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Il referendum, un episodio di guerra civile

Una campagna elettorale impropria, con un paradosso di fondo

La guelfo-ghibellinizzazione dello scontro referendario e i conati di guerra civile ideologica sono un’eccezione o la regola del nostro sistema partitico? Risposta: sono la regola della Seconda Repubblica. La conferma viene, se analizziamo da vicino il paradosso di questa campagna elettorale impropria.

Il paradosso: Fratelli d’Italia, che proviene da Alleanza nazionale, che non era fascista, che proveniva dal Movimento sociale italiano, partito del “non rinnegare, non restaurare” il Fascismo (copyright democristianissimo di Giorgio Almirante), che proveniva dalla fascistissima Repubblica sociale italiana, propone niente di meno che la cancellazione di quell’unicità delle carriere dei magistrati, che fu invece sancita dal “Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12”, intitolato “Ordinamento giudiziario”.

Il decreto emanato dall’allora Ministro della Giustizia Dino Grandi stabiliva l’unicità della carriera professionale dei Magistrati giudicanti e requirenti. Nella relazione che accompagnò l’adozione del Decreto, si spiegava che l’unità di carriera fosse necessaria al fine di una maggiore coesione e comune “cultura giurisdizionale” dei magistrati. I poteri legislativo, esecutivo e giudiziario dovevano essere compatti, perché lo Stato era uno e totalitario.

Fratelli d’Italia si batte per una misura costituzionale tipica di uno Stato liberale. Ci si aspetterebbe una standing ovation da parte di tutte le forze antifasciste: finalmente anche i nipotini di Almirante sono approdati alla Repubblica, alla condanna del Fascismo e del Nazismo, al ripudio dell’antisemitismo e delle Leggi sulla razza e allo Stato delle democrazie liberali europee e asiatiche!

Perché la sinistra non intende prendere atto della trasformazione in corso verso una destra liberal-conservatrice? Perché, la sinistra rifiuta ostinatamente di evolvere verso una posizione liberale di… sinistra. E, dunque, ecco il paradosso, difende la posizione del Ministro fascista Grandi. La copertura ideologica è quella dell’antifascismo.

In realtà, c’è una bella differenza tra l’antifascismo storico del PCI e quello di oggi del PD. Quello comunista era un’ideologia della legittimazione. Se il fattore K escludeva il PCI dal governo, il richiamo antifascista non serviva a combattere un fascismo morto e sepolto, ma a rivendicare il diritto costituzionale e politico a entrare nell’area di governo. Dietro stava una costante aspirazione consociativa, quotidianamente realizzata in Parlamento, della quale il compromesso storico e l’unità nazionale erano la proiezione culturale e, rispettivamente, politica.

L’antifascismo post-comunista ha cambiato toni e contenuti, a seconda degli avversari che si è trovato di fronte: ha assunto le forme dell’anti-berlusconismo, dell’anti-leghismo e, oggi, dell’anti-melonismo, perdendo, al contempo, la cultura politica della “sinistra di governo”, che il PCI praticava stando all’opposizione e che il primo PD tentò di elevare ad asse della sua politica. Ha tentato senza riuscirvi. Diversamente dalla sinistra europea, che dalla vecchia socialdemocrazia si è mossa verso la sinistra liberale, quella italiana, dopo avere condotto una guerra feroce contro Craxi, ha tentato con Occhetto un’immaginaria terza via tra comunismo e socialdemocrazia.

La frattura del tetto di cristallo del PCI ha lasciato la sinistra senza tetto, esposta ai venti impetuosi del populismo, soprattutto meridionale, dell’eterno radicalismo, dell’antistatalismo, dell’antiamericanismo, dell’anticapitalismo, dell’antagonismo. Caratteristica ideologica di questo mix è il rifiuto permanente del governo in carica, non in quanto inadatto, ma in quanto abusivo e illegittimo e perciò da abbattere con qualsiasi mezzo. Al fondo sta l’incapacità del PD e del “Campo largo” di diventare “partito della Nazione”, livello al quale tutti i partiti-fazione dovrebbero arrivare, pena la decadenza dell’Italia.

E così, l’incapacità di uscire dalla guerra civile ideologica permanente sta consegnando da anni il Paese alla stagnazione. Il Paese resta bloccato, non partecipa alle correnti globali dello sviluppo. Il barbaro svolgimento della campagna referendaria è solo l’ennesimo epifenomeno di questa crisi profonda del sistema politico e civile del Paese.


giovanni cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.

Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.