Ettore, giovane bergamasco in Bahrain durante i bombardamenti: “Tira aria di guerra”
Ettore E.M. è un ragazzo bergamasco appena diciottenne che abita nei pressi della base militare Usa bombardata sabato 28 febbraio dall’Iran
Manama, Bahrain. Sono circa le undici di mattina di sabato 28 febbraio quando un missile iraniano colpisce la base della Quinta Flotta della Marina Militare americana. Fra i civili presenti
si semina il panico: alcuni riprendono la densa colonna di fumo, altri la osservano dalle finestre del loro appartamento, altri ancora si danno alla fuga.
Fra questi c’è Ettore E.M., un ragazzo bergamasco appena diciottenne che abita nei pressi della base. Fino a un paio di anni fa abitava nella provincia di Bergamo, ora frequenta l’ultimo anno
della scuola superiore in Bahrain.
“Inizialmente, in mattinata, stavamo tranquilli perché avevano colpito solamente la base militare. – spiega Ettore – Adesso invece regna il terrore. Sono ore che le sirene antiaeree continuano a suonare ininterrottamente e l’app di sicurezza nazionale fa squillare i telefoni”.
A seguito dei primi bombardamenti, è stato comunicato agli abitanti della capitale di non uscire di casa se non per emergenze. “La paura era troppo grande per restare, – confessa il giovane –
quindi ci siamo rifugiati a casa di amici di famiglia che si sono offerti di ospitarci. In una tale situazione provi solo ad allontanarti il più possibile dalle bombe”.
“La situazione sembrava sotto controllo – racconta Ettore -, nessuno si preoccupava eccessivamente. Verso sera, però, hanno iniziato a bombardare anche la zona diplomatica e poi i condomini. Quasi tutti i locali sono chiusi e le strade sono deserte. Tira aria di guerra”.
Nel raccontare la vicenda, Ettore sottolinea come i bombardamenti contro edifici residenziali e diplomatici abbiano scatenato un’ondata di panico e terrore. Il suono assordante delle sirene
antiaeree, un sibilo simile a quello dei missili, si udiva con frequenza sempre maggiore e molti, fra cui anche Ettore e la sua famiglia, abbandonano il Paese e si dirigono in Arabia Saudita. Il
ponte Re Fahd, che collega i due stati, è infatti l’unica alternativa rimasta per poter lasciare il Paese, dal momento che a seguito degli attacchi è stato chiuso l’aeroporto.
“Mentre scappavamo,vedevamo i palazzi in fiamme. – racconta Ettore – Adesso stanno continuando a bombardare, ma non si sa più cosa stiano puntando. Si sentono bombe cadere continuamente e la tensione è altissima. Dall’Arabia Saudita, se guardi verso il Bahrain, si vedono in cielo i missili iraniani mentre vengono intercettati dalla contraerea bahreinita. Non penso ci sia stata una pausa dai bombardamenti più lunga di mezz’ora”.
Poco dopo le 11 di sera, in Bahrain si tira finalmente un sospiro di sollievo. È suonata la sirena “all-clear”, il cessato allarme. I bombardamenti in realtà sarebbero proseguiti per tutta la notte,
fino alla mattina successiva. Nel buio delle tenebre un drone avrebbe colpito anche l’aeroporto, oltre a diversi grattacieli.
A causa della legge bahreinita, i media non possono pubblicare nulla in merito agli attacchi. Foto e video, però, circolano ugualmente e dilaga la misinformazione. “Chi posta rischia grosso”, spiega Ettore. Il clima è teso, la situazione esplosiva. Nel caso in cui lo scenario peggiori ulteriormente, è stato comunicato ai cittadini italiani in Medio Oriente di informare l’ambasciata in merito alla loro posizione. Nonostante la situazione di emergenza, la scuola non può fermarsi. Con una e-mail la dirigenza comunica agli studenti che “In seguito a una direttiva del Ministero dell’Istruzione, in risposta all’attuale situazione nella regione, si passerà alla didattica online fino a nuovo avviso”.
In Bahrain, come in tutto il Medio Oriente, dunque, regna l’inquietudine. Palazzi da ricostruire, vite da riportare alla normalità. “Quando potremo tornare a vivere come prima?” La domanda
di Ettore è destinata a cadere nel vuoto. Ciò che resta è sete di certezze e di pace duratura.


