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La repubblica islamica dopo Khamenei
Khamenei - foto Getty

È possibile che i funerali di Ali Khamenei si trasformino in una coreografia di massa in sostegno della repubblica islamica, svuotando letteralmente e simbolicamente lo spazio di quelle proteste che solo qualche settimana fa avevano riempito molte città iraniane

L’uccisione di Ali Khamenei, guida suprema della repubblica islamica dell’Iran e autorità spirituale per milioni di musulmani sciiti al di fuori dei confini iraniani, apre enormi incognite internazionali. Tuttavia, tanto i toni celebrativi di chi festeggia con troppo anticipo la fine della repubblica islamica quanto i toni tragici di chi paventa una deflagrazione globale appaiono al momento prematuri ed eccessivi.

Dal punto di vista formale, l’Iran continua ad avere un presidente della repubblica, il moderato Masoud Pezeshkian, eletto nelle presidenziali del luglio 2024. Nonostante l’eliminazione fisica di alcuni esponenti di altissimo livello, il sistema istituzionale della repubblica rimane in piedi. Nella giornata di domenica è stata annunciata la formazione di un consiglio provvisorio, formato dallo stesso presidente Pezeshkian insieme a Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, capo del sistema giudiziario e presidente della corte suprema, e Alireza Arafi, membro del Consiglio dei guardiani e dell’Assemblea degli esperti. Questo triumvirato dovrà gestire in via transitoria la continuità del potere in attesa della scelta di una nuova guida suprema.

Per ora, dunque, il sistema istituzionale resta in piedi: nonostante i video di festeggiamenti che arrivano da alcune strade di Tehran, non sembra essere in corso una rivoluzione di massa per sovvertire lo status quo. L’amministrazione Trump e il governo Netanyahu sembrano aver giocato tutte le loro carte scommettendo in un rapido collasso del sistema iraniano, ma l’analisi dei fatti suggerisce uno scenario molto più complesso.

Da un lato, è folle pensare di poter sconfiggere una teologia politica, come è quella su cui si basa il sistema della repubblica islamica, a base di bombe e missili, particolarmente quando la teologia in questione si basa proprio su una narrazione del martirio che potrebbe addirittura essere rafforzata ideologicamente, anche se ammaccata militarmente, dagli eventi degli ultimi giorni.

Dall’altro lato, la questione dirimente nei prossimi giorni sarà il modo con cui verrà gestita la successione a Khamenei e la possibile scelta di una nuova guida, che potrebbe avvenire anche in una data differita nel tempo, lasciando che nell’immediatezza sia proprio il consiglio provvisorio a gestire l’urgenza politica e militare. Proprio la rapidità nella nomina del consiglio provvisorio lascia intendere che sia stato attivato un protocollo d’urgenza che era stato pensato da tempo, contando sul fatto che il sistema sia basato sulle istituzioni e non sulle singole persone. Come si dice dalle parti di Roma: morto un papa, se ne fa un altro.

Teoricamente, la scelta della nuova guida suprema spetta all’Assemblea degli esperti, una sorta di conclave di esponenti religiosi sciiti eletti dal popolo, ma accuratamente selezionati dal Consiglio dei guardiani, che è l’organo supremo di controllo dei processi legislativi ed elettorali all’interno della repubblica iraniana. Nonostante l’apparenza di un sistema tetragono e compatto, il paesaggio politico iraniano è in realtà segnato da un forte fazionalismo e dalla presenza di numerosi correnti, solo superficialmente riassunte nelle categorie di “conservatori” e “riformisti” che spesso si usano per motivi di brevità. Queste differenze avranno certamente un ruolo pesante nelle decisioni e nelle manovre politiche che probabilmente sono già in corso, visto che la successione di Ali Khamenei, data anche la sua età avanzata, non era esattamente un evento inaspettato.

Alcuni analisti politici e militari occidentali intervistati da Al Jazeera sono tuttavia molto scettici sulla presunzione per cui il sistema della repubblica islamica sia troppo fragile per sopravvivere alla morte di Khamenei, argomentando che gli apparati di sicurezza dello stato, e in particolare il potente Corpo delle guardie (pasdaran) della rivoluzione islamica, potrebbero sopravvivere semplicemente mantenendo la coesione interna. L’esito dell’operazione targata Trump e Netanyahu potrebbe perciò andare in una direzione molto diversa dal caso venezuelano, con l’emersione di una versione più morbida e arrendevole del governo precedente con tanti saluti all’idea di un “cambio di regime”. Al contrario, considerando le specificità del caso iraniano, gli sviluppi di questi giorni potrebbero portare al potere l’ala militare del regime, accelerando uno spostamento, già descritto negli ultimi anni nella ricerca accademica, da una legittimazione di tipo religioso a un nazionalismo che invoca lo spettro del complotto occidentale per la spartizione del paese.

Ammesso che possa sopravvivere agli attacchi delle prossime ore, potrebbe emergere un sistema iraniano non più legato al concetto di deterrenza regionale e “pazienza strategica”, ma che al contrario non si sente costretto da alcuna linea rossa di limitazione nell’uso della forza, come hanno mostrato i missili scagliati contro Dubai, Doha e gli altri paesi del Golfo, accusati da parte iraniana di tenere il piede in due scarpe.

Un’involuzione di questo tipo sarebbe anche una trappola perfetta per le correnti di opposizione che da anni protestano contro il sistema della repubblica islamica e invocano profonde riforme politiche ed economiche. È possibile che i funerali di Ali Khamenei si trasformino in una coreografia di massa in sostegno della repubblica islamica, svuotando letteralmente e simbolicamente lo spazio di quelle proteste che solo qualche settimana fa avevano riempito molte città iraniane, e trasformando ancor più il dissenso interno in “tradimento” e collaborazione col nemico.

Francesco Mazzucotelli
Docente di Storia della Turchia e del Vicino Oriente presso l’Università di Pavia