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La sedazione, il coma e la morte a 24 anni: medici assolti

Jason Mensah Brown restò in coma sei mesi dopo la somministrazione di un farmaco calmante. La psichiatra e il medico del pronto soccorso accusati di omicidio colposo assolti con formula piena “perché il fatto non sussiste”

Bergamo. Si è chiuso con un’assoluzione il processo per la morte di Jason Mensah Brown, il 24enne che dopo un arresto cardiaco al pronto soccorso di Alzano Lombardo nel luglio 2019 rimase per sei mesi in stato vegetativo prima di morire.

Il giudice Laura Garufi ha assolto con formula piena – “perché il fatto non sussiste” e “perché il fatto non costituisce reato” – i due medici finiti a dibattimento con l’accusa di omicidio colposo: la psichiatra Federica Pezzini e il medico del pronto soccorso ArmandoMatteucci, entrambi difesi dall’avvocato Marco Zambelli. La dottoressa, 40 anni, al momento del verdetto si è abbandonata a un pianto liberatorio.

I fatti risalgono al 24 luglio 2019. Jason, originario del Ghana e residente nel Bergamasco, barbiere a Vercurago, fu accompagnato in forte stato di agitazione psicotica al pronto soccorso dell’Ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano. Secondo quanto emerso nel corso del dibattimento, il giovane presentava un quadro di grave alterazione: allucinazioni, deliri paranoici, comportamenti bizzarri. Si era spogliato, rimanendo seduto nudo con indosso solo gli occhiali da sole, pronunciando frasi sconnesse e manifestando un atteggiamento ritenuto minaccioso anche nei confronti della psichiatra intervenuta. In base alle testimonianze raccolte in aula si rese necessario contenerlo, anche con l’ausilio delle forze dell’ordine.

La dottoressa Pezzini dispose la sedazione, ritenendo il paziente potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri. Il farmaco scelto fu il Midazolam, una benzodiazepina ad azione sedativa, somministrato per via endovenosa dal medico di pronto soccorso.

L’arresto cardiaco e il coma

Pochi minuti dopo l’iniezione, Jason andò incontro a un arresto respiratorio e cardiocircolatorio. Vennero avviate le manovre rianimatorie e somministrato anche il farmaco antagonista. Il giovane fu rianimato, ma il prolungato deficit di ossigenazione provocò gravissimi danni cerebrali. Trasferito in strutture specializzate, trascorse un periodo anche a Treviglio e successivamente all’Habilita di Zingonia, dove rimase in stato vegetativo fino al decesso, il giorno 13 febbraio 2020.

Dall’archiviazione al processo

In una prima fase la pm Carmen Santoro aveva chiesto l’archiviazione del procedimento, sulla base delle consulenze tecniche che escludevano condotte inappropriate o violazioni dei protocolli clinici. I familiari del giovane si opposero alla richiesta e il giudice per le indagini preliminari dispose l’imputazione coatta, aprendo la strada al processo.

Al centro del dibattimento vi è stato il nesso causale tra la sedazione e l’arresto cardiaco, nonché la prevedibilità dell’evento avverso.
L’accusa ha ipotizzato che la gestione clinica e la scelta del sedativo abbiano avuto un ruolo determinante nella catena causale che portò al coma irreversibile. La difesa, al contrario, ha sostenuto la correttezza dell’intervento, evidenziando la necessità di sedare un paziente in grave stato di alterazione e l’assenza di violazioni delle linee guida. Nel corso delle udienze si sono confrontati consulenti tecnici con valutazioni divergenti sugli effetti del farmaco e sulle procedure adottate in pronto soccorso.

La decisione

Con la sentenza di primo grado, il tribunale ha escluso profili di responsabilità penale a carico dei due imputati. Le formule assolutorie pronunciate indicano che, pur a fronte di un esito tragico, non è stata raggiunta la prova di una condotta colposa penalmente rilevante. Le motivazioni della sentenza sono attese entro novanta giorni.