L’8 marzo non chiede celebrazioni rituali. Chiede una spallata culturale e concreta. Chiede di mettere al centro la libertà vera e oggi rendere possibile la libertà delle donne significa soprattutto renderle autonome rafforzando cultura, strutture, servizi, organizzazione e più condivisione
Ho scelto tre parole semplici, essenziali, inseparabili: donna, lavoro, libertà.
Le ho messe in questo ordine perché credo che, ancora oggi, non ci sia piena libertà per una donna senza indipendenza economica. E l’indipendenza economica passa, prima di tutto, dal lavoro. Non da un lavoro qualsiasi, ma da un lavoro dignitoso, adeguatamente retribuito, compatibile con una vita piena.
Parlo con cognizione di causa. Sono una donna, una madre di tre figlie, una figlia a mia volta, con una mamma anziana ancora da accudire. Guardo il lavoro da vicino: da imprenditrice con il 75% delle collaboratrici donne e da Presidente di Confindustria Bergamo. E guardo ogni giorno la vita concreta delle donne: quella delle giovani che vogliono costruirsi un futuro, delle madri che tengono insieme figli e professione, delle figlie adulte che si occupano dei genitori anziani.
Per questo l’8 marzo, più che una ricorrenza, deve essere per noi un’occasione di verità.
La verità è che abbiamo fatto passi da gigante, ma siamo ancora lontani da una parità vera.
Anche a Bergamo, territorio forte, dinamico, laborioso, i numeri ci dicono che il cammino è ancora lungo. Nel IV trimestre 2025 le donne sono quasi la metà tra i soci, ma scendono al 25% tra amministratori e titolari d’impresa. È un dato che racconta bene il punto: le donne ci sono, partecipano, ma troppo spesso si fermano un gradino prima dei ruoli decisionali.
Anche nel mercato del lavoro il quadro è doppio. Da una parte, il tasso di attività femminile a Bergamo nel 2024 ha raggiunto il 61,4%, in crescita di oltre 5 punti negli ultimi cinque anni. Dall’altra parte, il divario con gli uomini resta di 15,8 punti percentuali. E questo gap non nasce da una minore capacità, da una minore preparazione o da una minore ambizione. Nasce soprattutto da un sistema culturale e sociale che continua a caricare sulle donne il peso prevalente della cura.
Ed è qui che lavoro e libertà si intrecciano davvero.
La libertà di scelta delle donne non è reale se resta affidata all’eroismo individuale, ma se le condizioni al contorno la rendono praticabile, se attorno a loro esistono strutture, servizi, modelli organizzativi e responsabilità condivise che consentano quella decisione.
Una proposta chiara, prioritaria, per non disperdere energie in troppe direzioni, è quella di garantire asili nido gratis per tutti. Se vogliamo togliere l’alibi della scelta obbligata, se vogliamo dare davvero a tutte le donne una base di libertà, dobbiamo partire dai servizi per l’infanzia. Non da misure che intervengono solo dopo, quando la rinuncia al lavoro è già cominciata.
I dati ci dicono quanto il tema sia decisivo. In provincia di Bergamo solo il 17,4% dei bambini tra 0 e 2 anni usufruisce dei servizi per l’infanzia. Questo significa che troppe famiglie restano escluse e che, troppo spesso, a pagare il prezzo di questa insufficienza sono le donne. È lì che la libertà si restringe e una scelta apparentemente privata diventa una rinuncia obbligata. Allargano lo sguardo alla situazione italiana i numeri non migliorano: secondo l’ultimo report Istat in Italia sono attivi poco meno di 15.000
asili nidi per un totale di circa 378mila posti: in media ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini, ben lontano dal target europeo del 45% del 2030.
Non credo che la risposta principale stia nel continuare ad allungare i tempi di astensione dal lavoro e i congedi. Sono misure che da sole non bastano e rischiano di aggiungere complessità gestionale nelle aziende senza risolvere il nodo di fondo. Il punto non è allontanare più a lungo le persone dal lavoro, ma mettere madri e padri nelle condizioni di mantenere un equilibrio tra vita familiare e professionale nelle diverse fasi della vita, con un impegno condiviso.
Servono quindi più strumenti normativi e accordi aziendali che favoriscano una distribuzione più equilibrata dell’accudimento tra entrambi i genitori e che permettano di mantenere vivo il legame professionale durante il periodo di congedo, rendendo il rientro al lavoro più sereno.
Su questo tema in Confindustria Bergamo abbiamo studiato e realizzato, insieme a tutte e tre le sigle sindacali, un quaderno di linee guida che prende spunto dalle migliori pratiche adottate dalle imprese nella gestione della flessibilità con un’attenzione specifica ai mutati bisogni dei giovani, delle donne e ai temi della conciliazione nelle diverse fasi della vita. È uno strumento utile, nato dall’ascolto delle imprese e dei lavoratori.
Ma le norme non bastano se non si compie fino in fondo il salto culturale: ancora oggi in Italia le donne sostengono il 74% del lavoro di cura familiare e domestico. Figli, anziani e casa non possono più essere considerati un tema che riguarda solo le donne: sono una responsabilità familiare da condividere e, più in generale, una questione sociale.
Più occupazione femminile, più servizi per l’infanzia, una migliore organizzazione dei tempi della scuola, nuove regole e un cambio culturale sono parti dello stesso disegno che non punta a rompere il tetto di cristallo per poche, ma a allargare le mura della stanza per molte creando le condizioni per percorsi basati non su una parità forzata, ma su una vera meritocrazia. Lo impone la realtà demografica che abbiamo davanti agli occhi: meno nascite, una popolazione che invecchia e una forza lavoro che si riduce.
Non è un tema privato né femminile: riguarda la tenuta futura della nostra società e del nostro sistema economico.
Non smettiamo di parlarne, anche a costo di renderci noiosi e scatenare ironia e sorrisini. Il gender gap si sente fin da bambine e va scardinato con reazioni quotidiane. Se una bambina cresce vedendo solo uomini nei posti di comando, è più facile che restringa da sola l’orizzonte delle proprie possibilità.
Anche il linguaggio conta. Non usare il femminile per mestieri e ruoli significa, spesso inconsapevolmente, negarne l’esistenza: il linguaggio forma il pensiero. Non a caso, uno studio mostra che quando si chiede ai bambini quale lavoro immaginano per il futuro, le femmine ne indicano in media 16, i maschi 80.
Il talento femminile non manca, siamo tutti convinti. Mancano ancora, troppo spesso, le condizioni per farlo esprimere fino in fondo.
L’8 marzo, allora, non chiede celebrazioni rituali. Chiede una spallata culturale e concreta. Chiede di mettere al centro la libertà vera e oggi rendere possibile la libertà delle donne significa soprattutto renderle autonome rafforzando cultura, strutture, servizi, organizzazione e più condivisione.
Donna, lavoro, libertà: finché queste tre parole non staranno davvero insieme, la parità resterà incompleta. E noi non possiamo più permettercelo. Non come donne, non come famiglie, non come imprese, non come Paese.
Giovanna Ricuperati
Imprenditrice e Presidente di Confindustria Bergamo


