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La grande migrazione del debito: quando l’AI mangia il reddito fisso

Oggi, all’inizio del 2026, il copione sta cambiando radicalmente. L’AI non è più solo una storia da mercato azionario: sta silenziosamente migrando verso il reddito fisso, portando con sé un fardello di debito colossale che potrebbe ridefinire le regole dell’investimento obbligazionario

Da diversi anni gli investitori guardano all’Intelligenza Artificiale come al motore di un rally azionario inarrestabile, con i titoli tecnologici a trascinare i listini di mezzo mondo. Oggi, all’inizio del 2026, il copione sta cambiando radicalmente. L’AI non è più solo una storia da mercato azionario: sta silenziosamente migrando verso il reddito fisso, portando con sé un fardello di debito colossale che potrebbe ridefinire le regole dell’investimento obbligazionario.

Parliamo di numeri da capogiro: tra i 3.000 e i 5.000 miliardi di dollari necessari per costruire l’infrastruttura fisica dell’AI, in gran parte finanziati sul mercato obbligazionario. Solo nel 2026, gli hyperscaler come Meta, Alphabet e Amazon potrebbero emettere fino a 400 miliardi di nuovi bond. Questa valanga di debito non è un dettaglio per specialisti. È una trasformazione che investe l’intero sistema finanziario, mettendo in discussione la storica decorrelazione tra azioni e obbligazioni e ponendo nuovi dilemmi alle banche centrali. In questo articolo proveremo a districare i nodi di questa grande migrazione del capitale, per capire cosa cambierà davvero nei nostri portafogli.

Si chiude una settimana decisamente turbolenta per i mercati globali. L’attacco a sorpresa a Teheran e la successiva eliminazione della guida suprema hanno acceso le polveri in Medio Oriente, costringendo gli investitori a ricalcolare il rischio da zero. Il primo inevitabile effetto è stato sul petrolio. Il greggio ha visto un’impennata a doppia cifra, con il Brent che ha superato gli 80 dollari e il WTI tornato sui massimi da mesi, complice il timore di un blocco definitivo dello Stretto di Hormuz. In un primo momento, le Borse hanno reagito con il panico: lunedì i listini europei e asiatici sono affondati, con Tokyo in calo di quasi il 2%.

Tuttavia, la fotografia della settimana è stata più sfaccettata. Wall Street ha mostrato una resilienza sorprendente. Dopo un avvio in forte rosso, gli indici USA hanno recuperato terreno, chiudendo la settimana in ordine sparso. Il motivo? Da un lato, gli investitori hanno comprato il “dip” (il calo iniziale), scommettendo sulla natura temporanea del conflitto. Dall’altro, la “separazione” energetica ed economica degli USA li rende un bene rifugio: meno dipendenti dal greggio mediorientale e con il settore tecnologico (trainato dall’IA) a fare da scudo.

Le implicazioni per le prossime settimane ruotano attorno a due variabili principali:
– La durata del conflitto. Se la guerra dovesse trascinarsi, il rischio è che lo shock petrolifero si trasformi in uno shock inflazionistico da offerta persistente, costringendo le Banche centrali a mantenere i tassi alti più a lungo, con conseguenze recessive per Europa e Asia.
– La rotazione settoriale. Mentre i titoli del settore viaggi (compagnie aeree e crociere) sono stati penalizzati dal caro-carburanti, il comparto difesa (Lockheed Martin su tutti) e energetico hanno sovra performato.

In sintesi, se l’Europa trema per lo spettro dello shock energetico, gli Stati Uniti sembrano cavalcare la tempesta, confermandosi il porto dove il capitale cerca riparo in questa fase di alta tensione geopolitica. La settimana chiude con tutti i principali indici Italiani in pesante flessione. L’indice delle big caps – FTSE MIB – chiude con una perdita del 6,48% (-1,76% dall’inizio dell’anno), quello delle società star – FTSE ITALIA STAR – con una perdita del 6,01% (-8,15% dall’inizio dell’anno), mentre contiene le perdite quello delle micro caps.

Miglior titolo della settimana Lottomatica (20,65%) dopo che il management ha fornito, oltre ai risultati 2025, la guidance per il 2026, che prevede ricavi compresi tra 2,39 e 2,46 miliardi di euro e un adjusted Ebitda tra 940 e 980 milioni di euro. Gli investimenti ricorrenti sono attesi in un intervallo tra 85 e 90 milioni di euro, mentre gli investimenti in concessioni sono stimati intorno a 78 milioni di euro. Inoltre, alla luce della generazione di cassa attesa per il 2026 e della situazione patrimoniale, il management chiederà all’assemblea degli azionisti l’autorizzazione per l’acquisto di azioni proprie per un ulteriore 12,5% del capitale al fine di remunerare il capitale.

Medaglia d’argento per Eni (+4,40%) che cresce sulla scia dell’aumento del prezzo del petrolio e del gas.

Inoltre, Eni beneficia del report di UBS che ha mantenuto il rating “Buy”, ma alzato il target price a 23 euro (da 21) per azione, di Jefferies che pure ha mantenuto il “Buy” rating ma alzato il target price a 23 euro (da 19,5) per azione e di JP Morgan che ha alzato il rating a “Overweight” (da “Underweiht”) e alzato il target price a 22 euro (da 17,5) per azione. Terzo miglior titolo della settimana, Leonardo (+3,19%) che performa sia grazie allo scoppio delle ostilità tra USA – Israele e l’Iran, sia grazie alla commessa del valore di un miliardo di sterline, con il Ministero della difesa del Regno Unito per la fornitura di 23 elicotteri AW149 nell’ambito del programma Medium
Helicopter.

Peggior titolo della settimana Amplifon (-20,38%) dopo la comunicazione dei risultati del 2025 che hanno visto ricavi sostanzialmente stabili a cambi correnti a 2,4 miliardi di euro (+1,7% a cambi costanti) e una flessione del 4,5% dell’Ebitda adjusted che si è fermato a 540,44 milioni di euro per effetto della minore leva operativa, della diluizione legata all’espansione del network diretto Miracle-Ear negli Stati Uniti, del mix geografico in area EMEA e dei maggiori investimenti di marketing. Utile netto adjusted in calo del 15,3% a 159,16 milioni di euro.

Secondo peggior titolo Nexi, che lascia sul campo il 19,82%. Agli investitori non è piaciuto il piano strategico 2026-28 presentato dal management. Piano che prevede il ritorno ad una crescita mid single digit del 5% circa dei ricavi a fine piano, con un ritorno alla crescita dell’Ebitda margin nel 2028. Inoltre, NEXI stima 2,4 miliardi di euro di excess cash totali nell’arco del piano. Con riferimento al 2026, Nexi stima ricavi sostanzialmente in linea con il 2025, con le Merchant Solutions in riaccelerazione, mentre l’Ebitda è previsto in valore assoluto sostanzialmente stabile dopo gli investimenti strategici. Il management prevede excess cash di 750 milioni di euro, post investimenti strategici e tasse più elevate.

Terzo peggior titolo della settimana Mediobanca (-16,63%) dopo che l’attuale AD di Banca MPS (che come noto controlla Mediobanca), Lovaglio, è stato escludo dalla rosa dei candidati per il nuovo Consiglio di Amministrazione della controllante.

Per anni vi abbiamo raccontato l’Intelligenza Artificiale come il motore di un rally azionario senza precedenti, con i titoli tecnologici a far da traino ai listini di tutto il mondo. E era vero. Oggi, all’inizio del 2026, il copione sta però cambiando sotto i nostri occhi. Il fenomeno non è più solo azionario. L’AI sta silenziosamente migrando dal mercato dei capitali di rischio a quello del reddito fisso, con implicazioni così profonde da ridefinire le regole stesse dell’investimento obbligazionario e, di riflesso, l’equilibrio dell’intero sistema finanziario globale. Quella che stiamo per analizzare non è la solita storia di chip e moltiplicazioni dei prezzi, ma la cronaca di un “funding gap” – un buco di finanziamento – che vale migliaia di miliardi e che potrebbe ridisegnare il rapporto tra azioni e obbligazioni per il prossimo decennio.


Il conto salato dell’infrastruttura pensante

Partiamo da un dato incontrovertibile: l’AI generativa è una creatura incredibilmente “asset heavy”. A differenza del software tradizionale, che una volta scritto poteva essere replicato all’infinito a costo zero, l’AI moderna richiede una base fisica colossale. Non c’è modello linguistico che funzioni senza migliaia di GPU (le schede grafiche che processano i dati) stipate in capannoni grandi come città, i famigerati data center. E questi centri dati hanno una fame inestinguibile di energia elettrica, al punto da competere con i consumi di intere metropoli.

Secondo le stime più accreditate, tra cui quelle di Morgan Stanley e Moody’s, per costruire l’infrastruttura necessaria all’AI nei prossimi anni serviranno almeno 3.000 miliardi di dollari. JPMorgan, includendo anche gli investimenti per potenziare le reti elettriche, alza l’asticella fino a 5.000 miliardi. Parliamo di una scala di investimenti paragonabile ai momenti più intensi della rivoluzione industriale.
Ora, la domanda sorge spontanea: chi paga il conto? La risposta, per la gioia degli analisti finanziari, è affascinante e complessa. Nemmeno i colossi con le casseforti più gonfie – le big tech come Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta – possono (o vogliono) finanziare una simile espansione solo con il proprio cash flow operativo. Devono ricorrere al mercato. E lo stanno facendo in modo massiccio.


L’anno zero del debito corporate: 2026

Il 2026 passerà alla storia come l’anno in cui il debito societario è diventato “tecnologico”. Le cifre che circolano tra gli operatori sono da capogiro. Gli analisti prevedono che i soli hyperscaler (i giganti del cloud) e le loro joint venture raccoglieranno dai 250 ai 300 miliardi di dollari sul mercato obbligazionario. Altri stimano invece addirittura di 400 miliardi di dollari per il solo 2026, un incremento dell’800% rispetto ai numeri del 2024.

Non è solo una questione di volumi, ma di strategia finanziaria. Per avere un’idea della portata del fenomeno, basti guardare alcune operazioni degli ultimi mesi:
– Meta ha piazzato la più grande emissione standalone (non legata a fusioni e acquisizioni) della sua storia, raccogliendo 30 miliardi di dollari in bond a ottobre 2025;
– Oracle ha fatto incetta di liquidità con 18 miliardi a settembre 2025;
– Alphabet, la holding di Google, ha persino emesso un bond in franchi svizzeri con scadenza a 100 anni. Una mossa da “matusalemme” che ha attirato ordini per quasi 10 volte l’offerta, pagando uno spread (il premio di rischio) di 120 punti base sopra i Treasury americani.

Questo bond centenario è il simbolo perfetto dell’epoca che stiamo vivendo. Da un lato, dimostra la fiducia degli investitori nella solidità di questi giganti, capaci di emettere debito con scadenze bibliche. Dall’altro, alimenta i dubbi su una possibile bolla: stiamo finanziando a tassi oggi relativamente bassi (grazie ai rating elevatissimi delle big tech) un’infrastruttura che potrebbe diventare obsoleta prima che il debito venga ripagato? Bella la domanda, vero? Purtroppo nessuno lo sa come sarà il mondo fra 100 anni, ma nemmeno come ci arriveremo al 2126.


La sindrome di Greenspan e il dibattito in Fed

Questo scenario non si gioca solo nei consigli di amministrazione delle aziende, ma anche nei sacrari della politica monetaria. La Fed è divisa di fronte all’impatto macroeconomico dell’AI. Da un lato, c’è la scuola di pensiero di Kevin Warsh, indicato come prossimo presidente della Fed, che vede nell’AI una “forza disinflazionistica significativa” capace di aumentare la produttività e quindi giustificare tassi più bassi, sullo stile dell’era Greenspan.

Dall’altro, c’è una visione più cauta e per certi versi preoccupante, sostenuta da governatrici come Lisa Cook. Secondo questa tesi, l’AI potrebbe causare un aumento della disoccupazione “strutturale”. I lavoratori espulsi da mansioni automatizzabili (si pensi all’annuncio di Block, che ha tagliato il 40% della forza lavoro proprio grazie all’AI) potrebbero impiegare più tempo a trovare un nuovo impiego. Nel frattempo, i massicci investimenti di capitale e i salari di chi resta (i lavoratori altamente qualificati)
continuerebbero a tenere alta l’inflazione, o addirittura ad aumentarla.

Questa è la chiave di volta: un aumento della disoccupazione potrebbe non essere più un sintomo di debolezza economica, ma il segnale di una trasformazione tecnologica che, paradossalmente, potrebbe mantenere le tensioni inflazionistiche. In un contesto del genere, la politica monetaria tradizionale (tagliare i tassi quando la disoccupazione sale) rischierebbe di essere la cura sbagliata per la malattia, iniettando altra benzina sul fuoco dell’inflazione.


Azioni: oltre i magnifici 7, verso le utility

Per chi investe in azioni, il tema è duplice. Il primo, più evidente, è la concentrazione del mercato. I cosiddetti “Magnifici 7” (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia, Tesla) valgono ormai circa un terzo dell’intero S&P 500. Questa iper-concentrazione è un rischio in sé: se le attese di profitto sull’AI dovessero deludere, il contraccolpo sull’intero mercato sarebbe violento.

Ma c’è un secondo livello, più sotterraneo e affascinante. La fame di energia dei data center sta letteralmente resuscitando un settore che era considerato il più noioso e “difensivo” del listino: le utility elettriche. Dopo quasi vent’anni di domanda di energia piatta, gli Stati Uniti si trovano di fronte ad una crescita prevista del 38% della domanda tra il 2020 e il 2040. Nel 2025, il settore delle utilities ha sovraperformato il mercato, con un +23% contro il +18% dell’S&P 500, e le prospettive per il 2026 sono
ancora rosee.

Diverse aziende importanti stanno firmando contratti pluriennali con gli hyperscaler per fornire loro l’energia necessaria, ottenendo una visibilità sugli utili senza precedenti (il che significa una riduzione del rischio). Questo è un classico esempio di come un megatrend tecnologico (AI) possa generare opportunità in settori tradizionali, trasformando titoli da “bond-like” (stabili ma con poca crescita) a “growth” veri e propri. Occorre tuttavia, prestare attenzione al rischio normativo: se le bollette dei consumatori dovessero aumentare troppo per sovvenzionare questi colossali investimenti, la politica potrebbe intervenire, creando grattacapi alle stesse aziende.


Obbligazioni: la fine della “decorrelazione”

Veniamo al punto cruciale per i portafogli bilanciati. La crescita esponenziale del debito legato all’AI sta per cambiare la natura stessa del mercato obbligazionario.
Tradizionalmente, le obbligazioni corporate “investment grade” (ad alto rating) erano appannaggio di settori stabili come banche e telecomunicazioni. Oggi, il settore tecnologico sta scalando le classifiche. JPMorgan calcola che l’AI e i data center rappresentino già il 14,5% del suo indice di riferimento per il credito USA, superando la quota delle banche. Entro il 2030, si prevede che una quota tra il 20 e il 25% dell’indice sarà tech. Alcuni analisti arrivano ad ipotizzare che entro il 2030, metà dei primi dieci debitori societari USA saranno hyperscaler.
Cosa significa questo per l’investitore? Significa che la storica decorrelazione tra azioni e obbligazioni, il pilastro su cui si regge la diversificazione del portafoglio 60/40, potrebbe venire meno. Se i tuoi bond sono emessi dalle stesse aziende di cui possiedi le azioni (o da aziende a loro fortemente correlate), in caso di crisi del settore tech, sia le tue azioni che le tue obbligazioni potrebbero crollare insieme.

Inoltre, questa valanga di nuova carta societaria arriva in un momento in cui anche i governi hanno un enorme bisogno di finanziarsi. Questa “concorrenza” per il denaro degli investitori rischia di mettere pressione al rialzo sui rendimenti obbligazionari in generale. Lo spread di Oracle, ad esempio, è già aumentato di 0,75 punti percentuali dopo la sua maxi-emissione di settembre. In pratica, il debito per l’AI potrebbe rendere più costoso il debito per tutti, compreso quello pubblico.


I rischi sistemici nel cono d’ombra

Non possiamo poi ignorare i rischi che si annidano nelle pieghe più opache di questo sistema. Gran parte dei data center viene finanziata tramite Special Purpose Vehicle (SPV) o operazioni di project finance, spesso fuori bilancio. Questo rende il sistema complesso e frammentato, difficile da monitorare per le autorità di vigilanza.
Inoltre, stanno emergendo nuovi strumenti come i prestiti garantiti da GPU (le schede grafiche stesse usate come collaterale). La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ha già lanciato l’allarme: l’aumento della leva nel settore AI potrebbe amplificare gli shock finanziari se l’adozione della tecnologia o la crescita dei ricavi dovesse essere più lenta del previsto. Il timore è che l’hardware finanziato oggi possa diventare obsoleto prima che il debito venga ripagato.
Anche la Banca d’Italia ha recentemente richiamato l’attenzione sulle vulnerabilità derivanti dalla combinazione di “leva, opacità informativa e scarsità di dati” nei mercati dei capitali privati, un monito che si adatta perfettamente a questo contesto.


Cosa significa per il nostro portafoglio

Di fronte a questo scenario, come deve comportarsi l’investitore? Credo che si debba abbandonare l’idea di una narrazione unica. Non esiste più “l’investimento in AI”. Esistono invece diverse esposizioni, con profili di rischio differenti:

1. L’esposizione azionaria diretta (alta volatilità). I titoli tech restano il motore, ma la pazienza del mercato si sta esaurendo. Le aziende devono ora dimostrare di saper trasformare gli enormi investimenti in profitti reali. La fase dello “storytelling” è finita.
2. L’esposizione indiretta (crescita difensiva). Le utility e le infrastrutture energetiche offrono un modo per scommettere sull’AI con un profilo di rischio più tradizionale, attenti però all’evoluzione normativa e al costo dell’energia per i consumatori finali.
3. L’esposizione obbligazionaria (la grande incognita): I bond delle big tech non sono più “risk free” per il reddito fisso. Il loro destino è ora legato al successo commerciale dell’AI. La diversificazione obbligazionaria dovrà tenere conto di questa nuova correlazione, forse riscoprendo il valore di titoli di Stato (con la cautela, però, sugli effetti di crowding out) o di settori corporate non correlati al tech.

L’AI non è solo una rivoluzione tecnologica, ma una trasformazione finanziaria totale. Sta cambiando chi emette debito, chi lo compra e come le banche centrali lo interpretano. Per chi investe, il 2026 sarà l’anno in cui si separerà il grano dal loglio, e in cui la parola d’ordine, più che mai, dovrà essere diversificazione consapevole.


Antonio Tognoli testinaAntonio Tognoli

Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.