Giorgio Gori: “Dopo i dazi di Trump l’Unione Europea ha imparato a diversificare le relazioni commerciali”
Gori osserva che l’Europa ha imparato una lezione: “Più si diversifica lo spettro delle relazioni commerciali meno si è esposti ai ricatti di uno. Chiaro che se noi avessimo avuto tutte le nostre esportazioni soltanto concentrate sugli Stati Uniti sarebbe stato un problema”
La recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sulla politica dei dazi del presidente Donald Trump apre uno scenario nuovo sui rapporti anche con l’Unione Europea.
“È una fase di grande incertezza – osserva l’onorevole Giorgio Gori dal Parlamento Europeo – e questa incertezza non fa bene alle imprese. Non fa bene non sapere se è possibile o meno chiedere il rimborso di ciò che è stato eventualmente pagato in questi mesi. Credo che alla fine Trump troverà un modo diverso, probabilmente una differente forma legale per confermare ciò che voleva, ovvero imporre una tariffa sulle importazioni dei prodotti più diversi da ogni Paese del mondo, non soltanto dall’Italia. E noi dobbiamo attrezzarci a questo tipo di scenario”.
L’europarlamentare bergamasco rimarca che “nonostante i dazi americani, in questi mesi le esportazioni del nostro Paese sono cresciute. Segno di una vitalità, soprattutto della manifattura italiana, ma non solo, che va al di là delle barriere che si possono frapporre”. Gori puntualizza come “i dazi Usa sono stati assorbiti praticamente al 100% dai consumatori americani. Quindi sono stati loro ad avere dei prodotti più cari a causa di queste tariffe e a comprarli ugualmente. Infine, la terza buona notizia è che noi abbiamo comunque preso lo spunto per diversificare le relazioni commerciali che non sono più soltanto concentrate su alcune aree del mondo, ma abbiamo dato una spinta, come con l’accordo con i Paesi del Sud America, con il Mercosur. Poi abbiamo firmato un accordo che andrà ratificato con l’India che apre un altro mercato di enorme dimensione. C’è quindi una vitalità dal punto di vista delle relazioni commerciali europee che a noi italiani può fare soltanto bene”. Gori osserva che l’Europa ha imparato una lezione: “Più si diversifica lo spettro delle relazioni commerciali meno si è esposti ai ricatti di uno. Chiaro che se noi avessimo avuto tutte le nostre esportazioni soltanto concentrate sugli Stati Uniti sarebbe stato un problema”.
Lo sguardo non può non rimanere sull’Europa con la guerra in Ucraina. “Quattro anni sono tantissimi per una guerra che speravamo finisse prima e che Putin, in primo luogo, pensava potesse durare pochi giorni perché questa era l’aspettativa dei russi quando hanno deciso di invadere l’Ucraina il 24 febbraio del 1922 – aggiunge Gori -. Non è stato così. E quattro anni dopo il bilancio per la Russia è, a mio giudizio, fallimentare perché ha trasformato la propria economia in una economia di guerra, si è dissanguata in questo sforzo bellico, ha sacrificato centinaia di migliaia di suoi cittadini che sono morti al fronte, ha ottenuto il risultato di far salire l’inflazione al 30%, i tassi di interesse al 16%, si è isolata nel mondo. Ha perso nel frattempo degli alleati come Siria e Venezuela che erano in stretti rapporti con la Russia e oggi non sono più dei punti di riferimento. L’Iran si è indebolito, si è reso dipendente dalle forniture cinesi”. L’analisi di Gori: “Credo sia stato un errore tragico da parte della Russia, questo vuol dire che le cose volgano al meglio per gli ucraini? No. Non è detto, perché in realtà tutto lo sforzo bellico russo è ancora sul campo e ogni notte instancabilmente i droni scaricano ordigni sulle case, sugli ospedali, sui civili ucraini, per cui noi dobbiamo secondo me rinnovare l’impegno a sostenere finché sarà necessaria la resistenza ucraina. La resistenza di un popolo che vuole rimanere libero, che vuole avere garanzie di libertà anche per il suo futuro”.
Dall’orizzonte mondiale allo spazio fino a casa nostra. Giorgio Gori ha partecipato ad un incontro di Confindustria sulla possibilità di aprire delle filiere per l’aerospaziale. “Apprezzo molto il lavoro che sta portando avanti Confindustria nell’identificazione delle filiere presenti e potenziali, una ricognizione che sta tra una lettura delle tendenze del mercato e ciò che effettivamente esiste nel tessuto manifatturiero bergamasco. In parte è già concreta questa dimensione, cioè c’è un’industria bergamasca che lavora per l’aerospazio, e ce n’è una che potenzialmente può farla, perché ci sono dei settori che si possono anche parzialmente riconvertire. Sappiamo tutti che c’è un problema di sovra capacità produttiva del settore dell’automotive che richiederà una contrazione di quell’ambito. Diverse imprese secondo me possono rilanciarsi invece in un settore contiguo che è quello dell’aerospazio o della difesa. Ho cercato di rappresentare nel mio intervento come questo settore sia particolarmente rilevante e promettente per l’Europa”.
Sul referendum per la riforma della Giustizia, Gori ha le idee precise: il suo “no” non sarà un voto politico. “Io sono particolarmente critico nei confronti del modo in cui un pezzo della magistratura, cioè quella requirente, i pubblici ministeri, le procure per come si sono mosse in questi anni. Secondo me violando quelli che io considero i principi del garantismo. Si legge nel numero delle carcerazioni preventive, nel modo in cui spesso gli avvisi di garanzia diventano, anche con la complicità dei media, dei processi sommari che avvengono prima ancora che sia avviato il procedimento vero e proprio. Quindi non sono favorevole a che i pubblici ministeri diventino una vera e propria corporazione e che abbiano un loro CSM. Oggi nell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura i pubblici ministeri sono un terzo dei giudici per far capire. Domani avranno il loro CSM che disporrà dei loro avanzamenti di carriera, delle loro valutazioni”.
“Questa autoreferenzialità del corpo dei pubblici ministeri – aggiunge Gori – che avranno anche un proprio percorso formativo e quindi, probabilmente, già dal primo giorno in cui si iscriveranno all’università un orientamento totalmente accusatorio, secondo me non va bene, tenderà a peggiorare le cose dal punto di vista dei principi del garantismo. Anche perché mentre nei paesi in cui la separazione delle carriere c’è, è totalmente autonoma la magistratura giudicante, mentre quella requirente fa riferimento al governo, riferisce al Ministero della Giustizia, in questo caso non riferirebbe a nessuno”.
“Come capite i miei argomenti sono un po’ diversi da quelli di chi dice io voto no perché temo che questa cosa sia un primo passo perché domani il governo voglia esercitare un controllo sulla magistratura. Io pavento il fatto che invece non ci sia nessun controllo, che cioè debba riferire totalmente solo a se stessa priva di qualunque riferimento istituzionale”.

