Omicidio di via Tiraboschi: “Gelosia ossessiva e stregoneria”, il pm chiede l’ergastolo per Sadate Djiram
Il 28enne togolese è accusato di avere ucciso Mamadi Tunkara, addetto alla sicurezza del supermercato Carrefour il 3 gennaio 2025. La difesa chiede il minimo della pena e prova a smontare le aggravanti: “Futili motivi e premeditazione non reggono”
Bergamo. Ergastolo. È la richiesta avanzata dalla pm Silvia Marchina al termine della requisitoria nel processo a carico di Sadate Djiram, imputato per l’omicidio di Mamadi Tunkara, il 36enne ucciso a coltellate il 3 gennaio 2025 in via Tiraboschi a Bergamo, dove lavorava come addetto alla sicurezza al supermercato Carrefour. Per la Procura si è trattato di un delitto maturato in un contesto di gelosia ossessiva e immaginaria, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi. Di segno opposto la ricostruzione della difesa, sostenuta in aula dall’avvocata Veronica Foglia in sostituzione del collega Riccardo Bellini, che ha chiesto l’esclusione delle aggravanti e il riconoscimento delle attenuanti generiche, parlando di un’azione d’impeto esplosa in un momento di profonda fragilità personale.
Secondo la pm Marchina, il movente affonderebbe le radici nella convinzione dell’imputato che l’ex compagna avesse una relazione con Tunkara. Un sospetto che, secondo l’accusa, non ha trovato alcun riscontro oggettivo. Dalle analisi dei telefoni non sarebbero emersi contatti, chat o frequentazioni tra la donna e la vittima; la stessa ex compagna ha escluso qualsiasi coinvolgimento sentimentale. Già da novembre 2024, dal cellulare dell’imputato emergerebbe un progressivo deterioramento del rapporto con la donna, tra messaggi carichi di accuse, insulti e sospetti reiterati. Il 29 dicembre Djiram sosteneva di sapere dell’esistenza di una relazione clandestina. Una convinzione che lo ossessionava a tal punto da rivolgersi a delle persone togolesi legate a pratiche di stregoneria, per capire chi avesse “messo zizzania” tra lui e la compagna. Per la Procura, il segno di una convinzione radicata e sganciata dai fatti, di una gelosia definita “generalizzata” e costruita su fantasie.
La pm rammenta anche un episodio denunciato dall’ex compagna. Il 18 dicembre, durante una telefonata interrotta bruscamente, l’imputato avrebbe preteso un rapporto sessuale nonostante il rifiuto della donna. Lei ha raccontato di aver trascorso la notte con la luce accesa per paura. Un fatto che, per l’accusa, contribuisce a delineare un clima di controllo e pressione, un atteggiamento possessivo e aggressivo che rafforzerebbe la lettura del movente come espressione di una volontà di dominio culminata nell’eliminazione di quello che l’imputato riteneva un rivale. Da qui la contestazione dell’aggravante dei futili motivi, individuati proprio nella gelosia immaginaria.
Quanto alla premeditazione, la Procura ha ripercorso i movimenti del 3 gennaio attraverso le telecamere di sorveglianza. Alle 9.45 Djiram entra in un negozio, osserva gli scaffali ed esce; pochi minuti dopo acquista un coltello. Si dirige poi al Carrefour ma non trova Tunkara. Nel pomeriggio torna nuovamente in zona. L’aggressione avviene poco dopo le 16, nei pressi del supermercato, e alle 16.20 le telecamere di via Ghislanzoni lo riprendono mentre si allontana. Per l’accusa, l’acquisto dell’arma poche ore prima, i ripetuti passaggi nei dintorni del luogo di lavoro della vittima e l’attacco in strada configurano “un vero e proprio agguato”. La confessione, secondo la pm, non avrebbe aggiunto elementi decisivi a quanto già ricostruito dagli inquirenti, né sarebbero emersi gesti concreti di riparazione nei confronti dei familiari. Senza contare che, dopo il fatto, Sadate si era dato precipitosamente alla fuga. Questi, in sintesi, i motivi della richiesta di ergastolo, con esclusione delle attenuanti generiche.
Di tono e prospettiva diversi l’intervento della difesa, che ha invitato la Corte a concentrarsi sull’elemento soggettivo della condotta. Secondo l’avvocata Foglia, l’imputato stava attraversando un periodo di grave difficoltà. La relazione con la compagna rappresentava per lui stabilità affettiva, sociale ed economica, il punto di partenza per costruire un futuro diverso. Grazie a quel rapporto aveva ripreso gli studi serali con l’idea di trasferirsi un giorno in Germania e diventare medico come lei. La fine della relazione avrebbe fatto riemergere un passato tormentato e una condizione di fragilità profonda. Sadate, convinto dell’esistenza di un legame tra la donna e Tunkara, avrebbe deciso di incontrarlo per chiedere chiarimenti, non per uccidere. Un punto centrale dell’arringa è l’assenza di testimoni all’inizio del confronto, e il fatto che le telecamere non riprendano il momento esatto dell’incontro. Secondo la versione dell’imputato, lui e Tunkara avrebbero inizialmente parlato. Quest’ultimo, infastidito, avrebbe reagito colpendolo con la catena della bicicletta e con il lucchetto. Djiram avrebbe riportato una ferita al cuoio capelluto, riscontrata dai medici del carcere, e sul lucchetto sarebbe stato trovato materiale pilifero compatibile con i suoi capelli; un testimone avrebbe anche notato del sangue sul colletto della maglia che indossava. Solo dopo quei colpi, sempre secondo il suo racconto, avrebbe estratto il coltello. “Non capivo più niente”, avrebbe riferito, spiegando di aver realizzato la gravità di quanto stava accadendo solo sentendo le urla dei passanti.
Per la difesa, diversi elementi sarebbero incompatibili con la premeditazione. Djiram fece due accessi “a vuoto” al Carrefour, senza conoscere con precisione l’orario di lavoro della vittima, che quel giorno risultava in ritardo rispetto al turno. Se avesse pianificato un omicidio – sostiene il legale – non avrebbe scelto un luogo centrale e affollato né avrebbe agito in pieno giorno; avrebbe potuto attendere la fine del turno o studiarne le abitudini. Anche la fuga verso la Svizzera senza documenti (lasciati nello zaino smarrito durante la fuga) viene descritta come improvvisata e maldestra, così come il fatto di essere stato rintracciato con gli stessi vestiti sporchi di sangue. L’acquisto del coltello, pur ammesso, viene letto come un gesto maturato in uno stato di confusione e turbamento, non come parte di un piano definito. Per questo la difesa parla di dolo d’impeto e non di premeditazione. Quanto ai futili motivi, l’avvocata Foglia ritiene che la gelosia non possa essere isolata dal quadro di fragilità psicologica evidenziato anche dai periti, che pure hanno riconosciuto la piena capacità di intendere e di volere del 28enne. Depressione, insicurezza, marginalità sociale ed economica avrebbero inciso sulla reazione dell’imputato. Sono stati richiamati l’incensuratezza, la collaborazione alle indagini, il prelievo dei campioni biologici mai ostacolato e il pentimento manifestato in interrogatorio. Da qui la richiesta di escludere le aggravanti contestate e, in subordine, di concedere le attenuanti generiche con applicazione della pena nel minimo.
Il processo riprenderà con le repliche fissate per il 18 marzo. Poi la Corte si ritirerà per decidere.



