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Un mondo distopico. La responsabilità di una generazione

Di colpo ti trovi come inesorabilmente costretto a seguire e commentare, ora per ora, ora dopo ora, dichiarazioni che varcano questi confini, quelli che ci sembravano invalicabili, ancora fino a poco fa

E poi ti trovi improvvisamente in un mondo distopico. I suoi principali caratteri sono la disumanizzazione, la mancanza di empatia, la perdita di ogni identità e riferimento morale. Linee rosse non ce ne sono più. Giorno dopo giorno superate, senza sosta, senza tregua.

Di colpo ti trovi come inesorabilmente costretto a seguire e commentare, ora per ora, ora dopo ora, dichiarazioni che varcano questi confini, quelli che ci sembravano invalicabili, ancora fino a poco fa. Così, se cercare di contribuire ad offrire una propria lettura di questo nostro tempo significa occuparsi solo ed esclusivamente di questo, ad un certo punto subentra un profondo senso di frustrazione, di disillusione, di fastidio tale che non se ne ha più la forza. Si resta esausti, di fronte all’indicibile.

E ci si sente accompagnati dalla piena consapevolezza di quanto in questo nostro tempo si sia ormai radicata una cultura, non solo politica, che fa veramente rabbrividire. Resta un senso di sopraffazione, di impotenza, di sconfitta e soprattutto di profondo dispiacere verso le nuove generazioni, vere vittime di tutto questo, pur essendone proprio loro molto distanti per priorità e valori.

Perché quanto si è prodotto non è che la proiezione di una cultura che nasce da un mondo che per queste nuove generazioni non esiste più, che non ha nulla a che fare con la visione con cui cercano di interpretare la loro vita: il mondo delle generazioni che le hanno precedute, quello della competizione, del desiderio di emergere, delle performance e della loro misurazione, dell’avversario che diventa un nemico, della vittoria, del guadagno, della ricchezza, del potere.

Tutte prospettive di realizzazione personale che non appartengono a coloro che più di tutti pagheranno il prezzo di questi giorni orrendi.

È arrivato il tempo, per chi arriva da generazioni precedenti, di riconoscere il fallimento di non essere riusciti in quella che doveva essere la propria prima responsabilità: lasciare a chi arrivava dopo un mondo migliore. Noi, che lo abbiamo invece ricevuto da chi ci ha passato il testimone, quelle Madri fondatrici e quei Padri fondatori di istituzioni nate sulle immani macerie di conflitti tra i più devastanti della storia dell’umanità, che hanno saputo offrirci i pilastri di un mondo fondato su stato di diritto e democrazie liberali, su multilateralismo e cooperazione, su rispetto della dignità delle persone e tutela dei loro diritti fondamentali, su libertà e uguaglianza.

Ora, come non mai, è il tempo di agire, con la responsabilità di figlie ricostruttrici e figli ricostruttori di quanto così generosamente abbiamo ricevuto.

“Abbiamo il potere di rendere questa la migliore generazione dell’umanità nella storia del mondo, o di renderla l’ultima.” (John F. Kennedy, discorso prima della 18^ Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 20 settembre 1963). È questa la nostra missione, non ci può essere altra priorità.

Continuiamo a tenere accesa, insieme, la speranza nel nostro futuro.


Alberto Colombelli
Presidenza nazionale di Libertà Eguale
Diplomato ISPI in Affari europei