Pur riconoscendo progressi tecnologici talvolta sorprendenti, è legittimo chiedersi se non stiamo sopravvalutando un Paese che appena vent’anni fa veniva ancora classificato tra quelli in via di sviluppo e riceveva aiuti dalle organizzazioni internazionali
Un po’ di storia….
L’Oriente è stato, per secoli, lo specchio dei desideri subconsci occidentali. Da Marco Polo in poi, l’Oriente ha assunto i contorni di un altrove mitologico: ricco, misterioso, insondabile. La distanza geografica e culturale ha creato l’arcano, trasformando la scarsa conoscenza in leggenda. Quando Napoleone Bonaparte evocò il “gigante addormentato” destinato a sconvolgere il mondo al suo risveglio, non fece che accrescere un’immagine già radicata nell’immaginario collettivo europeo. In realtà l’Impero di Mezzo aveva già esaurito la sua spinta evolutiva nel XV secolo allorquando sotto la dinastia Ming nel 1433 le spedizioni marittime che avevano per secoli lambito le coste africane, cessarono improvvisamente impedendo di fatto i commerci marittimi e consolidando una visione confuciana ostile alle relazioni esterne al Paese.
Fu certamente una decisione politica e non di carattere tecnologico quella che decretò il ripiegamento del paese su sé stesso facendolo diventare a tutti gli effetti un impero continentale nonostante le migliaia di chilometri di coste affacciate sull’oceano Pacifico. L’occidente nello stesso periodo optò invece per intraprendere esattamente il percorso opposto: grandi esplorazioni marittime, controllo delle rotte e dominio dei mari.
Le conseguenze, furono quelle di dare il via ad un grande processo virtuoso che avrebbe condotto l’Europa verso una rivoluzione industriale, ad un indiscutibile primato economico e tecnologico che avrebbero cambiato per sempre la storia dell’umanità. La Cina invece, scegliendo di chiudersi, immobilizzò per mezzo millennio ogni tipo di dinamica evolutiva sia economica che scientifica. Il conseguente indebolimento della sua struttura economica da un lato e il rafforzamento di quella europea dall’altro, finirono nel XIX secolo per scontrarsi, con lo scontato risultato di fare prevalere la dinamicità tecnologica e finanziaria dell’Occidente mentre l’Impero finì in preda ai mercanti d’oppio e a una lunga stagione di umiliazioni tanto da cessare di essere una nazione rilevante nel contesto mondiale proprio mentre stava vivendo un salto tecnologico epocale.
Il resto è storia recente: la guerra civile vinta da Mao nel 1949, gli orrori della rivoluzione culturale con milioni di vittime, l’apertura americana a Deng Xiaoping con la svolta pseudo capitalista hanno portato la Cina nel WTO facendole fare un salto tecnologico strabiliante in poco più di 25 anni. Ma non è tutto oro quel che luccica.
…e qualche numero sulla ricchezza reale cinese
Sgombriamo subito il campo: il reddito medio pro capite cinese sfiora oggi i 13.000 dollari annui, ma con disparità enormi. Per avere un termine di confronto, negli Stati Uniti supera gli 85.000 dollari, mentre nell’Unione europea si aggira intorno ai 40.000. La distanza reale emerge osservando la struttura dei redditi. Secondo le principali stime internazionali, circa 800 milioni di cinesi vivono con meno di 5.000 dollari l’anno, circa 500 milioni tra i 5 e 20.000, appena 40 milioni tra i 20.000 e i 50.000, mentre solo una ristrettissima élite di circa 5 milioni di persone supera tale soglia. Siamo quindi di fronte a un Paese che, pur essendo percepito come una grande potenza industriale, presenta ancora una struttura dei redditi tipica di un’economia medio-povera. E questo spiega molte cose.
Il PIL cinese, infatti, pur avendo raggiunto una quota dell’economia mondiale non lontana da quella dell’Unione europea (circa 17% contro il 21% se si considera anche il Regno Unito), viene prodotto con una popolazione tre volte e mezzo più grande. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento spesso trascurato: l’enorme capacità manifatturiera cinese non è composta soltanto da produzioni ad alta tecnologia, ma in larga parte da beni a basso valore aggiunto, spesso collocati nelle fasce più elementari della catena globale.
Terre rare ma rare fonti energetiche
Sebbene la Cina sia il più grande consumatore di energia e di materie prime industriali, non ha grandi risorse interne a cui attingere. Importa circa il 70% del petrolio e oltre il 40% del gas naturale, mentre una parte significativa delle materie prime strategiche necessarie alla sua industria deve essere acquisita sui mercati internazionali. Questa dipendenza crea una vulnerabilità strutturale spesso sottovalutata. Gran parte delle rotte energetiche cinesi, infatti, attraversa choke-point marittimi come lo stretto di Malacca, passaggi strategici che in caso di tensioni geopolitiche potrebbero diventare facilmente controllabili dalle potenze navali occidentali come vedremo in seguito. L’unica fonte energetica largamente disponibile è invece il carbone che tuttavia provoca grandi problemi ambientali e di utilizzo ma spiega molto bene la scelta del governo di Pechino di elettrificare il più possibile i consumi energetici compreso le vetture a batteria. In altre parole, la più grande piattaforma manifatturiera del mondo si regge su una base energetica e logistica estremamente esposta, condizione che rende la potenza industriale cinese molto meno autonoma di quanto suggerisca la sua dimensione economica.

Tuttavia nell’ultimo ventennio bisogna ammettere che Pechino ha costruito una vera e propria catena del valore su un’altra categoria di risorse strategiche quella delle terre rare, indispensabili per la maggior parte delle tecnologie più avanzate. Non solo il territorio interno ne è particolarmente ricco ma il Paese ha saputo muoversi con largo anticipo, stringendo accordi con numerosi paesi dell’Africa subsahariana e dell’America Latina che gli consentono oggi di esercitare una posizione dominante nella filiera globale. Il fattore decisivo non è stato soltanto la lungimiranza strategica, ma anche la disponibilità ad ospitare sul proprio territorio i processi di raffinazione dei metalli, considerati in molti paesi occidentali troppo inquinanti. Ciò ha dato in mano alla Cina un’arma molto potente di ricatto nei confronti dei paesi occidentali rei di non aver pianificato prudentemente le loro catene di approvvigionamento strategico.

Un esercito portentoso ma inadatto ai tempi moderni
Tutto l’apparato militare cinese è costruito per difendere il proprio territorio. Sebbene Pechino spenda cifre molto considerevoli in armamenti, presenta almeno due fattori di debolezza strutturale. Il primo è che ha una scarsa esperienza di controllo marittimo e aereo oggi essenziale per essere considerati una vera potenza globale. Il secondo è di natura logistica: i circa due milioni di militari dell’Esercito Popolare di Liberazione sono sostanzialmente lontani da ogni possibile teatro operativo esterno. A ciò si aggiunge un dato spesso trascurato. La Cina non possiede praticamente basi militari fuori dal proprio territorio, mentre gli Stati Uniti ne controllano circa 800 distribuite in tutto il mondo e dominano, direttamente o indirettamente, i sette principali stretti marittimi attraverso cui passa la gran parte del commercio globale.

Storicamente, fin dai tempi di Roma, non si è mai vista una potenza prevalentemente terrestre che, senza il controllo dei mari, sia riuscita a prevalere stabilmente sul piano politico o commerciale. La credibilità strategica di un Paese si misura infatti nella sua capacità di controllare lo spazio — terrestre, marittimo e aereo — e questo è un dato che gli eventi bellici in corso stanno rendendo sempre più evidente.
Demografia: una bomba ad orologeria
Se esiste un vero punto di fragilità strutturale della Cina, questo è probabilmente il futuro demografico. Per oltre trent’anni la politica del figlio unico ha profondamente alterato la struttura della popolazione, producendo uno squilibrio generazionale che oggi sta emergendo con tutta la sua forza.
La popolazione cinese ha infatti già iniziato a diminuire e, secondo molte proiezioni demografiche, potrebbe scendere dagli attuali 1,4 miliardi a 700 milioni entro la fine del secolo. Il problema non è soltanto la riduzione della popolazione totale, ma soprattutto l’invecchiamento estremamente rapido della società.
La Cina sta entrando nella fase storica in cui il numero di lavoratori diminuisce mentre cresce rapidamente quello degli anziani da sostenere, una dinamica che rischia di comprimere la crescita economica proprio nel momento in cui il Paese tenta di consolidare la propria posizione globale. Il risultato è che Pechino si trova ad affrontare una trasformazione demografica che potrebbe ridurre progressivamente la sua forza lavoro, aumentare il peso del welfare e rallentare la crescita nei prossimi decenni. Una grande potenza industriale con una popolazione che invecchia rapidamente rischia infatti di perdere nel tempo uno dei suoi principali vantaggi competitivi: la massa di lavoratori su cui si è essenzialmente basata la sua egemonia manifatturiera negli ultimi venticinque anni.

Stiamo sopravvalutando la Cina?
La Cina rappresenta oggi il principale pericolo per il tessuto industriale europeo. Molti settori, anche strategici, rischiano di scomparire sotto la pressione competitiva di un Paese che non esita a utilizzare politiche industriali e commerciali spesso al di fuori delle regole sottoscritte nel WTO. Il sistema valoriale cinese è profondamente diverso dal nostro e non è evidentemente proponibile nelle democrazie occidentali. Tuttavia, pur riconoscendo progressi tecnologici talvolta sorprendenti, è legittimo chiedersi se non stiamo sopravvalutando un Paese che appena vent’anni fa veniva ancora classificato tra quelli in via di sviluppo e riceveva aiuti dalle organizzazioni internazionali.
Gran parte di questa percezione di potenza sembra infatti avere un’origine più politica che reale e spesso poggia più su suggestioni che su dati oggettivi. Ciò non significa sottovalutare la sfida. Al contrario, diventa essenziale proteggere il nostro know-how industriale ed evitare di cadere in scorciatoie che possono apparire convenienti nel breve periodo ma trasformarsi in pericolosi boomerang nel medio e lungo termine.
Scoraggiare imprenditori e investimenti industriali in Europa significherebbe infatti indebolire proprio la base economica su cui si fonda la nostra prosperità. La Cina è una sfida reale per l’Europa ma trasformarla nell’immaginario in una superpotenza invincibile rischia di far commettere grandi errori concettuali di valutazione.


