Il dibattito
|Referendum, Di Pietro: “L’autonomia dei magistrati non è a rischio”; Romanelli: “Saranno condizionati”
L’ex ministro e il procuratore capo di Bergamo sono stati protagonisti di un confronto alla Casa del Giovane
Il referendum sulla giustizia che si svolgerà il 22 e il 23 marzo divide parecchio. Con questa consultazione popolare i cittadini sono chiamati a esprimersi sulla legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”: votando sì la confermeranno, mentre optando per il no la archivieranno e il risultato sarà valido senza il raggiungimento di alcun quorum.
I dubbi sono parecchi e per chiarire le motivazioni di entrambe le posizioni la Cisl Bergamo ha organizzato un confronto fra due personalità dalla lunga esperienza: il procuratore capo di Bergamo, Maurizio Romanelli, espressione del no, e l’avvocato Antonio Di Pietro, voce del comitato SiSepara – Fondazione Einaudi, storico magistrato del pool “Mani pulite” nonché ministro dei Lavori Pubblici nel governo Prodi I (1996-1998) e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Prodi II (2006-2008). Interloquendo in maniera appassionata ma sempre rispettosa, usando toni ben diversi da quelli che si vedono di solito nei talk-show in tv, hanno approfondito i propri orientamenti e risposto alle domande del giornalista Franco Cattaneo, moderatore dell’incontro, e dei delegati del sindacato che si sono riuniti all’Auditorium della Casa del Giovane, a Bergamo. Davanti a un pubblico numeroso e forti di una reciproca stima, si sono soffermati sui vari punti della riforma oggetto del referendum come la separazione delle carriere, lo sdoppiamento dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura in due Csm (uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri), la nascita dell’Alta Corte disciplinare e il riscorso alla pratica del sorteggio per individuare i membri che faranno parte di questi organismi qualora la legge venisse confermata.
Antonio Di Pietro ha esordito traendo spunto dal proprio percorso: “Sono entrato in magistratura a cavallo tra il sistema inquisitorio e quello accusatorio. Chi ha i capelli bianchi ricorderà la figura del pretore, che valutava i casi e prendeva le decisioni, cioè disponeva del risultato delle indagini. A un certo punto, nel 1989, il ministro Giuliano Vassalli, partigiano e medaglia d’argento della Resistenza, promosse la riforma del codice di procedura penale per superare il codice Rocco, risalente all’epoca fascista. Stabilì il principio cardine per cui è meglio un sistema accusatorio rispetto a un sistema inquisitorio, cioè affermò che è meglio un sistema in cui non sia la stessa persona a indagare e a decidere sul risultato delle indagini. Il sistema a cui ha dato forma si è fondato su due figure distinte: c’è qualcuno che indaga ma è bene che sia un altro a decidere come parte terza e quest’ultimo comunque prima di prendere la sua decisione deve sentire anche l’altra parte perché in una buona democrazia e in uno stato di diritto è giusto che sia così. Ho vissuto di persona questo cambiamento in modo particolare negli anni in cui sono stato a Bergamo, che ha rappresentato il mio punto di partenza. Negli anni successivi, per rendere il sistema realmente accusatorio, proseguendo nel solco della riforma Vassalli, si è parlato molte volte dell’importanza di attuare la separazione delle carriere, poi arrivò Mani pulite, cadde la Prima Repubblica e sopraggiunse il virus berlusconiano che all’interno della separazione delle carriere voleva infilare la sottomissione del potere giudiziario a quello esecutivo. Essendo contrario a quello scenario, ho cominciato a rigettare fortemente il tutto. In seguito il centrosinistra con cui ho governato anche io lo ha proposto ma in modo piuttosto ballerino e oggi ci troviamo di fronte a questa riforma che va valutata in base ai suoi contenuti e non per quello che vorremmo contestare che ci sia scritto. Il punto di riferimento è la difesa della magistratura e su questo io e il procuratore Romanelli concordiamo. L’indipendenza e l’autonomia della magistratura vengono totalmente garantite da questa riforma, che non produce gli effetti che voleva generare l’altra (quella dell’epoca berlusconiana, ndr), quindi sono sereno rispetto a tale necessità”.
Dal canto suo, Maurizio Romanelli ha osservato: “Credo che questa riforma sia profondamente sbagliata da qualunque parte la guardiamo. È sbagliata nel metodo con cui è stata approvata, a livello dei contenuti specifici ma anche degli obiettivi perseguiti trame di essa, che vengono espressi chiaramente da chi l’ha scritta e non sono frutto di interpretazioni. Per quanto riguarda il metodo, questa è una riforma della Costituzione e tocca diverse norme che sono fondamentali nell’assetto costituzionale perché riguardano la collocazione della magistratura come potere dello Stato e i rapporti fra il potere della magistratura e gli altri due poteri, ossia quello esecutivo e il legislativo. Su questo assetto la discussione in sede di assemblea costituente fu durissima, invece la riforma che ci troviamo davanti è nata blindata. Non è mai successo nella storia repubblicana italiana: non ci sono state tantissime riforme costituzionali, ma ogni intervento sulla Carta è stato oggetto di un ampio confronto. Anche all’interno della maggioranza qualcuno ha espresso perplessità su vari aspetti come il ricorso all’indecorosa pratica del sorteggio per scegliere le persone che devono far parte dell’organo costituzionale che affronta le questioni riguardanti la magistratura. Quella dei magistrati in Italia sarebbe l’unica categoria a non poterlo fare. Recentemente abbiamo scoperto che ce n’è un’altra ed è quella dei detenuti, le cui rappresentanze nella vita carceraria per tante ragioni non vengono elette ma sorteggiate. Il problema non consiste solo nella metodologia ma anche nei risultati: se ci fosse stato un dialogo in Parlamento non sarebbe stato facile ma probabilmente le cose sarebbero state migliori. Entrando nel merito dei contenuti, sono sorpreso che si dica che questa riforma garantisca ugualmente o addirittura rafforzi l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il sistema attuale le garantisce e si va a stravolgere tutto quanto: avevamo una magistratura, un Consiglio Superiore presieduto dal Capo dello Stato e composto da magistrati ed esponenti scelti dalla politica – entrambi eletti – e la funzione disciplinare delicatissima, all’interno del Csm. Questi sono i principi che hanno voluto i nostri costituenti, mentre con questa riforma cambia tutto: non c’è più una magistratura unitaria con un unico Csm, ma due Csm (uno per i giudici e uno per i pm) e l’Alta Corte disciplinare, gli organi vengono triplicati e i loro membri sorteggiati. In questa prospettiva, i magistrati non sono degni di scegliere le persone che vanno a svolgere questa funzione delicatissima e sono cose che non si possono vedere. Il sorteggio non esiste in nessun luogo del mondo: in parte c’è in Grecia, ma l’architettura del sistema è diversa. Le criticità di cui parlo non sono nascoste da chi ha scritto la riforma: l’autore dice chiaramente che si vuole una magistratura diversa, più dipendente dal potere politico. Non si tratta di affermazioni pronunciate al bar ma di dichiarazioni rilasciate in interviste pubbliche e nelle sedi istituzionali. Il ministro della Giustizia, Nordio, ha sostenuto che l’opposizione non capisce nulla perché questa riforma sarà utile anche a loro nell’eventualità in cui andassero al governo. L’idea che la magistratura sia utile alla maggioranza attuale o a quella ipotetica futura non sta né in cielo né in terra. Essendo particolarmente rispettoso di chi ha un ruolo istituzionale, ho il dovere di ascoltare quello che dice e sono enunciazioni chiare”.
“Molti esponenti del sì – ha proseguito Di Pietro – capziosamente affermano di dover dividere i magistrati inquirenti dai giudicanti perché quelli sarebbero addirittura un’organizzazione paramafiosa. Queste dichiarazioni non sono giuste perché i magistrati fanno il proprio dovere ogni giorno il più possibile. Il vero sì alla riforma attiene al merito: per me, da magistrato e da cultore del diritto, l’obiettivo non può che riguardare quello che c’è scritto nero su bianco e non ciò che viene detto come se ci si trovasse al bar tra un bicchiere e l’altro. Molti fanno a gara a chi la spara più grossa, ma se dovesse vincere il sì conterà quello che è scritto sulla riforma, che specifica che l’autorità giudiziaria – sia inquirente sia giudicante – è autonoma e indipendente. Le battute di turno per parlare alla pancia dell’elettorato non potranno incidere sul testo della legge. Dobbiamo partire da un fatto vero e non da qualcosa che non c’è per sostenere che il potere giudiziario viene messo sotto l’esecutivo, perché nella riforma è scritto l’esatto contrario. Il magistrato inquirente non viene tolto dalla giurisdizione: viene focalizzato il suo ruolo e in un sistema accusatorio le parti si trovano in parità davanti a un giudice terzo. Questa riforma prevede due Csm che saranno presieduti dal Capo dello Stato e per due terzi i componenti saranno togati, quindi non vedo il problema. Nel nostro sistema accusatorio il pm non è un funzionario del governo, ma agisce in modo indipendente, risponde solo alla legge e tutto ciò non viene snaturato. Rafforzando l’autonomia dei pubblici ministeri, la riforma promuove un cambiamento culturale positivo, perché il pm e il giudice devono ragionare in modo diverso in coerenza con il proprio ruolo. Nel 50% dei processi non viene data ragione al pm e non si andrebbe al dibattimento se il giudice avesse fatto da guardalinee nella fase delle indagini. Il giudice per le indagini preliminari diventerà un faro di riferimento che impedisce di andare a dibattimento nei casi ambigui, per questo la riforma aiuterà il cittadino che avrà a che fare con la giustizia sapendo che il giudice per le indagini preliminari non corre appresso al pm”.
Entrambi concordano sulle necessità della giustizia al di là di questa riforma: “Servono maggiori risorse, bisogna duplicare i magistrati, i loro collaboratori e le strutture, ed è una scelta della politica”.
In merito agli effetti della riforma, Romanelli ha sottolineato: “Non riguarda solo il penale ma la giustizia in genere e le ripercussioni possono essere molteplici. Un giudice del lavoro, per esempio, deve essere sereno e non avere paura di trovarsi di fronte la parte forte a scapito di quella più debole e allo stesso modo un giudice in sede civile chiamato a giudicare danni scaturiti da un intervento chirurgico non deve lasciarsi condizionare perché i potenti si tutelano da soli. Un magistrato che teme la leva disciplinare sarà condizionato: starà attento ad effettuare le indagini su chi detiene il potere. È il motivo per cui la funzione disciplinare è contenuta nel Csm. Ma c’è un’altra criticità: la riforma non prevede la possibilità di ricorrere in Cassazione per impugnare le sentenze dell’Alta Corte e non se ne capisce il motivo”.
Di Pietro ha annotato: “La riforma non porta alla delegittimazione della magistratura e non la svilisce. Anche io avrei preferito che fosse stata oggetto di confronto in Parlamento ma ciò non mi impedisce di valutarne i contenuti. Per quanto riguarda la mancata previsione del ricorso in Cassazione, a mio avviso non potrà produrre effetto perché si scontra con un principio costituzionale più alto”.
Infine, Di Pietro e Romanelli hanno concluso: “Fermo restando le diversità delle opinioni, è importante andare a votare e farlo in modo consapevole”.


