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“Rigoletto. Il mistero del teatro” e la magia dell’arte scenica

Buon successo per la riproposizione “partecipativa” dell’opera di Verdi, con il giovane pubblico del Sociale attento protagonista dei cori

Bergamo. Un nuovo mondo, “dove tutto è finto, ma nulla è falso”. Il mondo del teatro con la sua magia, un mondo di finzione, ma dalle vere emozioni, è stato protagonista di “Rigoletto. Il mistero del teatro”, spettacolo messo in scena domenica 1° marzo (in replica mattutina e pomeridiana fino al 3 marzo) al Teatro Sociale, all’interno di Opera Family, sezione dedicata all’opera per famiglie della Stagione dei Teatri della Fondazione Teatro Donizetti.

Uno spettacolo pensato per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, parte del progetto Opera Domani (alla sua ventiquattresima edizione), realizzato da AsLiCo, in coproduzione con Bregenzer Festpiele, che adatta l’immortale opera di Verdi, snellendola ma mantenendone la forza, unendo il sacrificio scenico alla potenza inesauribile dell’espressione teatrale.

Nell’adattamento drammaturgico di Manuel Renga, già protagonista a Donizetti Opera con la regia di “Il Furioso nell’isola di San Domingo”, risulta subito chiaro l’espediente metateatrale. Protagonista, infatti, è la Compagnia del Duca che, negli anni Venti, porta in scena ogni sera lo spettacolo itinerante di “Rigoletto”, tra gioie e dolori, fino al triste incontro con la morte. Un gruppo di attori saltimbanchi, con abiti dai colori sgargianti che riportano ad uno stile misto di Settecento (con gorgiera elisabettiana) ed eleganza novecentesca (i costumi sono di Aurelio Colombo), mette in scena l’opera verdiana, mostrando, nel frattempo, gli strumenti ed i segreti del teatro, trasformando il palco, come afferma il regista, “in un nuovo mondo, dove tutto è finto, ma nulla è falso”.

L’attore più anziano interpreta Rigoletto (Bowen Guan), buffone di corte, con caratteristico cappello e volto dipinto, che, dopo aver deriso Monterone, subisce la sua maledizione. Sua figlia Gilda (Irene Celle) si innamora del Duca di Mantova (Daniele Falcone), ma, rapita dai cortigiani, si sacrificherà per amore: un atto tragico che lascia Rigoletto nella disperazione. Un racconto di creazione e sacrificio, che unisce le tormentate figure paterne verdiane con la finzione della Compagnia del Duca, che ricorda, nel ritmo sostenuto e negli agili movimenti, le azioni circensi di saltimbanchi e jugglers. Le scene richiamano i classici fondali teatrali, prima di animarsi con giochi di veli e luci, insieme ad altre macchine teatrali, come la macchina del vento e del tuono. Elementi scenici che amplificano la propria funzione metateatrale, mentre il teatro di figura si impone nelle scene più tragiche, nel simboleggiare un amore che supera la morte, nel fare un simulacro di Gilda, che passa dalle mani del Duca a quelle dei suoi rapitori, fino a quelle di Rigoletto. Una metafora della condizione femminile che, nella figura, si àncora alla realtà, anche espandendo le potenzialità del linguaggio teatrale.

Una magia (anche misteriosa) del teatro che si accompagna all’importanza del lavoro attoriale, amplificato dall’intervento attivo del giovane pubblico, tra maschere, bastoni della pioggia e cori cantati insieme agli ottimi cantanti. Un coinvolgimento che nasce nelle scuole per proiettarsi all’interno del teatro con la potenza del suo linguaggio, dilatato nello sfruttamento degli oggetti di scena, ma anche del linguaggio LIS che diventa atto comunicativo nella diversità, nel confronto familiare, sempre più struggente, tra Rigoletto e la figlia.

Cori in cui risulta determinante proprio il coinvolgimento del pubblico, guidato dal direttore Giulio Arnolfi e dall’organico snello dell’Orchestra 1813, posizionata tra scena e platea. Una posizione strategica, che ha permesso di ammirarne la composizione, apprezzandone l’agilità e la prontezza d’esecuzione. Un’orchestra con cui hanno risuonato, ancora una volta, immortali arie come “La donna è mobile” e la brillante esecuzione di “Bella figlia dell’amore”.

Una dichiarazione esplicita di sentimenti, che dall’amore “che va oltre ogni cosa” riscopre (e trasmette) un amore immortale per il teatro, perfetta ed animata macchina scenica, la cui finzione è in grado di donare vita, ancora oggi, ad emozioni eterne ed immortali.