I rischi della guerra in Iran sull’economia bergamasca: in Medio Oriente export raddoppiato in 10 anni, vale 287 milioni
Nell’area vengono destinati soprattutto macchinari, metalli e prodotti chimici: Arabia Saudita primo partner, insieme agli Emirati Arabi Uniti rappresenta oltre il 50% delle esportazioni. Apprensione anche per l’aumento immediato dei costi energetici
C’è forte apprensione tra gli imprenditori bergamaschi per la guerra scoppiata nel Golfo Persico in seguito all’attacco che Usa e Israele hanno condotto lo scorso 28 febbraio contro l’Iran, che a sua volta a stretto giro ha messo in campo una risposta ampia e diffusa contro i Paesi vicini considerati nemici. Il nuovo fronte bellicoso, dopo quello aperto da ormai 4 anni in Ucraina dopo l’invasione russa, rischia non solo di intaccare seriamente un mercato, quello mediorientale, che negli ultimi 10 anni ha raddoppiato il proprio peso sulle esportazioni, ma anche di infliggere un’ulteriore stangata sui costi dell’energia, storicamente tallone d’Achille dell’industria italiana.
Se da un lato la controffensiva iraniana ha puntato su obiettivi militari, dall’altro si è spesa per colpire anche raffinerie, petroliere e impianti di gas naturale liquefatto, oltre a prendere in mano il controllo dello stretto di Hormuz, canale chiave per il commercio mondiale di petrolio: le conseguenze non si sono fatte attendere, con i prezzi dei carburanti già schizzati verso l’alto e in continua ascesa.
Un contesto che non lascia dormire sonni tranquilli a chi produce, come confermato dal presidente di Confindustria Lombardia, Giuseppe Pasini: “Nel ben noto contesto che da quattro anni vede le nostre imprese competere ad armi impari a causa dei sovraccosti energetici rispetto ai competitor europei ed extraeuropei, questa nuova fase di volatilità rischia in breve tempo di mettere in crisi tutte quelle piccole, medie e grandi imprese già in difficoltà. Gli aumenti dei costi energetici, oltretutto, non sembrano del tutto giustificati considerato che gli stock in Europa sono intorno al 40% (in Italia al 48%): il rischio è che, come avvenuto per il conflitto in Ucraina, dietro questa nuova crisi energetica ci siano fenomeni speculativi. Seguiamo con attenzione l’evolversi della crisi in Medio Oriente e l’auspicio, ora, è di una risoluzione rapida del conflitto come avvenuto nel recente passato. Questa crisi sta dimostrando che dipendere per il nostro fabbisogno energetico da pochi fornitori aumenta il rischio di shock, sia in termini di approvvigionamento che di costi. Per questo motivo l’attuale crisi va affrontata come tema di sicurezza ed emergenza nazionale. I rincari su greggio e gas, inoltre, rischiano di annullare i benefici del decreto energia approvato la settimana scorsa a favore delle famiglie e delle PMI”.
Non è però solo una questione di Oil & Gas, perché le imprese lombarde nel 2024 hanno esportato nell’area del Golfo (prendendo in considerazione i soli Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Iran, Kuwait, Oman, Qatar e Yemen) prodotti manifatturieri per oltre 6 miliardi di euro, importando a sua volta beni per 1,2 miliardi. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza e del valore degli interscambi, sono flussi tre volte maggiori rispetto a quelli che la Lombardia ha con l’area Mercosur.
Tra le filiere produttive maggiormente a rischio vi sono i macchinari e apparecchi (2 miliardi e 197 milioni di export), prodotti petroliferi raffinati (465 milioni di euro di importazioni), sostanze e prodotti chimici (434 milioni di import e 604 milioni di export), metalli di base e prodotti in metallo (175 milioni di import e 855 milioni di esportazioni).
Non fa eccezione nemmeno la provincia di Bergamo dove, come detto, gli imprenditori negli ultimi anni hanno trovato nel Medio Oriente un mercato vivace e ricettivo che apprezza particolarmente macchinari, metalli e prodotti chimici: se nel 2015 il valore degli scambi era di circa 145 milioni di euro, nel terzo trimestre 2025 la quota è pari a 287 milioni, in flessione dai 322 del trimestre precedente.
Il partner principale è l’Arabia Saudita, che con 83,1 milioni di euro è il 15esimo Paese per export e pesa per il 29% delle esportazioni complessive nell’area (l’1,7% del totale mondiale): se si aggiungono gli Emirati Arabi Uniti, che detengono il 21,5% dell’export bergamasco per un controvalore di 61,6 milioni, si copre più della metà degli affari conclusi nel Golfo.
Seguono Kuwait (46,8 milioni, il 16,3%), Iraq (30,3 milioni, il 10,6%) e Israele (28,4 milioni, il 9,9%): marginale invece la quota dell’Iran, dove vengono esportati beni per poco meno di due milioni (0,7%).


