L'intervista
|Giornata della donna, la dottoressa Von Wunster: “Solitudine e isolamento gravi criticità”
La dottoressa Silvia Von Wunster, direttore della struttura complessa di Ginecologia dell’Ospedale Bolognini di Seriate, illustra le principali esigenze delle pazienti di ogni età
“Le donne hanno bisogno di essere ascoltate. Solitudine e isolamento sono le criticità maggiori”. Così la dottoressa Silvia Von Wunster, direttore della struttura complessa di Ginecologia dell’Ospedale Bolognini di Seriate, illustra le principali esigenze delle pazienti di ogni età.
In occasione della giornata internazionale della donna, che ricorre ogni anno l’8 marzo, l’abbiamo intervistata chiedendole un parere sulle problematiche più urgenti.
Quale significato assume la giornata internazionale della donna in un tempo come quello che stiamo vivendo, segnato da conflitti e difficoltà?
In determinati contesti sociali e culturali le donne sono la parte della società che paga il prezzo più alto delle situazioni difficili. Lo possiamo constatare soprattutto volgendo lo sguardo al conflitto in Iran o guardando al contesto dell’Afghanistan. Per farsi un’idea, posso citare l’esempio di una collega ginecologa dell’Asst Bergamo Est, la dottoressa Benedetta Cornelli, che ha in programma di partire per l’Afghanistan per svolgere una missione umanitaria con Medici Senza Frontiere.
Ci spieghi
Al momento non sa se potrà partire perché il volo è stato annullato per motivi di sicurezza. Ci tiene particolarmente perché in quel Paese da una parte le leggi impediscono alle donne di essere assistite da personale sanitario di sesso maschile e dall’altra alle donne non è consentito di studiare, quindi non vengono formate nuove infermiere, ostetriche, ginecologhe e più in generale dottoresse. Significa che le donne sono abbandonate a loro stesse e condannate a rimanere senza assistenza: quando ne hanno la necessità non possono che affidarsi al volontariato o al contributo di donne straniere come la dottoressa Cornelli. È un esempio di come le donne paghino il prezzo più alto ma anche di come le altre donne potrebbero aiutarle. Anche ai giorni nostri, quindi, c’è molto da lavorare sul fronte dei diritti: in questo caso stiamo parlando di quelli fondamentali riguardanti la salute.
E quali sono da noi le maggiori problematiche delle donne oggi secondo lei?
Sono molteplici. La prima a cui penso è la solitudine: anche oggi ci sono troppe situazioni di enorme disagio sociale e culturale. Assistiamo numerose vittime di violenza domestica e casi che fanno rabbrividire, specialmente se si pensa che si tratta della punta di un iceberg. Parecchie donne finiscono in pronto soccorso per esiti di traumi, ma sicuramente ce ne sono moltissime di cui non veniamo a conoscenza. Un’altra criticità è costituita dall’isolamento e ce ne accorgiamo guardando per esempio alle donne straniere in Italia. Tante vivono nel nostro Paese ma non parlano l’italiano, magari hanno figli ma non sono inserite nel contesto sociale e ci sono mariti che non vogliono che imparino la lingua. Dal nostro punto di vita, invece, la criticità maggiore risiede nella difficoltà a ricoprire determinati ruoli. Molte donne vorrebbero avere figli ma rinunciano perché non hanno un posto di lavoro sicuro e i nonni o un contesto familiare che possa dare loro una mano, gli asili nido costano o non sono sufficienti per sostenerle nel ruolo di genitore.
Da dove è nata la sua passione per la professione di ginecologa?
È nata da un interesse scientifico. Ho voluto studiare medicina e sin dal primo anno mi sono appassionata allo studio della fisiologia dell’apparato riproduttivo per la magia dei processi che succedono con regolarità nel nostro organismo consentendo la riproduzione. Giorno dopo giorno ho constatato che è una professione appassionante perché mi mette a contatto con le donne, mi permette di conoscerle, aiutarle e accompagnarle nelle varie fasi della loro vita. Inoltre è un lavoro che consente di sviluppare una forte collaborazione con le colleghe e i colleghi: l’ambiente lavorativo è molto buono.
Ci sono difficoltà a fare squadra?
Guardando alla mia esperienza posso dire di no. Spesso si parla di modelli di leadership maschili o femminili – che ovviamente rappresentano delle generalizzazioni – e nel secondo caso in genere si dice che non c’è un capo che comanda e viene adottata un’organizzazione circolare in cui ognuno fa la propria parte, c’è una figura che coordina e io mi sono sempre sentita così. Con le mie colleghe e i colleghi c’è una positiva condivisione delle responsabilità ed è importante: se ci sono problemi si affrontano assieme ed è difficile che ci si lasci da soli.
Passo dopo passo lei ha costruito una luminosa carriera. È difficile emergere per una donna?
Devo dire che non ho trovato difficoltà, anzi ho incontrato persone che mi hanno spronata. Sia in università sia sul lavoro ho avuto maestri che mi hanno sostenuta, a cominciare dal mio primario, il professor Giuseppe Amuso, che mi ha incoraggiata a diventare primario. Anche a livello familiare ho sempre avuto figure maschili che mi sono state vicino, come mio padre e mio marito, che non hanno mai fatto mancare la loro disponibilità a supportarmi.
Quanto è complicato conciliare vita privata e carriera?
Conciliare vita privata e carriera è molto difficile. I miei figli ora sono grandi e ho superato la fase in cui avevano la necessità di essere seguiti, ma vedo le difficoltà delle mie colleghe più giovani. Far collimare le esigenze familiari con le necessità di un lavoro come il nostro è davvero duro: bisogna accettare di non essere perfette e l’aiuto del marito, dei nonni e della famiglia è fondamentale. Va considerato che spesso svolgiamo turni di 12 ore di lavoro e sicuramente questa tempistica non aiuta: il tema sul lavoro delle donne nella sanità è un argomento su cui riflettere.
Ogni giorno è accanto alle donne. Quali sono le loro richieste?
Il bisogno principale è quello di essere ascoltate e di essere informate. C’è stato un cambiamento radicale negli ultimi vent’anni in medicina: in passato le pazienti accettavano le proposte terapeutiche dei medici senza metterle in discussione, mentre ora vogliono essere coinvolte e avere tutte le informazioni sui problemi di salute, sulle loro condizioni e sulle terapie da adottare. Giustamente, vogliono capire bene ed essere messe nelle condizioni di scegliere la terapia più consona alle loro esigenze. Penso che sia uno degli aspetti più belli della mia professione: è un lavoro che offre la possibilità di compiere un percorso assieme alle donne e stare accanto a ognuna con le proprie peculiarità. È sempre una soddisfazione vederle compiere scelte informate ed è bello non solo per loro stesse ma per tutti.
Quali sono secondo lei le priorità delle donne nel nostro Paese dal punto di vista sanitario?
Avere un contesto in cui si sentano accolte e che permetta loro di accedere ai servizi di cui hanno bisogno, che nelle ragazze più giovani in genere riguardano la contraccezione, in età adulta la fertilità e successivamente l’assistenza in menopausa. È fondamentale che si sentano ascoltate e accompagnate, non lasciate sole.
Da donna è più o meno semplice prendere posizioni sui temi etici?
Svolgendo la professione, giorno dopo giorno si impara ad ascoltare e si entra in contatto con diverse realtà, alcune delle quali purtroppo sono contraddistinte da particolare disagio. Bisogna essere capaci di cogliere le richieste delle donne senza pregiudizio e senza avere un atteggiamento giudicante per capire quale sia la cosa migliore per la loro salute e il loro benessere. Esercitando il mio lavoro, nel tempo ci si accorge che bisogna rimuovere gli ostacoli che si possono frapporre fra le loro esigenze e le loro condizioni. Personalmente, ho fatto la mia parte per agevolare la messa in campo di percorsi che vanno in tale direzione. Il presupposto di partenza è che se non si ascolta non si può capire una problematica: è facile esprimere giudizi globali, ma se si è a contatto con realtà diverse spesso si viene a conoscenza di difficoltà che non riusciamo nemmeno a immaginare, quindi si riescono a comprendere meglio determinate richieste delle donne.
Per concludere, le piacciono le quote rosa negli organi decisionali?
No, perché se ci sono vuol dire che siamo di fronte a una situazione di disuguaglianza e di non rispetto delle pari opportunità. Vorrei che venisse riconosciuto il merito e che le donne abbiano le stesse opportunità dei loro colleghi. Il ricorso alle quote rosa è il segnale di qualcosa che non va: a mio parere dovrebbero contare le competenze a prescindere dal fatto che una persona sia un uomo o una donna.


