Perché il tuo portafoglio è ancora fermo al Novecento mentre i capitali corrono sui mercati privati
Il grande disallineamento. Perché il tuo portafoglio è ancora fermo al novecento mentre i capitali corrono sui mercati privati: un’analisi sul decoupling ciclico tra mercati pubblici e privati e le sue implicazioni per azioni e obbligazioni
C’è una domanda che pochi investitori si pongono e nessun consulente finanziario, in Italia, sta formulando con la necessaria franchezza. È una domanda scomoda, perché mette in discussione la grammatica elementare dell’investimento così come l’abbiamo imparata: se i grandi capitali istituzionali – fondi pensione, compagnie assicurative, fondi sovrani – stanno silenziosamente spostando l’allocazione del risparmio globale dai mercati pubblici verso quelli privati, perché i portafogli dei risparmiatori italiani sono ancora bloccati nella dicotomia ottocentesca tra BTP e azioni? La risposta è il decoupling ciclico tra mercati quotati e non quotati: una separazione strutturale dei cicli valutativi e dei flussi di capitale che rappresenta la più grande asimmetria informativa e allocativa del 2026. Mentre Wall Street viaggia sui massimi storici trainata dalla concentrazione dei magnifici sette, i mercati privati attraversano una fase di contrazione della
raccolta e riassetto dei prezzi. Analizziamo come il “grande disallineamento” stia ridefinendo le regole dell’investimento in azioni e obbligazioni, e quali strumenti concreti esistono già oggi – anche per il risparmiatore retail – per non arrivare in ritardo a questa trasformazione epocale.
Si chiude una settimana che ha visto la conferma dell’allargamento delle performance di mercato, soprattutto negli Stati Uniti. Per diversi anni i titoli dei “Magnifici 7” hanno dominato l’attenzione degli investitori e, collettivamente, hanno di fatto trainato i rendimenti degli indici. Quell’era è chiaramente cambiata. Solo due di questi giganti a mega-capitalizzazione hanno sovraperformato l’S&P 500 nel 2025 e parte di questa disomogeneità è persistita in questo primo scorcio del 2026, con cinque di essi che da inizio anno sottoperformano l’indice.
La crescente divergenza all’interno dei Magnifici 7 riflette l’evoluzione del comparto legato all’intelligenza artificiale (IA). I giorni in cui i titoli tecnologici beneficiavano indistintamente dell’entusiasmo generale per l’IA sono svaniti, poiché gli investitori sono diventati sempre più selettivi, specialmente a fronte di un posizionamento affollato e, forse, della stanchezza per le valutazioni a premio.
I recenti ribassi in aree chiave della tecnologia hanno reso questo cambiamento ancora più evidente. I titoli software sono calati dopo l’annuncio di un nuovo strumento di IA che ha acuito i timori di una potenziale “disruption” dei loro modelli di business consolidati.
La turbolenza del mercato non ha però interrotto il trend rialzista dell’indice generale, poiché il sell-off tecnologico è stato ampiamente compensato da una sostanziale rotazione verso altre aree del mercato. Qualsiasi danno tecnico all’S&P 500 è stato limitato, con l’indice di nuovo al di sopra della sua media mobile a 50 giorni e a meno dell’1% dal suo recente massimo storico.
Nel frattempo, la controparte dell’indice S&P 500 a pari peso (equal weight) è salita le scorse settimane, raggiungendo persino un nuovo record. Tale forza riflette una rotazione che ha favorito ampiamente i settori ciclici e “value”, aree che erano state trascurate per diversi anni. Un cambiamento supportato dal miglioramento delle condizioni macroeconomiche e da una crescita degli utili superiori alle attese. È importante sottolineare che questa rotazione non è una novità. Riflette piuttosto il crescente slancio dietro una tendenza più ampia di rafforzamento dell’ampiezza del mercato (market breadth) iniziata alla fine dello scorso anno.
La volatilità del mercato americano ha contagiato anche la Borsa Italiana. Tutti i principali indice chiudono infatti la settimana in negativo: l’indice delle big caps – FTSE MIB – scende dell’1,17% (+0,88% dall’inizio dell’anno), quelle delle società star – FTSE ITALIA STAR – lascia sul campo il 2,61% (stessa performance dall’inizio dell’anno), mentre quello delle micro caps – FTSE ITALIA GROWTH – scende di un modesto 0,01% (+0,85% dall’inizio dell’anno).
Miglior titolo della settimana Stmicroelectronics (+15,98%). Gli investitori hanno valutato positivamente l’annuncio dell’ampliamento della collaborazione strategica con Amazon Web Services (AWS) attraverso un’intesa strategica commerciale pluriennale di alcuni miliardi di dollari che copre diverse categorie di prodotti. La collaborazione si fonda su STM come fornitore strategico di tecnologie avanzate e prodotti a semiconduttore che AWS integra nella sua infrastruttura di calcolo, abilitando il colosso statunitense a fornire ai propri clienti nuovi esempi di calcolo ad alte prestazioni, costi operativi ridotti e la capacità di scalare carichi di lavoro ad alta intensità di calcolo con maggiore efficacia. Società che, inoltre, beneficia del report di HSBC che ha mantenuto il “buy” rating ma alzato il target price a 35 euro (da 29) per azione.
Secondo miglior titolo Ferrari, che guadagna il 14,64%, dopo che la società ha comunicato i risultati del 2025, che hanno visto un miglioramento della redditività: i ricavi netti sono cresciuti del 7% YoY (+8% a cambi costanti) a 7,15 miliardi di euro.
Medaglia di bronzo per Inwit (+11,18%), grazie al report di Mediobanca che ha alzato a “Outperform”, da “Neutral” il rating, lasciano invariato a 12,2 euro per azione il target price.
I tre peggiori titoli della settimana sono finanziari. I primi due operano nel risparmio gestito: Finecobank e Banca Mediolanum, che lasciano sul campo il 13,55% e l’11,47% rispettivamente. Gli investitori hanno timore che l’automazione del servizio di consulenza finanziaria quale effetto dell’azione dell’AI, possa mettere in discussione la redditività.
Il terzo titolo negativo è Bper Banca (-8,48%), travolta dalla flessione dei titoli financials, nonostante JP Morgan abbia comunicato un incremento all’8,346% (dal 7,941%) della partecipazione aggregata nel capitale.
C’è una domanda che pochi investitori si stanno facendo, e ancor meno consulenti finanziari stanno ponendo. Ed è una domanda scomoda, perché mette in discussione la grammatica elementare
dell’investimento così come l’abbiamo imparata. La domanda è questa: se i grandi capitali istituzionali – i fondi pensione, le compagnie assicurative e una buona parte degli altri intermediari finanziari – stanno silenziosamente spostando l’allocazione del risparmio globale dai mercati pubblici verso quelli privati, perché i portafogli dei risparmiatori italiani sono ancora bloccati nella dicotomia ottocentesca tra BTP e azioni?
Perché continuiamo a ragionare per compartimenti stagni – obbligazioni governative da una parte, azioni quotate dall’altra – quando il mondo dell’investimento professionale ha già dichiarato chiusa quell’era? Questa non è una domanda retorica. È il cuore di una trasformazione strutturale Nils Rode, chief investment officer per i mercati privati di Schroders, ha recentemente battezzato con un termine preciso: “decoupling ciclico”.
Non si tratta dell’ennesima moda finanziaria. È il riconoscimento che i cicli di valutazione, i flussi di capitale e le opportunità di rendimento nei mercati quotati e in quelli non quotati hanno preso direzioni radicalmente diverse. Mentre Wall Street continua a inseguire i magnifici sette e l’S&P 500 veleggia verso multipli decisamente più elevati delle medie storiche, il mondo dei mercati privati sta attraversando una fase completamente diversa: raccolta fondi in contrazione, valutazioni in riassetto, concorrenza ridotta. È esattamente l’opposto di ciò che accade sui listini pubblici. Ed è esattamente per questo che oggi siamo di fronte a quella che potrebbe rivelarsi la più grande asimmetria informativa e allocativa nella storia recente dell’investimento.
IL DECOUPLING: QUANDO I CICLI SI SEPARANO
Partiamo da un dato di fatto. Nel 2025, l’S&P 500 ha registrato l’ennesimo anno di performance positive, spinto dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e dalla resilienza dell’economia americana. I rendimenti obbligazionari, dopo il trauma del rialzo dei tassi 2022-2024, si sono stabilizzati su livelli che – per chi viene dal decennio dei tassi zero – appaiono persino generosi.
Questa è la superficie, la “calma apparente”. Ma sotto la superficie, l’ecosistema finanziario sta vivendo una separazione dei destini.
I mercati pubblici, registrano prezzi vicini ai massimi storici. I multipli azionari sono tornati a livelli che storicamente hanno preceduto periodi di rendimenti deludenti. La concentrazione dell’indice americano nei primi dieci titoli ha superato il 40% – un livello che vanifica gran parte della presunta diversificazione offerta da un ETF sull’S&P 500. L’entusiasmo per l’IA, per quanto fondato su trasformazioni tecnologiche reali, rischia seriamente di alimentare nuovi squilibri sul fronte delle valutazioni.
I mercati privati, al contrario, si trovano in una fase ciclica opposta. Negli ultimi due anni, la raccolta di fondi ha subìto un calo generalizzato. L’attività di negoziazione si è contratta. Le uscite si sono ridotte. I periodi di detenzione degli investimenti si sono allungati.
In altre parole, mentre sui mercati pubblici si paga il biglietto più caro della storia per salire su un treno affollatissimo, sui mercati privati i prezzi di ingresso sono scesi, la concorrenza è diminuita e la disciplina è tornata.
Questo è il decoupling. Non una teoria astratta, ma la fotografia di due mondi che condividono lo stesso tempo cronologico ma abitano due stagioni valutative completamente diverse.
La domanda che dovremmo porci non è se questo sia vero. I dati lo confermano. La domanda è semmai come si traduce in scelte di portafoglio?
L’ALTRA FACCIA DEL PRIVATE EQUITY: LA CRISI DEI PRIMATI
Prima di procedere nell’analisi, una precisazione è doverosa. Quando si parla di “opportunità nei mercati privati”, la tentazione è di evocare l’immagine del private equity trionfante degli anni Dieci, quello dei megafondi da venti miliardi e dei ritorni stratosferici.
Non è di quello che stiamo parlando. Perché il private equity che tutti conoscono – quello dei grandi buyout, dei brand celebri, dei deal da copertina – sta vivendo una crisi silenziosa ma profonda.
I dati di PitchBook, presentati all’inizio di questo febbraio 2026, sono spietati: il 2025 è stato l’anno peggiore per la raccolta di capitali dal 2020. La concentrazione ha raggiunto livelli estremi: secondo McKinsey, i primi 10 fondi di private equity (appena il 3,5% del totale dei veicoli) hanno assorbito il 44% del capitale complessivamente raccolto.
Ma c’è di più. La quota di capitale raccolta dai cosiddetti “emerging managers”, è crollata al 15,7% del totale, contro il 23,4% di un decennio fa. In termini assoluti i fondi emergenti chiudono quasi con lo stesso numero di veicoli di prima, ma raccolgono una fetta molto più piccola del capitale disponibile.
Nel venture capital, il dato è ancora più estremo: il 98% del capitale raccolto nel 2024 è andato a fondi con almeno quattro veicoli alle spalle. I fondi primi, secondi e terzi si sono dovuti dividere il 2% residuo.
Cosa significa tutto questo?
Significa che il “private equity” non è un monolite. Accanto al mercato dei giganti – saturo, costoso, e iper competitivo – esiste un mercato di medie e piccole imprese, di fondi emergenti, di strategie di nicchia, che sta vivendo una fase completamente diversa. Ed è lì che, secondo gli analisti, si concentrano oggi le opportunità: operazioni di buyout di piccole e medie imprese (con valore d’impresa inferiore a un miliardo di dollari), investimenti di continuazione, venture capital in fase iniziale su settori non inflazionati come biotecnologie e climate tech .
I numeri sono eloquenti. Le valutazioni di ingresso per le piccole operazioni di buyout sono in media inferiori del 40-50% rispetto ai grandi buyout e alle società quotate a piccola capitalizzazione . Dipendono meno dalla leva finanziaria e più dall’agilità operativa. Sono spesso concentrate su società orientate ai servizi con focus nazionale o regionale, quindi meno esposte alle fluttuazioni dei mercati globali.
La storia dei rendimenti insegna che i fondi di private equity first movers, hanno storicamente sovraperformato i fondi successivi di 100-300 punti base di tasso interno di rendimento netto. Le ragioni sono strutturali. I fondi più piccoli possono operare in segmenti di mercato ignorati dai giganti. Inoltre, l’allineamento di interessi è matematicamente più forte (un milione investito dal socio fondatore pesa diversamente se il fondo è da cinquanta milioni o da cinquecento). Da no sottovalutare che la fame e la concentrazione sono armi competitive.
Ma qui si apre il problema. Queste opportunità, per definizione, non sono accessibili all’investitore retail attraverso i canali tradizionali. Non si comprano su Borsa Italiana. Non hanno un codice ISIN. Richiedono veicoli dedicati, ma soprattutto competenze specifiche e orizzonti temporali lunghi.
E questa asimmetria – tra dove il capitale istituzionale si sta muovendo e dove il capitale retail è parcheggiato – è il cuore del grande disallineamento.
L’ALTRA FACCIATA DELLA MEDAGLIA: IL CREDITO PRIVATO E IL SUO RISCHIO SILENZIOSO
Se il private equity è la parte più nota dei mercati privati, il private debt ne è la frontiera più dinamica. Con una crescita che ha portato il mercato globale a superare 1.500 miliardi di dollari e proiezioni che indicano 2.800 miliardi entro il 2028, il credito privato è diventato una classe di asset sistemica. Anche qui, però, il discorso si fa più complesso di quanto la narrativa promozionale lasci intendere. Perché, parallelamente alla tesi di alcuni analisti che indicano opportunità nel private debt, ce ne sono altri che indicano una tesi diversa, ovvero che gli investitori che inseguono i rendimenti del private credit sono “ciechi” rispetto ai rischi. Secondo questa tesi:
- il private debt si concentra tipicamente su aziende più piccole, con minore flessibilità finanziaria e disclosure meno trasparente rispetto a quelle che accedono ai mercati pubblici. La concentrazione settoriale è più elevata. La trasparenza dei prezzi è inesistente;
- i prestiti concessi alle aziende più deboli nei primi anni del decennio, quando i tassi erano prossimi allo zero, stanno iniziando a mostrare segni di stress. Non è ovviamente un buon segno che tutti questi problemi emergano nella performance dei prestiti in un momento in cui l’economia sta andando bene quanto può andare;
- l’assenza di mark-to-market, cioè di una valutazione giornaliera di mercato, rende difficile percepire tempestivamente il deterioramento del credito. Nei mercati pubblici, il prezzo che scende è un segnale d’allarme. Nei mercati privati, quel segnale non esiste. Si scopre il danno quando è ormai compiuto.
Dobbiamo dire che questa critica non è secondaria. Ci ricorda che il “decoupling” non significa che i mercati privati siano privi di rischio. Significa che il loro profilo di rischio-rendimento oggi è diverso e potenzialmente più favorevole, rispetto ai mercati pubblici, ma solo per chi ha la capacità di selezionare, diversificare e detenere con orizzonti lunghi.
Occorre comunque porre attenzione. Occorre la consapevolezza che nei mercati privati la selettività è tutto.
Non esiste un “beta” del private debt – un rendimento medio facilmente catturabile – come esiste un rendimento medio dell’S&P 500. Esistono strategie vincenti e strategie perdenti e la differenza la fa la capacità di operare nei segmenti inefficienti del mercato: i prestiti garantiti da asset tangibili, le cartolarizzazioni di flussi finanziari, il debito infrastrutturale.
Per l’investitore retail, la lezione è doppia. Da un lato, ignorare i mercati privati significa precludersi l’accesso ad opportunità di rendimento e diversificazione sempre più rilevanti. Dall’altro, entrarvi senza gli strumenti adeguati – affidandosi al fondo sbagliato, al gestore inesperto, alla moda del momento – può rivelarsi più rischioso che restare nei mercati pubblici.
LA GRANDE CONVERGENZA: L’INFRASTRUTTURA FISICA DELL’IA COME PONTE TRA DUE MONDI
Esiste però un territorio in cui la dicotomia tra pubblico e privato si fa più sfumata, e dove l’investitore azionario tradizionale può cominciare ad affacciarsi su queste dinamiche senza abbandonare i mercati quotati.
Questo territorio è l’infrastruttura fisica dell’intelligenza artificiale. L’evoluzione è rapidissima e sotto gli occhi di tutti. Per anni, il racconto dell’IA è stato dominato dai modelli linguistici, dai chip, dal software. Da qualche tempo però la narrazione è cambiata radicalmente. Il tema dominante non era più “l’IA che pensa”, ma “l’IA che vive nel mondo fisico”.
Jensen Huang, CEO di Nvidia, è stato lapidario: “L’ora di gloria dell’IA fisica è arrivata”. Non si tratta solo di robot umanoidi (Boston Dynamics ha annunciato il deploy di Atlas negli stabilimenti Hyundai dal 2028). Si tratta di data center, reti elettriche, sistemi di raffreddamento, interconnessioni ottiche, memoria ad alta velocità, materiali critici. I numeri sono vertiginosi. Secondo gli analisti, la spesa annua per infrastrutture cloud – inclusa l’IA – è passata da 173 miliardi di dollari nel 2023 a 460 miliardi nel 2025, e si prevede raggiunga i 606 miliardi nel 2026 . Un aumento del 250% in tre anni.
Questa spesa non è speculativa. È guidata da una domanda reale – l’utilizzo dei data center supera già l’offerta disponibile – e sta creando opportunità di crescita a diversi livelli della catena del valore, non solo sui titoli megacap già ipervalutati.
Ma c’è un passaggio cruciale che pochi hanno colto. Gran parte di questa spesa infrastrutturale non verrà finanziata attraverso i mercati azionari pubblici. I grandi progetti – data center, piccoli reattori modulari (SMR), potenziamento delle reti elettriche, impianti di arricchimento dell’uranio – richiedono forme di capitale ibride, pazienti, spesso non quotate.
Ed è qui che pubblico e privato si incontrano. Diverse sono le società che finanziano i data center di Meta attraverso private placement. KKR e Blackstone strutturano per esempio operazioni di debito infrastrutturale. I fondi sovrani investono direttamente in progetti di transizione energetica. L’investitore retail, che non ha accesso diretto a queste operazioni, può però possedere le società quotate che di queste operazioni sono l’architrave: gli ingegneri, i costruttori, i gestori di rete, i produttori di componenti critici.
Nel 2026, investire sull’IA non significa più solo comprare Nvidia o Microsoft. Significa anche considerare i produttori di componenti per reti elettriche, le società di ingegneria specializzate nella costruzione di data center, i gestori di infrastrutture energetiche, le aziende attive nei materiali critici come il rame e le terre rare.
Questa è la prima implicazione pratica del grande disallineamento: l’investitore azionario tradizionale deve imparare a cercare i “ponte” tra l’economia quotata e l’economia privata, identificando quelle società quotate la cui crescita è trainata proprio dagli investimenti che i grandi capitali istituzionali stanno facendo nei mercati privati.
OBBLIGAZIONI: OLTRE LA DICOTOMIA BTP/BUND
Se per l’azionario il tema è “come catturare la crescita dei mercati privati attraverso i titoli quotati ponte”, per l’obbligazionario la domanda è più radicale: ha ancora senso che il portafoglio obbligazionario di un risparmiatore italiano sia composto esclusivamente o prevalentemente da titoli di Stato? Non è una domanda eretica. È la conseguenza logica del decoupling.
I rendimenti dei BTP, si sono stabilizzati attorno al 3,5%. Non sono più i miseri rendimenti dell’era dei tassi negativi, ma restano esposti a due rischi strutturali: il rischio di tasso (che potrebbe riacutizzarsi se l’inflazione si mostrasse più persistente del previsto) e il rischio di spread (legato alla percezione della sostenibilità del debito italiano).
Nel frattempo, il mondo del credito privato offre rendimenti comparabili – talvolta superiori – con profili di rischio e correlazioni completamente diverse.
L’asset-based finance, in particolare, è indicata dagli analisti come l’area di maggiore opportunità. Si tratta di prestiti garantiti da attività tangibili o flussi finanziari: mutui residenziali, prestiti auto, leasing di attrezzature, crediti al consumo, finanziamenti aeronautici. Non sono strumenti nuovi, ma la loro accessibilità per l’investitore retail è aumentata significativamente negli ultimi anni attraverso fondi chiusi quotati, ETC specializzati e strumenti UCITS.
Non si tratta di suggerire al risparmiatore italiano di abbandonare i BTP per inseguire rendimenti a doppia cifra in strumenti esotici. Si tratta di far notare che la tradizionale allocazione obbligazionaria “60% BTP, 40% corporate” è figlia di un’epoca in cui il debito sovrano offriva rendimenti reali positivi con rischio prossimo allo zero, e il debito corporate quotato era l’unica alternativa. Quell’epoca è finita.
Oggi, un portafoglio obbligazionario dovrebbe porsi domande che fino a cinque anni fa erano irrilevanti: qual è la mia esposizione ai rischi sovrani? Quanto sono diversificate le fonti di rendimento? Quale parte del mio portafoglio è correlata ai tassi di policy delle banche centrali, e quale no? L’asset-based finance, il debito infrastrutturale, la specialty finance non sono risposte universali. Sono però domande nuove, che il dibattito finanziario italiano stenta ancora a formulare.
PERCHÉ QUESTO RIGUARDA L’ITALIA E IL RISPARMIATORE “NORMALE”
A questo punto, il lettore potrebbe obiettare: tutto molto interessante, ma cosa c’entra con me? Io non sono un family office, non ho 5 milioni di euro da investire in fondi di private equity, non posso permettermi di bloccare il mio capitale per dieci anni. L’obiezione è legittima, e merita una risposta articolata su tre livelli.
La geografia. L’Italia è una nazione con una buona vocazione manifatturiera, piena di medie imprese eccellenti che operano nei settori quali la componentistica, l’automazione, l’energia e i servizi industriali. Molte di queste imprese non sono quotate, ma sono esattamente il target degli investimenti di private equity nel segmento “lower mid-market”. Il grande disallineamento non è solo un fenomeno finanziario, ma anche una fotografia del distacco tra la valorizzazione delle imprese quotate e il valore (spesso inespresso) delle imprese non quotate. Capire dove vanno i grandi flussi di capitale aiuta a capire il destino dell’economia reale.
L’accesso. Non è vero che l’investitore retail non ha alcuna possibilità di accedere a queste dinamiche. I fondi chiusi quotati in Borsa Italiana, gli ETC tematici, i fondi UCITS specializzati in infrastrutture e private debt offrono canali di accesso regolamentati, trasparenti e liquidi. Non sono il private equity diretto, ma ne catturano una parte del potenziale con orizzonti temporali e livelli di rischio compatibili con il risparmio gestito tradizionale.
La consapevolezza. Anche se si scegliesse, dopo attenta valutazione, di restare interamente nei mercati pubblici, è essenziale farlo con la consapevolezza che i rapporti di forza tra pubblico e privato stanno cambiando. Un investitore che nel 2026 ignora il decoupling è come un navigatore che ignora le correnti: può comunque procedere, ma lo fa senza sfruttare forze che potrebbero spingerlo nella direzione desiderata.
La vera questione non è “dobbiamo tutti spostarci sui mercati privati?”. La vera questione è perché continuiamo a parlare dei mercati privati come se fossero un’opzione esotica per pochi eletti, quando il mondo dell’investimento professionale li ha già integrati come componente normale di un portafoglio diversificato?”.
NAVIGARE IL DISALLINEAMENTO: UNA PROPOSTA OPERATIVA PER IL 2026
Alla fine di questa lunga analisi, è tempo di trarre conclusioni operative. Come si traduce il grande disallineamento in scelte concrete di portafoglio per il 2026?
Sul fronte azionario
- Ridurre l’esposizione passiva agli indici generalisti, la cui diversificazione è ormai illusoria data la concentrazione su pochi titoli megacap. Un ETF sull’S&P 500 non è uno strumento di
diversificazione, è una scommessa concentrata su dieci società. - Ricercare i “ponti” tra economia quotata e investimenti privati: società di ingegneria e costruzioni specializzate in data center e infrastrutture energetiche, produttori di componenti per reti
elettriche, utilities che stanno investendo nella modernizzazione della rete società attive nei materiali critici (rame, terre rare). - Considerare l’approccio “bilanciera”: da un lato, esposizione selettiva ai titoli tecnologici con fondamentali solidi e valutazioni non paraboliche e dall’altro, infrastrutture quotate che offrono
rendimenti da dividendo e bassa correlazione con il ciclo tecnologico.
Sul fronte obbligazionario
- Diversificare le fonti di rendimento oltre il debito sovrano. I titoli di Stato restano una componente importante per la liquidità e la stabilità, ma non dovrebbero costituire l’intera allocazione obbligazionaria.
- Valutare l’esposizione al debito infrastrutturale e all’asset-based finance attraverso fondi UCITS ed ETC specializzati. Questi strumenti offrono rendimenti comparabili ai BTP con profili di rischio e correlazioni significativamente diverse.
- Prestare attenzione selettiva: non tutto il private debt è uguale. I segmenti garantiti da asset tangibili (leasing, crediti, flussi finanziari) presentano profili di rischio più trasparenti rispetto ai
prestiti diretti a imprese non quotate.
Sulla struttura del portafoglio:
1. Abbandonare la distinzione ottocentesca tra “azionario” e “obbligazionario” come categorie rigide. La frontiera rilevante oggi è tra mercati pubblici e mercati privati, trasversale rispetto alla
natura dello strumento.
2. Accettare che la diversificazione richiede oggi strumenti più complessi di un portafoglio 60/40. Non è un male, ma la conseguenza di un sistema finanziario che è diventato più sofisticato e
articolato.
3. Pretendere dai consulenti e dai gestori risposte chiare su come intendono affrontare questo disallineamento. La risposta “i mercati privati non sono per il retail” non è più accettabile: è una
rinuncia a presidiare un territorio che influenza sempre più la performance complessiva dei portafogli.
IL COSTO DEL RITARDO
Per il 2026 ci sentiamo di sostenere che gli investitori di maggior successo saranno quelli in grado di combinare un impiego costante con la selettività.
La selettività è la parola chiave. In un mondo di disaccoppiamento ciclico, non esistono scorciatoie, non esistono allocazioni passive che risolvono il problema per noi. Bisogna scegliere. Bisogna distinguere tra il private equity dei giganti, saturo e costoso e quello delle piccole operazioni, dove valutazioni e concorrenza sono ancora sane. Bisogna distinguere tra il private debt rischioso delle aziende marginali e l’asset-based finance garantito da flussi tangibili.
Questa complessità può spaventare. È più comodo rifugiarsi nella narrativa rassicurante dei vecchi schemi:
BTP, azioni italiane, qualche fondo bilanciato. Ma la storia della finanza insegna che il costo del ritardo è sempre, invariabilmente, pagato da chi arriva tardi. I mercati privati non sostituiranno i mercati pubblici, così come i mercati pubblici non avevano sostituito il mattone. Ma si affiancheranno ad essi come componente normale, necessaria, irrinunciabile di un portafoglio ben costruito.
La domanda non è se questo accadrà. Sta già accadendo, sotto i nostri occhi, nei portafogli dei grandi investitori istituzionali che muovono miliardi di dollari o gestiscono il risparmio previdenziale di intere nazioni.
La domanda è quando il risparmiatore italiano – anche quello che legge Bergamo News, che ha un conto titoli in banca, che cerca di far fruttare i suoi risparmi – potrà finalmente accedere a queste opportunità con la stessa naturalezza con cui oggi compra un BTP?
La risposta dipende anche da noi: dalla capacità della stampa finanziaria di porre le domande giuste, dalla determinazione delle autorità di vigilanza nel creare veicoli accessibili e trasparenti, dall’intraprendenza dell’industria del risparmio gestito nel progettare soluzioni adatte al retail.
Ma dipende, soprattutto, dalla consapevolezza del singolo investitore. Perché la prima barriera all’accesso ai mercati privati non è normativa o tecnica. È culturale. È la convinzione che esista un modo “giusto” e uno “sbagliato” di investire, che i BTP siano “sicuri” e i fondi di private equity “rischiosi”, che i mercati quotati siano “normali” e quelli non quotati “esotici”.
Sono convinzioni che appartengono al Novecento finanziario. Nel 2026, abbiamo bisogno di mappe nuove per territori nuovi. La scelta è nelle mani di chi legge.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


