Lo stop della Corte Suprema ai dazi americani: illusione o punto di svolta?
La sentenza della Corte Suprema, pur non modificando la rotta, ci può aiutare a procedere in modo più ordinato lungo un sentiero già tracciato per gli anni a venire
Lo scorso 20 febbraio la Corte Suprema americana ha emesso una sentenza storica: è stato sancito che il Presidente americano non aveva l’autorità di imporre dazi unilaterali attraverso l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge federale del 1977 che conferiva poteri straordinari in caso di minacce di particolare gravità, invocata da Trump per imporre dazi a diversi paesi alleati e avversari nel corso dell’ultimo anno.
Le conseguenze di questo importante passaggio non si sono fatte attendere: entusiasmo nei paesi oggetto dei dazi e grande irritazione da parte dell’esecutivo americano, subito tradotta in provvedimenti molto decisi. Nel giro di breve sono stati introdotti nuovi dazi globali al 10% (poi innalzati nel giro di pochi giorni al 15%) validi per 150 giorni, al termine dei quali sarà necessaria una conferma da parte del Congresso. Una situazione di totale incertezza politica ed economica, nella quale il mondo delle imprese naviga a vista.
Ma andiamo con ordine: come interpretare l’intervento della Corte Suprema americana?
Anzitutto va precisato come l’intervento dei giudici non abbia messo in discussione la linea di fondo della politica commerciale statunitense (non è di pertinenza della Corte), ma si sia limitato ad accendere un faro sugli strumenti normativi utilizzati per raggiungere l’obiettivo. Questo significa anzitutto che vengono dichiarati illegali solo una parte dei dazi imposti da Trump (quelli invocati in forza della normativa IEEPA) e non l’intero impianto: restano efficaci quelli strategici e relativi alla sicurezza nazionale (auto ed acciaio tra gli altri), quelli relativi a pratiche commerciali scorrette ed applicati a fronte di specifiche indagini settoriali nonché quelli globali e temporanei annunciati dopo la sentenza.
In sintesi, mentre l’impianto protezionistico americano resta sostanzialmente intatto, la sentenza innesca la necessità di modificare l’impalcatura burocratica e legislativa che lo sorregge, ponendo un argine all’utilizzo dei dazi emergenziali.
Quali possono essere quindi gli impatti del provvedimento, ammesso che venga in qualche modo recepito nei vari accordi stipulati con i partner commerciali?
Tra le conseguenze più evidenti rientra senz’altro l’aumento dell’incertezza che grava sul mondo imprenditoriale: è opinione diffusa che sia preferibile un accordo certo, per quanto problematico, piuttosto che una situazione in cui non si ha contezza di quali siano le regole del gioco, sospese in un costante processo di negoziazione, indagini commerciali e revisioni continue. L’applicazione o disapplicazione dei dazi diventa un esercizio meno estemporaneo, ma rischia di estendere la propria durata a tempo indefinito: pianificare investimenti e strategie di lungo periodo in un contesto di questo tipo diventa ancora più difficile.
In secondo luogo, la chiarificazione della Corte porta una ventata di ottimismo in merito alle modalità di utilizzo di questi strumenti: viene reso più difficoltoso il loro impiego come arma negoziale sulle questioni più disparate (ora bisogna dimostrare, almeno in teoria, che vi siano delle ragioni commerciali o di sicurezza nazionale concrete per la loro applicazione), ponendo un argine all’utilizzo transazionale che ne è stato fatto negli ultimi mesi (pensiamo alla vicenda della Groenlandia ed al rischio che venissero applicati come misura ritorsiva per la mancata annessione del territorio in questione).
Tutto questo significa che vedremo una marcia indietro rispetto agli accordi che sono stati siglati di recente con i singoli paesi? Andrew Wilson (Vice Segretario dell’International Chamber of Commerce) sostiene sia improbabile che i governi chiedano termini diversi rispetto a quanto pattuito negli accordi antecedenti la sentenza, per almeno due ordini di motivazioni: da un lato si teme una rappresaglia da parte della Casa Bianca su questioni extra commerciali, sicurezza e difesa in primis (pensiamo al supporto americano nel conflitto russo-ucraino). In secondo luogo, vi è la percezione che in caso di revisione degli accordi si assisterebbe da parte dell’esecutivo americano ad un aumento dei dazi che la Corte reputa applicabili per compensare l’eliminazione dei dazi applicati in forza dello IEEPA (quelli che la Corte contesta), vanificando di fatto i potenziali benefici ed inasprendo inutilmente le relazioni con gli Stati Uniti. Secondo Wilson, non dobbiamo quindi attenderci grandi cambiamenti.
Qualora invece i cambiamenti si materializzassero, la posizione della Corte genererebbe nel breve termine un paradosso: a beneficiare maggiormente di un’eventuale riconfigurazione dei dazi sarebbero i paesi politicamente meno vicini agli Stati Uniti, mentre a farne le spese sarebbero gli alleati più stretti. Brasile e Cina vedrebbero una diminuzione della pressione protezionistica rispettivamente del 13% e del 7%, mentre Unione Europea e Regno Unito un aumento dello 0,8% e del 2,1%. La ragione è abbastanza intuitiva: i paesi che sono stati colpiti in modo estemporaneo (e con ordini esecutivi) da misure protezionistiche invocate in forza dello IEEPA vedono oggi applicarsi proprio la tipologia di dazi che la Corte vuole limitare (pensiamo, oltre a Brasile e Cina anche ai paesi del Sud Est Asiatico, accusati di avere un surplus commerciale eccessivo e per questo colpiti in modo particolarmente incisivo).
Gli alleati più stretti degli Stati Uniti sono stati invece oggetto di dazi più contenuti e che non rientrano in larga parte nel perimetro di quelli attenzionati dalla Corte (pensiamo ad acciaio ed automotive in UE) poiché applicati con motivazioni e strumenti normativi più solidi: applicando la sentenza ed i nuovi dazi globali al 15% gli alleati storici dell’America vedrebbero una situazione nel complesso peggiorativa, seppur in misura contenuta.
Allargando il piano di analisi, il provvedimento in questione presenta invece implicazioni molto rilevanti soprattutto per quanto riguarda la dimensione politica della questione. Rappresenta una forte sconfitta per l’esecutivo americano, a pochi mesi dalle elezioni di mid-term, nonché una perdita di credibilità che si irradia dall’opinione pubblica americana sino al grande pubblico globale. Simmetricamente, rappresenta un segno di grande vitalità del sistema democratico americano e dell’impianto di checks and balances, pesi e contrappesi, che hanno il compito di bilanciare l’equilibrio tra i poteri dello stato e che in questo caso hanno esercitato il loro ruolo anteponendo il rigore etico ed intellettuale alla vicinanza politica. La sentenza in questione è infatti passata con sei voti favorevoli e tre contrari, ed è interessante notare come tra i favorevoli vi fossero, oltre ai tre giudici di orientamento progressista, anche tre giudici conservatori, di cui due nominati direttamente da Trump.
Questa presa di posizione avrà quindi molteplici conseguenze, più o meno rilevanti a seconda di come decideranno di procedere i paesi oggetto delle misure protezionistiche, ma una cosa per noi europei deve essere chiara: il provvedimento della Corte non rappresenta un cambio di direzione rispetto alla politica commerciale americana, che rimarrà nel prossimo futuro orientata alla protezione commerciale, per quanto probabilmente arginata in un perimetro più definito e meno imprevedibile.
L’abbraccio del protezionismo e la presa di distanza dal libero scambio costituiscono ormai un fatto assodato e bipartisan nella politica americana, cavallo di battaglia tanto dei repubblicani quanto dei democratici, e questo dev’essere un monito inequivocabile per l’Europa. Nel mondo post globalizzato dei rapporti di forza e del protezionismo, l’autonomia strategica non è più un obiettivo desiderabile, ma necessario: la sentenza della Corte Suprema, pur non modificando la rotta, ci può aiutare a procedere in modo più ordinato lungo un sentiero già tracciato per gli anni a venire.

Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.
È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.
In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo) , dopo essersi laureato con lode in International Management all’Università Bocconi di Milano .


