L'intervista
|Per l’8 marzo la voce di un’iraniana a Bergamo: “L’augurio? Più diritti per le donne”
Sheghi Taba, fondatrice del Caffè Papavero in via Pignolo, è originaria dell’Iran: in occasione della Giornata della donna racconta la sua storia a supporto dei diritti femminili
Bergamo. Sheghi Taba nel 2011 lascia l’Iran alla ricerca di nuove prospettive. Sceglie il capoluogo bergamasco come punto di partenza per la sua vita in Italia.
Dopo gli studi a Milano, decide di cimentarsi nel settore della ristorazione: apre prima “Caffè Papavero” in Via Pignolo e poi la trattoria “Il Coccio” in via Sant’Alessandro. Ci confida che a breve partirà il suo terzo progetto: un locale in via Sant’Orsola, la cui cucina tipica sarà proprio quella persiana.
Esempio di forza e tenacia, Sheghi rappresenta la lotta per i diritti delle donne iraniane, ma non solo. La ristoratrice è un’attivista convinta e in Bergamo ha trovato una seconda casa, pronta ad accoglierla e abbracciarla.
In occasione della Giornata internazionale della donna, Sheghi racconta la sua storia e lancia un appello alla popolazione femminile, i cui diritti sono spesso calpestati e limitati.
Signora Taba, sappiamo che è arrivata in Italia nel 2011. Come mai ha scelto questo Paese? In quanto donna, è stato difficile avviare un’attività nella ristorazione?
L’Italia non era la prima scelta per ragioni linguistiche: l’italiano, per noi iraniani, è difficile perché le differenze grammaticali sono tante. In Iran studiamo il farsi e l’inglese. L’idea era quella di aprire un ristorante, ma non conoscendo bene né la lingua né le leggi italiane non è stato semplice. Quindi, ho optato per un bar: Caffè Papavero. Sono stata fortunata perché la comunità di via Pignolo mi ha accolta nella sua creatività.
Per quanto riguarda le difficoltà che ho incontrato in quanto donna, si sa che siamo fisiologicamente diverse, basti pensare alla maternità: dal 2011 le cose, per me, sono molto cambiate. Prima ero una donna single, ora sono sposata e mamma di due bambini. Adesso è più difficile, nonostante il lavoro in proprio mi lasci più libertà rispetto ad alcune donne dipendenti. Spesso quando i miei figli sono malati chiamano me e mai mio marito: succede a moltissime mamme lavoratrici, ma perché?
Penso che la società condizioni la nostra realtà. Ormai i ruoli genitoriali dovrebbero essere equilibrati perché le donne non vivono più una condizione di lavoro unicamente interna alle mura domestiche. Dovremmo prendere esempio dai Paesi nordici per avere una vita femminile più paritaria di quella attuale.

Come si sente dopo lo scoppio del conflitto in Iran e cosa direbbe alle donne iraniane?
Le leggi islamiche sono 47 anni che limitano le scelte delle donne: non hanno diritto al divorzio, allo studio, al viaggio. Con la situazione che si sta delineando, determinate condizioni possono cambiare.
Stanno succedendo molte cose sul territorio iraniano. Con il movimento “Donna, vita, libertà” avevamo la speranza di aiutare le proteste che riguardavano la popolazione femminile, ma al momento l’80% degli iraniani ha fiducia nell’aiuto dei Paesi stranieri intervenuti. Secondo me, quando cadrà questo governo, la strada sarà ancora lunga prima di costruire una nuova vita. Tra le prime cose da sistemare ci sarebbero proprio i diritti delle donne. Mi auguro che questa situazione finisca presto. Adesso che siamo vicini all’8 marzo auguro a tutte le donne iraniane e del mondo, le cui libertà sono limitate, una vita non vincolata da obblighi di legge.


