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Referendum giustizia, gli avvocati per il no: “Riforma pericolosa, demolisce il Csm”

L’avvocato Federico Pedersoli presenta il comitato bergamasco degli Avvocati per il No insieme al senatore del Partito Democratico Alfredo Bazoli. Fra gli aderenti il vicesindaco Sergio Gandi

“Non tutti gli avvocati voteranno sì al referendum. Tantissimi sono per il no perché non sono disposti ad apporre la propria firma su una modifica della Costituzione che, sfruttando l’illusione di una giustizia più giusta, determina un’alterazione dell’equilibrio fra i poteri dello Stato a vantaggio della politica e a danno delle persone”. Così l’avvocato Federico Pedersoli presenta il comitato bergamasco degli Avvocati per il no in vista della consultazione popolare del 22 e 23 marzo.

L’impegno sul territorio si aggiunge a una mobilitazione che ha preso il via su scala nazionale, come ha espresso in una nota l’avvocato Franco Moretti, presidente del Comitato nazionale degli Avvocati per il No. L’avvocato Pedersoli spiega: “Il 10 dicembre scorso si è costituito il comitato nazionale Avvocati per il No, che ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle ragioni del voto contrario a questa riforma della giustizia in vista del referendum. È di fondamentale importanza chiarire che non tutta l’avvocatura è favorevole alla riforma e che esistono avvocati che non sono disposti ad apporre la propria firma su una modifica della Costituzione che, sfruttando l’illusione di una giustizia più giusta, determinerà un’alterazione dell’equilibrio fra i poteri dello Stato a vantaggio della politica e in danno delle persone. Tra la tutela del potere e la tutela delle persone gli avvocati hanno la missione morale di scegliere sempre le persone”.

“Per tutti questi motivi – prosegue l’avvocato Pedersoli – crediamo che il no sia il voto giusto, anche per chi è a favore della separazione delle carriere: perché la separazione non può essere ottenuta a qualunque costo e men che meno infettando lo Stato di diritto e i contrappesi tipici dell’equilibrio democratico liberale”.

Dello stesso avviso l’avvocato Alfredo Bazoli, senatore del Partito Democratico, capogruppo del Pd in Commissione Giustizia e vice capogruppo vicario dem a Palazzo Madama, che specifica: “Ci sono tanti motivi per votare no al referendum, sia per il metodo con cui è stata approvata questa riforma in Parlamento sia entrando nel merito dei suoi contenuti”.

“Per quanto riguarda il metodo – annota l’avvocato Bazoli – questa riforma è stata imposta dal governo al parlamento senza che quest’ultimo potesse discuterne. È stata scritta da Palazzo Chigi e blindata dall’esecutivo senza che vi fosse possibilità di proporre emendamenti. In occasione delle quattro letture del testo della legge previste dalla Costituzione c’è stato un monologo delle opposizioni a fronte del silenzio della maggioranza e la riforma è passata senza alcuna modifica come da diktat del ministro Nordio. Tale modalità tradisce lo spirito che dovrebbe animare il referendum e più in generale la natura stessa della nostra Costituzione, che è il frutto del confronto e della convergenza fra tradizioni, culture e punti di vista differenti. Sinora non era mai accaduto che una riforma che andasse a incidere sulla Carta venisse approvata senza discuterne e senza che il testo venisse modificato da emendamenti ed è inaccettabile”.

Alfredo Bazoli e Federico Pedersoli - Avvocati per il No al referendum sulla giustizia

Entrando nel merito della questione, fra le argomentazioni su cui puntano i sostenitori del sì c’è la volontà di proseguire nella separazione delle carriere, ma l’avvocato Pedersoli puntualizza: “Io e gli Avvocati del No siamo favorevoli alla separazione della carriere, nel solco della legge Cartabia, ma siamo contrari alla demolizione del Consiglio Superiore della Magistratura. Con l’istituzione di due Csm – uno per i giudici e uno per i pm – si generano parecchi problemi perché i pubblici ministeri diventerebbero un quarto potere dello Stato fuori controllo. Si affiancherebbero al potere esecutivo, legislativo e giudiziario senza avere contrappesi, quindi avremmo 2.500 figure che agirebbero senza i necessari bilanciamenti, come hanno rilevato anche diversi giuristi e docenti universitari. Se lo scenario è che, compiendo un ulteriore passo dopo l’eventuale vittoria del sì, finiscano sotto il controllo del potere esecutivo crediamo che vada detto chiaramente e siamo contrari. Riteniamo che sia sbagliato e pericoloso: non condividiamo questa prospettiva e purtroppo pensiamo che se dovesse vincere il sì risulterebbe inevitabile”.

“Siamo contrari – continua l’avvocato Pedersoli – anche alla pratica del sorteggio per individuare i membri dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare, perché rappresenta un’umiliazione per i magistrati. Potrebbe accadere, infatti, che un magistrato agli inizi si trovi a dover valutare l’operato di colleghi con una lunga carriera alle spalle e riteniamo che sia fuori da ogni logica. Analogamente, potrebbe essere sorteggiato un magistrato che magari è bravissimo a svolgere la propria funzione ma non quella di garanzia all’interno del Csm e troviamo che sia assurdo. C’è chi giustifica questo modus operandi con la volontà di tagliare il peso delle correnti, ma i numeri rivelano che a farne parte è meno del 30% dei magistrati, quindi non è un problema reale. Fra l’altro la presenza delle correnti non è di per sé negativa, perché il dialogo fra orientamenti e sensibilità diverse è un valore aggiunto se viene espresso in maniera costruttiva. In altre parole, se la medicina è peggiore della malattia è meglio evitarla per non stare peggio”.

“La storia – sottolinea l’avvocato Bazoli – testimonia l’importanza e la delicatezza del Csm, che i nostri padri costituenti hanno configurato come organo di autogoverno della magistratura. Si insediò nel 1959, undici anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione proprio perché ci furono grandi resistenze da alcune componenti della politica ma alla fine prevalse la volontà di tutelare l’autonomia dei magistrati. Questo Csm, che naturalmente ha avuto anche dei difetti, sinora ha garantito l’autonomia dei magistrati e ha rappresentato uno scudo contro le pressioni del potere. I contrasti tra chi esercita un potere e chi lo deve controllare sono inevitabili e mettere a riparo i magistrati significa tutelare i cittadini da chi è più potente. La riforma, che ne prevede lo sdoppiamento e lo priva della funzione disciplinare che viene attribuita a un altro organo ossia l’Alta Corte, finisce per indebolirlo. In merito al sorteggio, va notato che per individuare i membri togati è previsto nella modalità pura, mentre per la parte laica all’interno di una rosa di nomi individuati dal Parlamento: presumibilmente a farne parte saranno persone ritenute affidabili dalla politica e anche questo aspetto fa riflettere”.

Alfredo Bazoli e Federico Pedersoli - Avvocati per il No al referendum sulla giustizia

Infine, gli avvocati Pedersoli e Bazoli concludono: “Il referendum del 22 e 23 marzo non affronta i reali problemi della giustizia, che avrebbe bisogno di maggiori risorse. Non concorre a risolvere la lentezza dei processi, a stabilizzare i 12mila precari del settore e non tratta l’emergenza delle carceri sovraffollate, che porta a non pochi suicidi tra i detenuti e le guardie carcerarie. In tal senso, si può sostenere che questa riforma sia un’arma di distrazione di massa, perché viene fatto credere che serva ad assicurare una giustizia più giusta ma in realtà non tratta le criticità che la riguardano. Dando uno sguardo più ampio alla politica giudiziaria portata avanti dal governo, è doveroso esprimere una certa preoccupazione. La legge oggetto del referendum non va considerata solamente da un punto di vista tecnico ma si inserisce in un quadro d’interventi come l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, avvenuta con la legge n. 114/2024 del 9 agosto 2024 e la riforma della Corte dei conti, che rende più difficoltoso il controllo di quest’organo sulla pubblica amministrazione. Come avviene in diversi Paesi europei ed extraeuropei, quando governa la destra emerge la volontà di ridurre i limiti al potere e pensiamo che sia pericoloso e che vada a svantaggio soprattutto dei più deboli. Siamo convinti, pertanto, che si debba votare no al referendum: le adesioni al nostro comitato stanno aumentando, anche l’avvocato Sergio Gandi, vicesindaco del Comune di Bergamo, è entrato a farne parte e altri colleghi sono interessati a partecipare. Grazie all’apporto di tutti, ognuno con le proprie specificità, nelle prossime settimane ci impegneremo per informare i cittadini mobilitandoci sul territorio: crediamo in questa battaglia e siamo determinati a dedicarci con la massima determinazione. In base ai sondaggi il fronte del no è in rimonta rispetto a quello del sì che inizialmente aveva un ampio vantaggio: la partita è aperta e vogliamo giocarla fino in fondo”.