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Pax Christi Bergamo: la pace non si costruisce con la forza

Il movimento cattolico Pax Christi Bergamo riflette sul tema della pace in relazione ai conflitti mondiali in corso

LA PACE TRADITA

Siamo preoccupati e inquietati. Non è un’emozione passeggera, né un riflesso ideologico: è la sensazione concreta di trovarci davanti a un mondo che scivola verso una normalizzazione della violenza, mentre chi detiene il potere la traveste da “pace preventiva”. Il conflitto che Stati Uniti e Israele hanno alimentato in Medio Oriente viene presentato come un’azione necessaria, un gesto di tutela dell’ordine, quasi un dovere morale. Ma il diritto internazionale, e prima ancora la coscienza umana, respingono questa narrazione. La pace non si costruisce con la forza, e la forza non diventa pace solo perché qualcuno decide di chiamarla così. L’unico uso legittimo della forza è la difesa, non l’offensiva mascherata da prevenzione. Tutto il resto è mistificazione, manipolazione del linguaggio, violenza che si traveste da responsabilità.

LE GUERRE DIMENTICATE

Mentre i riflettori globali si concentrano su quel fronte, altre guerre continuano a bruciare lontano dagli schermi, come se il dolore avesse un valore diverso a seconda della latitudine. L’Ucraina resta un campo di devastazione, ma anche questo conflitto, che fino a ieri occupava ogni titolo, scivola lentamente verso la periferia dell’attenzione. E poi c’è l’Africa, un continente attraversato da ferite profonde, da conflitti che non hanno voce, da instabilità che non trovano spazio nel dibattito pubblico. Eppure, secondo i rapporti più recenti, oltre un terzo delle guerre più gravi del pianeta si concentra proprio lì, in quella fascia saheliana che molti fingono di non vedere, nel Mar Rosso che oggi è una delle aree più a rischio del mondo, nelle regioni dove la fame, la crisi climatica e la repressione politica si intrecciano in un’unica spirale di violenza. Il Sahel è diventato il laboratorio della guerra frammentata: non c’è un fronte, non c’è un nemico unico, non c’è un orizzonte. Ci sono milizie, gruppi jihadisti, eserciti indeboliti, mercenari stranieri, comunità locali abbandonate a sé stesse. Il Sudan vive una guerra civile totale, una delle più devastanti del nostro tempo, con milioni di sfollati e un collasso istituzionale che non sembra avere fine. Nel Corno d’Africa, Etiopia, Somalia ed Eritrea oscillano tra conflitti etnici, tensioni politiche e crisi umanitarie aggravate dal clima. E intanto, tra il 2025 e il 2026, una sequenza di colpi di stato, repressioni e governi fragili ridisegna la mappa politica del continente, mentre la voce dei giovani – che sono la maggioranza della popolazione africana – viene sistematicamente soffocata. Sono guerre dimenticate, guerre che non fanno audience, guerre che non generano indignazione perché non rientrano nella narrazione occidentale del “noi contro loro”. Eppure sono guerre che parlano anche di noi, del nostro modo di stare nel mondo, delle nostre responsabilità.

L’AFRICA USATA: CONSIDERAZIONI ATTORNO AL “PIANO MATTEI”

È in questo scenario che il Governo italiano promuove il cosiddetto Piano Mattei, presentato come una grande strategia di cooperazione, un nuovo modello di partenariato paritario con l’Africa. Ma basta guardare appena sotto la superficie per capire che qualcosa non torna. Il Piano Mattei si muove come se l’Africa fosse un continente stabile, pacificato, pronto ad accogliere investimenti e infrastrutture. Come se la guerra fosse un rumore di fondo, un dettaglio irrilevante. Come se la pace fosse un presupposto, non un obiettivo da costruire. E invece la pace è la grande assente. Non c’è una strategia per prevenire i conflitti, non c’è un investimento nella mediazione locale, non c’è un sostegno alle istituzioni democratiche, non c’è una riflessione sui diritti umani. Il Piano Mattei parla di energia, di agricoltura, di formazione tecnica, di migrazioni, ma non parla delle condizioni politiche che rendono impossibile qualsiasi sviluppo. È un piano che guarda alle risorse, non alle persone. Che guarda alle imprese, non alle comunità. Che guarda ai governi, non ai popoli. E soprattutto è un piano che parla in nome dell’Italia, ma senza l’Italia. Non è stato discusso nelle scuole, nei comuni, nei sindacati, nelle associazioni civiche, nelle comunità migranti, nei territori che vivono l’impatto delle migrazioni. È un piano tecnocratico, costruito dall’alto, che chiede consenso senza generare partecipazione. Un piano che pretende di rappresentare il Paese, ma non ha ascoltato il Paese.

IL GRIDO CHE VIENE DAL BASSO

Per questo, come militanti della pace, sentiamo il dovere di dire che non basta cambiare il linguaggio per cambiare la realtà. Non basta evocare Enrico Mattei per legittimare un progetto che rischia di riprodurre logiche estrattive. Non basta parlare di partenariato per superare rapporti di forza che restano profondamente asimmetrici. Non basta dichiarare la pace: occorre praticarla. E praticare la pace significa guardare in faccia le guerre, tutte le guerre, anche quelle che non ci conviene vedere. Significa riconoscere che non esiste sviluppo senza giustizia, non esiste cooperazione senza democrazia, non esiste sicurezza senza diritti. Significa capire che l’Africa non è un terreno di conquista energetica, ma un continente vivo, giovane, complesso, che chiede ascolto e rispetto, non piani calati dall’alto. La pace non è un concetto astratto: è un lavoro quotidiano, un impegno politico, una responsabilità collettiva. E oggi più che mai abbiamo bisogno di una voce che venga dal basso, che dica con chiarezza che la forza non è pace, che la guerra non è destino, che la cooperazione non è un affare per pochi, ma un patto tra popoli.