La “Lezione di storia” sabato 14 febbraio al teatro Donizetti: con tono ironico, dimesso e affettuosamente malinconico, lo scrittore passa da un aneddoto a un verso poetico, da una fotografia a un ricordo personale, da un sorriso all’intima commozione
Recensire una “lezione” di Paolo Nori è un esercizio quasi impossibile. Le sue sono passeggiate interiori, viaggi a zig-zag nella letteratura, nella memoria e nella vita quotidiana. Nori non spiega, ma accompagna e condivide un itinerario interiore, quasi un flusso di coscienza ad alta voce. E alla fine ci si ritrova con addosso una strana leggerezza, come un’”allegria di naufragi” per dirla con Ungaretti.
Al mattino del 14 febbraio al Teatro Donizetti, per l’ultima tappa del ciclo “Lezioni di storia” dedicato alle capitali culturali, la sala era gremita, sold out, con la fila fuori per i biglietti dell’ultimo minuto. Dopo Atene, Venezia, Costantinopoli e Roma, è toccato a San Pietroburgo e le avanguardie. Ma quando Paolo Nori ha preso la parola, già dopo pochi minuti si è capito che non si sarebbe parlato solo di una città e della sua arte, quanto di uno stato d’animo.
Lo scrittore lo dice subito: è la quarta volta che tiene questa “lezione”, e ogni volta è diversa, perché Pietroburgo, per lui, non è un luogo geografico ma un luogo dell’anima. Una città che ha cambiato nome più volte, San Pietroburgo, poi Pietrogrado, poi Leningrado e infine di nuovo Pietroburgo. Una città fondata nel nulla nel 1703, su una foce dove “non abitava nessuno”, a settecento chilometri a nord di Mosca, dove d’estate il sole non tramonta mai e d’inverno ci sono tre ore di luce, “una luce che fa schifo”. E allora, come racconta il custode di un museo, puoi fare due cose: o bevi o studi, “e c’è gente che le fa tutte e due insieme”.
Il tono è quello che gli è consueto: ironico, dimesso, affettuosamente malinconico. Nori parla dei suoi viaggi in Russia, delle dogane, delle code infinite degli anni Novanta, dei negozi vuoti dove ci si metteva in fila senza sapere cosa si stesse per comprare (la prima cosa che si diceva era: “chi è l’ultimo”). Lo scrittore passa da un aneddoto a un verso poetico, da una fotografia a un ricordo personale, da un sorriso all’intima commozione.
Racconta di quando Laterza gli ha chiesto di scrivere un libro sull’Ermitage, ma lui ha risposto di no: “Lì c’è l’arte occidentale, io non ho niente da dire”. Poi ha accettato, ma solo a patto di scrivere, invece, sul Museo Russo. Perché è lì, dice, che si legge davvero la storia, la letteratura, lo spirito dei luoghi, come in un romanzo fatto di quadri messi in ordine cronologico: in particolare Nori percorre col pubblico il tratto da Aleksandr Puškin fino ai futuristi, dai pittori ambulanti ribelli all’arte ufficiale, da Repin alle avanguardie che prima vogliono distruggere tutto e poi, inevitabilmente, diventano istituzione.
Le avanguardie, suggerisce Nori, hanno anche un che di comico. I futuristi che vogliono “buttare Dostoevskij dalla nave della modernità”, un po’ come Marinetti voleva “uccidere il chiaro di luna”, i poeti che scrivono versi senza senso, i “nullisti” che predicano di non scrivere, di non leggere, di non stampare nulla. E poi Kazimir Malevič, con il suo Quadrato nero che “all’inizio mi faceva venire il nervoso” però ha “raso al suolo tutto”, come una cosa apparentemente stupida che invece cambia per sempre il modo di guardare.
Ma l’emozione si fa palpabile quando Nori parla dei poeti. Di Velimir Chlebnikov, con versi che sembrano semplici e invece sono immensi: “Poco mi serve. Una crosta di pane, un ditale di latte, e questo cielo e queste nuvole”. O di Pasternak, che lo “è venuto a trovare” durante una lunga e dolorosa degenza in ospedale dopo un grave incidente, per dirgli: “vivere una vita non è attraversare un campo”. E poi c’è Anna Achmatova: trecento copie per il primo libro, un milione e settecentomila per l’ultimo, dopo cinquant’anni di censure, vessazioni, dolore. Achmatova alla fine vince, tranne che col figlio, finito nei gulag e incapace di perdonarla. “Questo”, dice Nori, “è stato il suo grande dispiacere”: lo dice piano, con la voce che trema, come se parlasse di una parente stretta.
In mezzo a questo flusso di parole e visioni, spuntano fotografie: la Prospettiva Nevskij piena di turisti mentre “fuori” si vive la guerra; un tram che attraversa il ponte davanti al Palazzo d’Inverno; una scritta minuscola su un portone: “no alla guerra”, uno slogan vietato. “Una signora ha commentato: come è scritta in piccolo. Io ho risposto: venite a scriverla più in grande”.
Nori mescola il sublime e il banale, la poesia e la grappa, i musei e le code al supermercato. La sua parola racconta sottovoce, non spiega, e poi ti viene a trovare a spettacolo finito, nelle pieghe della vita. Non restano nozioni precise, ma rimane piuttosto un sentimento, come di aver condiviso un viaggio in buona compagnia scoprendo cose belle che prima non sapevi, o non sapevi di sapere.