L'analisi
Quando il carrello della spesa racconta il Paese, Bergamo non fa eccezione
C’è un tentativo di presentare la situazione economica del nostro paese in termini ottimistici. Per capire se ci raccontano la verità o se fa parte della febbre propagandista che ha contaggiato la
politica italiane e in particolare le forze di governo. Mi affido a una rilevazione empirica ma che credo efficace perché sono convinto che lo stato di salute economica e sociale di un Paese mi
misura con il carrello della spesa. È lì che si vede se i salari tengono, se le famiglie respirano, se la fiducia nel futuro cresce o si restringe. E oggi, osservando l’andamento dei consumi in Italia, quel
carrello ci restituisce un’immagine chiara: il Paese consuma, ma con prudenza. Consuma, maseleziona. Consuma, ma rinuncia.
Negli ultimi mesi, i dati nazionali mostrano un rallentamento dei consumi, nonostante un’inflazione in attenuazione e un clima di fiducia che prova a risalire la china. Le famiglie riorganizzano i
bilanci, spostano risorse, tagliano ciò che non è essenziale. Crescono i servizi, la tecnologia, i prodotti percepiti come “funzionali” o salutistici; arretrano i beni tradizionali, compresi quelli
alimentari, che storicamente rappresentavano la parte più rigida della spesa.
Il settore alimentare, in particolare, è diventato un termometro sociale. Dopo il rimbalzo del 2023, il 2024 e l’inizio del 2025 hanno segnato un nuovo rallentamento: calano i volumi, aumentano le
rinunce, si moltiplicano le strategie di risparmio. Una famiglia su tre riduce la spesa alimentare.
Non è un dettaglio statistico: è un segnale profondo. Significa che il potere d’acquisto non recupera, che i salari non seguono il costo della vita, che la quotidianità si fa più stretta.
Dentro questa contrazione, però, si apre una frattura che merita attenzione. Da una parte, chi può permettersi prodotti premium, salutistici, convenienti; dall’altra, chi è costretto a scegliere solo in
base al prezzo. È una polarizzazione che attraversa il Paese e che rischia di trasformare il cibo – il bene più universale – in un indicatore di disuguaglianza.
Bergamo: un territorio forte, ma sotto pressione
Se allarghiamo lo sguardo a Bergamo, il quadro nazionale trova conferme e specificità. La provincia resta uno dei territori più dinamici del Paese: industria solida, manifattura competitiva,
export vivace. Eppure, questa forza produttiva non si traduce automaticamente in benessere diffuso.
Il costo della vita cresce più dei salari, soprattutto nelle aree urbane e nei comuni della cintura. L’abitare pesa, i servizi pesano, e anche la spesa alimentare diventa un terreno di scelte difficili.
Le famiglie bergamasche mostrano una prudenza crescente: riducono gli acquisti non essenziali, spostano parte della spesa verso discount e marche del distributore, mantengono attenzione alla
qualità ma con un occhio sempre più vigile al prezzo. I tagli riguardano soprattutto carne fresca, prodotti da forno e olio extravergine, colpiti dal caro-prezzi. Non è solo una questione economica: è
un cambiamento culturale indotto dalla pressione del quotidiano.
Accanto a un ceto medio che resiste, emergono nuove vulnerabilità. Famiglie monoreddito, giovani coppie con figli, anziani soli con pensioni basse, lavoratori precari o intermittenti: sono loro a
modificare la spesa in modo più drastico, a rinunciare prima, a sentire maggiormente il peso dell’incertezza. E se Bergamo resta un territorio con una forte capacità di risposta collettiva – reti di
solidarietà, associazionismo, cooperative di consumo – questa resilienza non può sostituire politiche strutturali.
Il consumo come indicatore politico
L’andamento dei consumi non è un fatto privato. È un indicatore politico, perché racconta quanto le persone si sentano protette, quanto il lavoro sia stabile, quanto il welfare riesca a sostenere chi è più esposto. Quando il carrello si svuota, significa che qualcosa non funziona nella catena che dovrebbe garantire dignità e sicurezza.
Per questo, il tema del potere d’acquisto torna centrale. Non come slogan, ma come necessità concreta: rinnovi contrattuali più rapidi, salario minimo contrattuale, detassazione del lavoro
dipendente, sostegno alle famiglie con figli, politiche territoriali contro il caro-vita. Il settore alimentare, con la sua doppia natura di bisogno primario e industria strategica, può diventare un
laboratorio di innovazione sociale: più trasparenza sui prezzi, filiere più eque, accesso universale a cibo sano e di qualità.
Bergamo, con la sua forza produttiva e la sua capacità di costruire comunità, può essere un territorio pilota. Qui si possono sperimentare accordi territoriali sul costo della vita, iniziative con la
distribuzione per calmierare i prezzi, progetti di educazione alimentare e consumo consapevole, reti di sostegno per le famiglie più fragili. Non per supplire allo Stato, ma per mostrare che un altro
modello è possibile.
Un Paese che vuole tornare a respirare
Il modo in cui un Paese consuma racconta il modo in cui un Paese vive. E oggi, a Bergamo come nel resto d’Italia, i consumi ci dicono che la vita quotidiana è sotto pressione. Ma ci dicono anche
che le persone cercano equilibrio, qualità, sicurezza. Cercano un futuro che non sia costruito sulla rinuncia, ma sulla possibilità.
Il carrello della spesa, in fondo, non è solo un contenitore di prodotti: è un indicatore di fiducia. E la fiducia, oggi, è la materia prima più preziosa che abbiamo. Sta a noi – istituzioni, imprese,
sindacati, comunità – decidere se lasciarla evaporare o trasformarla in un progetto collettivo.
Savino Pezzotta, bergamasco, sindacalista e politico italiano, è stato segretario nazionale della Cisl.


