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Ti ha chiesto scusa. Ma perché ti senti ancora ferito?

Quando le scuse servono a proteggere chi ha sbagliato

Le scuse dovrebbero riparare. Eppure a volte, dopo averle ricevute, ci si sente ancora confusi, in colpa, quasi esagerati. Come è possibile?

Immagina di scoprire che una persona molto vicina a te ha oltrepassato un limite. Quando il fatto emerge, chiede scusa, sembra davvero dispiaciuta, ma al contempo desidera chiudere la questione in poco tempo, cercando in te rassicurazione immediata. Accogli le scuse, ma dentro senti che qualcosa si è incrinato: la fiducia non si ricostruisce in un giorno. Hai bisogno di tempo per rimettere a posto ciò che si è mosso dentro di te. E proprio in quel momento accade qualcosa di sottile: lentamente, il problema sembri diventare tu e la tua reazione emotiva. Il tuo dolore viene percepito come eccessivo, la tua richiesta di tempo come rigidità.

Cosa accade a livello psicologico

In psicodinamica si parla di meccanismi di difesa primari (Kernberg, 1975): strategie inconsce che si attivano quando il Sé si percepisce minacciato. Commettere un torto può incrinare l’immagine interna di sé; e se questa immagine è rigida — “io sono una brava persona” — l’errore non viene vissuto come qualcosa che ho fatto, ma come qualcosa che mette in discussione chi sono (Tangney & Dearing, 2002).

Quando la vergogna diventa difficile da tollerare, possono mobilitarsi difese inconsce. Se la persona ferita accoglie le scuse ma chiede tempo per elaborare l’accaduto, l’attesa può essere vissuta con frustrazione, persino come una punizione. L’incapacità di sostenere questo disagio può favorire una scissione della realtà: la persona ferita viene allora percepita come “oppositiva”, “esagerata” o “troppo dura”.

Talvolta può emergere anche un attacco verso chi è stato ferito, attraverso un meccanismo proiettivo in cui il disagio interno viene attribuito all’altro: “sei tu a essere ambigua, a non essere limpida”. L’inquietudine viene così spostata fuori da sé. Possono comparire inoltre la negazione dei fatti — “non è mai accaduto” — o la loro riscrittura attraverso la razionalizzazione, che costruisce spiegazioni apparentemente logiche per ridurre la dissonanza tra l’immagine di sé e il comportamento agito (Festinger, 1957).

Perché succede? Le radici sono spesso antiche

Il bambino che riceve un’educazione eccessivamente severa, fondata su ricatto affettivo e colpevolizzazione, interiorizzerà l’idea di essere amabile solo a condizione di essere remissivo e accondiscendente. Quando l’ambiente non offre uno spazio sufficientemente sicuro per l’espressione spontanea dei bisogni e degli stati interni, il bambino può sviluppare un “falso sé” (Winnicott, 1960): un’organizzazione difensiva costruita per adattarsi alle richieste dell’ambiente e preservare il legame, a scapito dell’autenticità. In questo frangente l’errore commesso, un torto procurato involontariamente, diventa pericoloso: non è un evento singolo ma una minaccia al Sè. E allora la presenza stessa della persona ferita, che prova disappunto, diventa uno specchio scomodo:se chiede tempo, quel tempo viene vissuto come rifiuto; se esprime dolore, viene percepito come attacco.

La differenza tra scuse difensive e scuse mature

Nelle scuse difensive il centro non è il dolore dell’altro né la riparazione della relazione, ma l’angoscia di chi ha sbagliato, che deve essere placata al più presto. Cercano rassicurazione immediata, tollerano poco il disagio altrui e sono mosse dalla vergogna e dal timore dell’abbandono. Le scuse mature implicano capacità di mentalizzazione, accettano che ricomporre la fiducia richieda tempo, sanno restare nel confronto senza ribaltare, si assumono le responsabilità senza necessità di svalutare l’altro e senza autodistruggersi. Qui la colpa diventa evolutiva: non mette in discussione il valore personale, ma aiuta a ricostruire il legame.

Se sei tu la persona ferita: cosa proteggere prima di tutto

Quando si subisce un torto, il rischio più grande è perdere chiarezza interna, possono emergere anche sentimenti di colpa che sono stati proiettati: ricorda che prima di affrettarsi a recuperare la relazione è importante la propria stabilità interiore. Il tuo bisogno di tempo è legittimo, non devi rassicurare chi ha sbagliato o prenderti il suo carico emotivo, resta sui fatti e sul tuo sentire senza accusare. Se anche le persone esterne coinvolte esercitano pressione emotiva, puoi finire per percepire te stessa e la tua reazione come il problema. In questi casi potrebbero essere stati attivati i meccanismi difensivi descritti, e chi ha commesso il torto può arrivare a denigrarti o svalutarti agli occhi degli altri. Anche questo è un segnale: aiuta a comprendere se il legame abbia basi sufficientemente sane per essere preservato. Talvolta, infatti, non tutte le relazioni possono essere salvate.

Uscire dalla prigione dell’immagine perfetta

Nella pratica clinica emerge spesso un filo comune: molte persone sentono di valere solo quando sono impeccabili, responsabili, contenute, corrette. Vivere per proteggere l’immagine sociale ha un costo e con il tempo compaiono sintomi come ansia, frustrazione, rabbia repressa, senso di vuoto, tristezza persistente. Lavorare su sé stessi con l’aiuto di un supporto psicologico significa imparare regolare un sano egoismo: riconoscere i propri bisogni senza calpestare quelli altrui. Lo psicologo, come specchio, aiuta a trasformare la vergogna in consapevolezza. Il disagio nell’ occasione per imparare a stare nella frustrazione senza annientarsi: a dire “ho sbagliato” senza dire “non valgo”. Perché solo quando non dobbiamo difendere continuamente chi “dovremmo essere”, possiamo assumerci davvero la responsabilità di ciò che facciamo.

Bibliografia:

Bowlby, J. (1996). Una base sicura: applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina Editore.

Festinger, L. (1957). Teoria della dissonanza cognitiva. Franco Angeli Editore.

Kernberg, O. F. (1975). Narcisismo, aggressività e autodistruttività. Raffello Cortina Editore.

Tangney, J. P., & Dearing, R. L. (2002). Shame and guilt. Guildford Press.

Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente (pp. 165–181). Milano: Armando Editore.

* Dott.ssa Viviana Sacchi, psicologa clinica,

Socia A.M.S.I. (scuola europea di psicoterapia ipnotica)

Responsabile comunicazione Mindfit Clinic