League), tornando in Italia al Cagliari. Meglio è andata nella seconda esperienza: sentiva di avere un conto in sospeso che andava saldato, soprattutto per gli screzi con Lothar Matthäus, simbolo della squadra (e a sua volta allenato all’Inter).

Giovanni Trapattoni

In Germania e a Sabener Strasse viene comunque ricordato con grande affetto, come praticamente in ogni squadra in cui è stato: dagli straordinari cicli con Juventus (quasi 600 panchine) e Inter, dalla Fiorentina alla Nazionale Italiana guidata al Mondiale del 2002 e a Euro 2004, poi Benfica, Stoccarda, Salisburgo, fino alla conclusione della carriera nel settembre 2013 con l’Irlanda. Un giramondo, quasi precursore essendo stato uno dei primi italiani ad allenare in campionati esteri. Campione in quattro paesi diversi, con 10 titoli nazionali a curriculum.

Radici bergamasche

Tutto è iniziato in un campetto davanti al municipio di Barbata, dove giocava d’estate insieme allo zio, nelle lunghe estati che da piccolo trascorreva nella cascina dei nonni dando da mangiare alle mucche insieme a nonno Giovanni, che riposa nel cimitero comunale: “Mio padre è del ’32, giocava a pallone con lui”, racconta il sindaco Vincenzo Trapattoni, ricordando con affetto le visite in tempi recedenti del mister ai suoi familiari rimasti nella Bassa.

Lo stesso campetto di fronte al quale è stato insignito della cittadinanza nel 2016: “Mi rivedo che gioco nel cortile o nel fienile, era dal 1999 che non tornavo…” aveva ricordato con la commozione negli occhi, stringendo il registro di classe dell’anno scolastico 1913/14 con i voti dei suoi genitori.

La cittadinanza era stata conseguita “per i risultati conseguiti nell’ambito sportivo, prima come calciatore e poi come allenatore”, per un uomo “legato alle sue radici ed origini bergamasche e per tutti gli abitanti del paese motivo di vanto”. D’altronde, come ricorda il primo cittadino, “tutti lo conoscono: ero in vacanza a Sharm El Sheikh e quando hanno visto il cognome, al controllo documenti, mi hanno subito chiesto se fossi parente”. Fischia…

Giovanni Trapattoni