La lezione di tecnica e sicurezza del Borussia: ecco cosa ha imparato l’Atalanta a Dortmund
La Dea non è più una cenerentola europea e nessuno la tratta come tale, ma è uno status che ha anche il rovescio della medaglia nella gestione gara. E mentre Kovac è riuscito a giocare sui punti deboli nerazzurri con idee chiare e verticalità, con Guirassy che ha sovrastato Scamacca a distanza, la Dea si è riscoperta meno forte senza un riferimento come De Ketelaere
Dortmund (Germania). Ci sono partite che, come spiega Raffaele Palladino, “servono per prendere consapevolezza del livello a cui siamo”. Nel caso del percorso della sua Atalanta, in tante occasioni il responso è stato positivo, al netto di alcuni passaggi a vuoto derubricabili come tali per svariate ragioni. I blackout contro Verona e Athletic, ma paradossalmente anche contro l’Inter, visto che la sconfitta arriva per un errore episodico, fanno testo fino ad un certo punto. Idem il ko di Bruxelles. Poi ci sono le partite come quella di Dortmund, in cui il Borussia impartisce una lezione. Perché dalla serata del Wetsfalenstadion i nerazzurri ci escono avendo imparato molto, sull’avversario e soprattutto su loro stessi.
Il principale insegnamento racconta che nelle partite europee, soprattutto quando in ballo c’è un’eliminazione diretta, la pulizia tecnica fa la differenza. È la principale differenza nel primo tempo, ovvero la fase in cui la gara si indirizza. I due gol arrivano agli estremi della frazione, ma il senso di pericolosità delle due squadre è totalmente diverso. Da una parte c’è il palleggio giallonero a due tocchi, con la costante ricerca (di successo) del terzo uomo, il movimento vorticoso e continuo dei tre attaccanti, strepitosamente intercambiabili senza mai dare riferimenti e in grado di attaccare ogni lato. Dall’altra, poco o nulla.
La ricerca della profondità diventa possibile solo così: facendo viaggiare la palla tra i piedi dei giocatori con velocità e soprattutto pulizia. Cosa che all’Atalanta non riesce pressoché mai. Anche perché la battaglia a distanza tra i due numeri 9 Guirassy non è che la vince, la domina, disponendo a turno di Djimsiti e Kossounou – che ha il particolare di essere l’unico della rosa ad aver sempre giocato titolare in Champions quest’anno, 9 su 9 – portandoseli a spasso e anticipandoli cronicamente in ogni zona del campo.
Ecco, forse il pensiero di optare per Hien dal primo minuto non sarebbe stato così campato per aria, sia alla luce di quanto nel secondo tempo ha saputo contenere il guineano ex Stoccarda, sia in considerazione del suo curriculum di grandi centravanti limitati alla grandissima. Osimhen, Lukaku, Gyökeres. Diversi, ma in un modo o nell’altro anche affini allo stesso Guirassy.
Qualità nel fraseggio, movimento rapido del pallone con i centrocampisti, capacità di attrarre gli avversari e poi sfruttare in verticale gli spazi. Niko Kovac aveva accennato all’argomento alla vigilia e l’esecuzione nei fatti è stata magistrale da parte dei suoi giocatori in campo. Tanto che alla fine dell’emergenza in difesa non se n’è accorto nessuno. Eppure a fianco della diga Anton, perno centrale della squadra e non solo inteso per la posizione nella difesa a tre, c’erano Bensabaini e Reggiani, un esterno mancino che storicamente è più abituato ad arare la corsia sinistra piuttosto che difendere e un classe 2008 con 46 minuti giocati tra i professionisti.
Solo il tandem mancino con Zalewski e Bernasconi è riuscito ad attaccare con un po’ di pericolosità il prodotto del settore giovanile del Sassuolo, costringendolo anche all’ammonizione. Troppo poco. Ed ecco l’altra differenza: la capacità di giocare sui punti deboli degli avversari. Cosa che al Borussia è riuscita benissimo, considerando come i palloni in verticale affondavano come la più classica lama nel burro della difesa orobica. I tedeschi hanno selezionato con accuratezza quasi maniacale i tempi delle giocate, frutto anche di sicurezze tecniche e tattiche costruite negli scorsi mesi di lavoro e che vengono interpretate con serenità.
Non che l’Atalanta non ne abbia maturate, ma la mancanza di riferimenti non è stata semplice da mandare giù. E ogni riferimento a Charles De Ketelaere, prima ancora che all’ultimo arrivato Raspadori, non può non essere casuale. Perché non si contano sulle dita di due mani le volte in cui in 90 minuti il belga offre l’opzione per lo scarico palla, guadagna un fallo, fa avanzare il baricentro di metri, si gira e punta la difesa, magari conquista un corner, magari ne esce un’occasione, oppure un gol. Era una mancanza già palese nella trasferta contro la Lazio, poi dimenticata per merito del risultato, in una partita comunque parecchio equilibrata.
Comprensibile e dovuto il modo in cui Palladino sottolinea nel posta gara di voler parlare dei presenti prima che degli assenti, ma c’è un motivo se fino all’infortunio e con la sola eccezione della trasferta contro l’Union St. Gilloise CdK era sempre stato titolare, in ogni singola gara. Una certezza. E quando ti viene a mancare, lo smarrimento è il minimo che possa capitare. Le assenze non sono un alibi, ma fanno parte del gioco e ne costituiscono un fattore, come anche è un fattore la sopracitata capacità che hanno le squadre avversarie di metterle in evidenza o meno.
All’Atalanta, insomma, non sono mancate solo la leggerezza e la sfrontatezza chieste da Palladino, oltre allo spirito e all’atteggiamento a volte un po’ troppo arrendevole sopratutto nel primo tempo, con pochi acuti di carattere e quasi tutti dei soli Ederson e Kolasinac. C’è stata anche una gestione della gara non adeguata al livello. L’esperienza in questo fa la differenza, anche in panchina: Kovac non è tra i più incensati, ma ha alle spalle determinate esperienze che lo hanno fatto crescere: nazionale croata e Bayern su tutti, oltre a Monaco ed Eintracht Francoforte. Ha già vinto trofei, sa gestire i momenti della partita. Aspetti che al collega nerazzurro mancano ancora, per un fatto anagrafico, di percorso e di navigazione.
Tra sette giorni, però, tutto si riazzera. È il bello della Champions League. Si parte dal 2-0 Dortmund, certo, ma nessuno sarebbe così pazzo da credere che la questione sia già da mettere in archivio. Soprattutto perché l’Atalanta ora non ha niente da perdere, si trova con le spalle al muro. Come in campionato all’inizio dell’era Palladino. Una situazione che le permetterà di avere meno pensieri — se non quello di una possibile seconda eliminazione consecutiva al turno di playoff dopo aver sfiorato la qualificazione diretta agli ottavi. Ma questa è l’Europa quando non si recita più il ruolo della Cenerentola. Uno status che nobilita, ma ha anche il suo rovescio della medaglia. E a cui l’Atalanta si deve presto abituare.





