L'intervista
|Referendum giustizia, Pizzolato: “Voto no, è in gioco l’equilibrio tra i poteri dello Stato”
Il costituzionalista, docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Padova, illustra la propria posizione in merito alla consultazione popolare del 22 e 23 marzo
“Al referendum sulla giustizia voterò sicuramente no. Sono in gioco l’equilibrio tra poteri dello Stato e la concezione della democrazia come ‘forme’ plurali e ‘limiti’ costituzionali all’esercizio della sovranità popolare. Una posta in gioco molto alta. Invito chi è di destra a pensare che al potere potrebbe esserci un capo di sinistra. E, naturalmente, viceversa”. Così il costituzionalista Filippo Pizzolato, docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Padova, si esprime in merito alla consultazione popolare del 22 e 23 marzo.
La sua contrarietà è dovuta a “molte ragioni: di metodo, perché una riforma che incide su un fondamentale contropotere dello Stato non può essere blindata dal governo, senza alcuna possibilità di modifiche migliorative; di contenuto, perché non affronta in modo efficace alcun problema della giustizia; e di prospettiva, perché questa riforma si iscrive dentro un progetto più ampio, che comprende il premierato, che tende a ridurre la democrazia alla scelta del capo del governo”.
Abbiamo intervistato il professor Pizzolato per saperne di più.
Qual è la sua posizione sul referendum? Voterà sì oppure no? E per quali ragioni?
Voterò sicuramente no per molte ragioni: di metodo, perché una riforma che incide su un fondamentale contropotere dello Stato non può essere blindata dal governo, senza alcuna possibilità di modifiche migliorative; di contenuto, perché non affronta in modo efficace alcun problema della giustizia; e di prospettiva, perché questa riforma si iscrive dentro un progetto più ampio, che comprende il premierato, che tende a ridurre la democrazia alla scelta del capo del governo.
È d’accordo con il principio della separazione delle carriere?
Ho dei dubbi sul principio in sé, ma non è questo il punto cruciale. Il punto è che l’obiettivo, che può essere ritenuto funzionale all’attuazione del giusto processo (art. 111 Costituzione), è stato già sostanzialmente conseguito dalla legge ordinaria che ha reso i passaggi dall’una all’altra funzione della magistratura così limitati da non giustificare una riforma costituzionale. È evidente pertanto che tale riforma ha di mira – o come effetto – dell’altro, e cioè l’indebolimento dell’indipendenza della magistratura rispetto al potere politico.
Che cosa pensa dell’istituzione di due Csm?
Il Csm è l’organo che rende effettiva, e non una declamazione retorica, il principio dell’indipendenza della magistratura rispetto soprattutto al governo. Lo sdoppiamento è solo la prima mossa dell’indebolimento di questo principio: i passi più gravi sono la sottrazione dai Csm del potere disciplinare rispetto ai magistrati e la composizione per sorteggio, che può diventare la via per un condizionamento partitico su un organo di garanzia dell’indipendenza dei magistrati.
L’Alta Corte disciplinare può portare maggior equità rispetto alla responsabilità dei giudici in caso di errori?
Intanto, mi si deve spiegare perché, vista l’ossessione per la separazione delle carriere, l’Alta Corte disciplinare è una sola per tutti i magistrati. E poi la sua composizione per sorteggio rischia di trasformarla in un organo in cui prevale la componente partitica, più organizzata, selezionata dal Parlamento. Il rischio che vedo è che si inibisca l’azione della magistratura verso i potenti. Più che di equità, parlerei di rischio di impunità…
Le correnti hanno troppo potere?
Può esistere un problema di condizionamento correntizio. E le correnti, quando diventano cordate di potere, non vanno bene. Il rimedio del sorteggio è però peggiore del male, perché può incrinare il senso di un organo di garanzia dell’indipendenza della magistratura. Con l’esito che le cordate continueranno a esistere, ma con prevalente influenza partitica. Un passo indietro, anziché uno in avanti.
Può approfondire le criticità relative alla pratica del sorteggio per definire la composizione di questi organi? Non fa in modo che le correnti abbiano meno peso?
La pratica del sorteggio non mi convince in generale. Tanto meno in questo caso, in cui è fortemente diseguale. La componente dei magistrati nei due Csm sortirà davvero dal caso. Quella di estrazione partitica invece da un serbatoio selezionato dal Parlamento. In questo modo, vi è uno sbilanciamento a favore del controllo politico-partitico sull’indipendenza della magistratura. E questo non va bene.
Nel caso in cui vinca il sì, in che modo il potere esecutivo potrebbe influenzare i pm?
Come ho detto, anche senza voler pensare a successive e incerte sottoposizioni dei pm al governo, il condizionamento rispetto alla serenità dei magistrati è già un rischio di questa riforma.
A suo parere ci sono rischi di una “deriva autoritaria”?
Da costituzionalista, devo essere sempre consapevole del rischio di abuso da parte del detentore del potere. Chiunque esso sia, di destra o di sinistra. È una forma di analfabetismo democratico quella di considerare che la democrazia si esaurisca nella investitura di un capo e della sua maggioranza. Il popolo sovrano non si esaurisce mai in un capo o in una maggioranza. Per questo sono essenziali i contropoteri. A garanzia del pluralismo del popolo sovrano.
Per concludere, il referendum avrà risvolti politici?
Sono in gioco l’equilibrio tra poteri dello Stato e la concezione della democrazia come “forme” plurali e “limiti” costituzionali all’esercizio della sovranità popolare. Una posta in gioco molto alta. Invito chi è di destra a pensare che al potere potrebbe esserci un capo di sinistra. E, naturalmente, viceversa.



