“Crisi climatica, rinviare oggi il contrasto significa pagare molto di più domani”
Matteo Motterlini: il nostro cervello non è progettato per riconoscere minacce lente, cumulative e distribuite nel tempo. Ma i comportamenti sostenibili, se diffusi, diventano contagiosi: non sono un costo, ma un investimento nel futuro
La crisi climatica è una minaccia lenta e diluita nel tempo, difficile da riconoscere per un cervello evoluto per reagire a pericoli immediati. I dati scientifici, da soli, non bastano ad attivare l’azione; senza esperienza diretta non scatta l’allarme e, quando la paura arriva, può trasformarsi in ansia o fatalismo. Una leva efficace è l’esempio collettivo: i comportamenti sostenibili, se diffusi, diventano contagiosi. Ne parla Matteo Motterlini, professore ordinario di Logica e Filosofia della Scienza all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, in “Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai” (Solferino, pagine 262, euro 18,50), un libro incisivo e coraggioso perché riporta la crisi climatica al centro dell’attenzione in una fase in cui, nel dibattito politico e mediatico, sembra finita ai margini delle priorità anche di fronte a eventi estremi sempre più intensi e frequenti. Abbiamo intervistato l’autore.
Professore, nel suo libro spiega come il principale ostacolo al contrasto al cambiamento climatico non sia economico, tecnologico o politico, ma cognitivo. Qual è la “trappola mentale” che ci impedisce di affrontare una crisi che mette a rischio la nostra stessa sopravvivenza?
“Il principale ostacolo è cognitivo perché il nostro cervello non è progettato per riconoscere minacce lente, cumulative e distribuite nel tempo. Reagiamo bene a un pericolo improvviso, molto meno a un rischio che cresce di pochi decimi di grado all’anno. Nel libro parlo della trappola della rana bollita: ci adattiamo progressivamente al peggioramento e finiamo per considerarlo normale. A questa si somma la trappola del ‘new normal’: ogni generazione prende come riferimento la situazione che trova, anche se è già compromessa. Così eventi estremi, siccità o ondate di calore diventano lo sfondo abituale. Non è ignoranza, è assuefazione. E quando il problema sembra normale, l’urgenza scompare”.
I “mercanti di dubbi” continuano a negare l’evidenza scientifica per ben precisi interessi e sono ancora pienamente in azione nel mondo della comunicazione. Anche il negazionismo climatico, prima ancora ideologico o politico, è un fatto psicologico?
“Il negazionismo climatico è prima di tutto un meccanismo psicologico di difesa. Accettare l’evidenza significa ammettere che il nostro stile di vita ha un costo per il pianeta e dovrebbe essere cambiato. Questo genera dissonanza cognitiva, ansia e senso di colpa. Negare, minimizzare o spostare la colpa su altri è emotivamente più facile. I ‘mercanti di dubbi’ sfruttano queste fragilità: non devono convincere che il clima non cambia, basta insinuare incertezza. Il dubbio rallenta l’azione e protegge interessi economici precisi. È una strategia già vista con il tabacco”.

Nel libro parla di “capitalismo limbico”, un sistema che sfrutta il circuito della gratificazione immediata, oggi amplificato dal web e dai social. Come si può affrontare la crisi climatica all’interno di questo modello economico e culturale?
“Il capitalismo limbico descrive un sistema economico che sfrutta il nostro bisogno di gratificazioni immediate. È un modello che vive di consumo continuo, stimoli rapidi, attenzione catturata. Social media, pubblicità e piattaforme digitali sono costruiti per attivare il circuito della ricompensa, non per favorire scelte riflessive. In questo contesto, il futuro conta poco e il presente conta tutto. La crisi climatica è l’esatto contrario: chiede di rinunciare oggi a qualcosa per un beneficio che vedremo domani. Per questo entra in attrito con l’intero ecosistema economico e culturale in cui siamo immersi. Affrontare la crisi climatica dentro questo modello significa smettere di fare appello solo alla buona volontà individuale. Servono regole, incentivi e infrastrutture che rendano sostenibili le scelte virtuose. È il tema del ‘buon antenato’: progettare istituzioni che tengano conto di chi verrà dopo di noi. ‘Carbon pricing’, standard ambientali, investimenti pubblici e vincoli credibili aiutano a superare la nostra miopia. Quando il contesto cambia, cambiano anche i comportamenti. Non perché siamo diventati più virtuosi, ma perché è diventato più facile fare la cosa giusta”.
Come si può tutelare la divulgazione scientifica sulla crisi climatica dall’aggressione continua, per ignoranza o malafede, nei social? L’intelligenza artificiale è al riparo dal negazionismo?
“La divulgazione scientifica si difende ricostruendo la fiducia nella competenza, non rincorrendo ogni provocazione. Nel libro insisto sul fatto che il problema non è solo la disinformazione, ma la fragilità del rapporto tra cittadini, conoscenza e democrazia. Nei social la scienza perde quando accetta il terreno dello scontro tra opinioni, perché il metodo scientifico non funziona per numero di like. Per questo serve un’educazione epistemica: aiutare le persone a capire come si produce la conoscenza e perché non tutte le fonti hanno lo stesso valore. Le piattaforme hanno responsabilità enormi, ma anche i media tradizionali devono fare la loro parte: mettere sullo stesso piano scienza e opinione, in nome di una falsa neutralità, non è pluralismo, ma disinformazione. L’intelligenza artificiale non è al riparo dal negazionismo perché non è neutrale. Riflette i dati, i valori e gli interessi di chi la progetta e la controlla. Se viene addestrata su contenuti distorti o ideologici, restituirà risposte distorte. Esistono già esempi di IA che riproducono visioni razziste o suprematiste perché nascono in contesti culturali e politici precisi. L’IA non pensa: amplifica. Può essere uno strumento potente contro la disinformazione, ma solo se governata da regole chiare, trasparenza e responsabilità
scientifica”.
Lei mostra come paura, ansia e fatalismo possano essere paralizzanti quanto la negazione. Come si può comunicare l’emergenza climatica senza scivolare né nell’allarmismo né nella rassegnazione?
“Se comunichiamo la crisi climatica solo in termini apocalittici, molte persone reagiscono con rimozione o fatalismo. Nel libro mostro che funziona meglio rendere il problema concreto e visibile, ma anche affrontabile. Gli esempi di contagio sociale sono decisivi: nella lavanderia che mostra quanta acqua risparmiano gli altri, nella mensa che rende il piatto sostenibile la scelta standard, nei pannelli solari che diventano visibili sui tetti. Vedere che gli altri cambiano riduce la paura e aumenta il senso di
efficacia”.
Secondo il World Economic Forum, la disinformazione è tra i principali rischi globali dei prossimi due anni, mentre gli eventi estremi, già oggi tra i primi, diventeranno il rischio numero uno nel prossimo decennio. Eppure, negli Usa Donald Trump ha messo in atto un attacco senza precedenti alle politiche ambientali e climatiche, in Europa il Green Deal è diventato un capro espiatorio economico e politico. Nel mondo produttivo i vantaggi a breve termine prevalgono sui benefici futuri? Perché si fatica a cogliere la reale portata economica della sfida climatica?
“Nel mondo produttivo e politico il breve termine prevale perché il nostro cervello sconta il futuro e perché gli incentivi sono costruiti così. I benefici della transizione arrivano più tardi, i costi subito. La disinformazione rende tutto più facile: se il problema è incerto, si può rimandare. Negli Stati Uniti come in Europa, il clima diventa un capro espiatorio o un tema ideologico. Ma è un’illusione. Rinviare oggi significa pagare molto di più domani, in termini economici, sociali e sanitari. La reale portata economica della crisi climatica è difficile da vedere perché continuiamo a usare strumenti di misura sbagliati. Il PIL registra la produzione di oggi, ma ignora i danni che lasciamo domani. Se disboschiamo, inquiniamo o consumiamo risorse non rinnovabili, l’economia sembra crescere, anche se stiamo impoverendo il futuro. È come spendere i risparmi di famiglia pensando che siano reddito. Questo errore contabile si intreccia con un problema etico: non consideriamo il benessere di chi verrà dopo di noi. Così affrontare la crisi climatica appare come un costo, quando in realtà sarebbe un investimento nel nostro stesso futuro”.
Nel libro indica nella forza dell’esempio collettivo una possibile leva di cambiamento. Qual è un caso di contagio sociale virtuoso che può contribuire a contrastare la crisi climatica?
“Il contagio sociale virtuoso è una delle leve più potenti che abbiamo perché gli esseri umani sono profondamente influenzati da ciò che fanno gli altri. Gran parte dei nostri comportamenti non nasce da scelte isolate, ma dal desiderio di conformarci a norme sociali condivise. Quando i comportamenti sostenibili diventano visibili e diffusi, smettono di apparire come sacrifici individuali e diventano la normalità. È quello che accade quando scopriamo che la maggioranza dei vicini risparmia energia, riduce gli sprechi o ha installato pannelli solari. Quando una causa – ambientale, sociale o civile – si fa simbolo di appartenenza e riconoscimento, smette di essere astratta. Diventa personale, concreta, urgente. E se vogliamo costruire un futuro sostenibile, non basteranno incentivi economici, tasse o divieti. Servono contesti in cui le scelte giuste abbiano valore sociale. In cui sentirsi parte di qualcosa di più grande e desiderabile. Per cambiare il mondo dobbiamo cominciare dalle storie che raccontiamo su di noi e sugli altri. Storie che non parlano solo di rinunce e di costi, ma di comunità e futuro condiviso”.


