Logo

Temi del giorno:

Carlo Salvioni: “Al referendum sulla giustizia voto sì, va tolto potere alle correnti”

Il presidente onorario del Comitato antifascista di Bergamo si esprime in merito alla consultazione popolare del 22 e 23 marzo

“Al referendum sulla giustizia voterò convintamente sì. Ho preso questa decisione guardando la riforma nel merito, lasciando perdere le posizioni e gli schieramenti politici”. Così l’avvocato Carlo Salvioni, presidente onorario del Comitato antifascista di Bergamo, si esprime in merito alla consultazione popolare del 22 e 23 marzo.

“Quello che dà fastidio all’Associazione Nazionale Magistrati – specifica – è il ricorso al sorteggio, perché toglie il potere alle correnti, che confinano il merito a un ruolo inferiore rispetto all’appartenenza. Abbiamo intervistato l’avvocato Salvioni per saperne di più.

Che cosa voterà al referendum?

Voterò convintamente sì. Ho preso questa decisione guardando la riforma nel merito, lasciando perdere le questioni e le strategie politiche. Il mio ragionamento si basa sui contenuti del testo della legge sottoposta al referendum a prescindere da chi l’abbia proposta, da chi sia favorevole o contrario e da quale sia il posizionamento del governo. Questa riforma adempie con un ritardo di parecchi anni a quello che era già stato previsto dal nuovo codice di procedura penale varato dall’allora ministro della Giustizia, Giuliano Vassalli, mio compagno di partito, socialista e medaglia d’argento della Resistenza.

Che novità ha portato?

Ha finalmente introdotto in Italia un sistema processuale che non fosse quello del fascismo, considerando che il Codice vigente fino a quel momento era il Codice Rocco e l’ordinamento della magistratura era impostato in maniera autoritaria. Più precisamente, ha superato il processo inquisitorio, dove il ruolo della difesa era limitato in maniera evidente nelle fasi iniziali dell’istruttoria, che sono quelle più importanti e in cui si forma la prova. Nel tempo ci sono state aperture su questo fronte, con alcune decisioni della Corte Costituzionale, ma di fatto la tendenza originaria era quella. La riforma Vassalli, invece, ha messo sullo stesso piano la difesa e l’accusa per avere un giudice terzo e imparziale rispetto alle posizioni dell’accusa e della difesa, quindi bisogna attuare la separazione delle carriere. Questo è il fulcro della riforma oggetto del referendum.

È il tema su cui sono invitati a esprimersi i cittadini?

Si, è il punto fondamentale leggendo il testo della legge. Nel tempo si è venuto a creare un sistema corporativo di gestione delle carriere, incentrato sulla spartizione tramite correnti che hanno tutto il diritto di esistere in termini di posizioni politico-culturali ma hanno abusato del loro potere arrivando a una spartizione degli incarichi in modo che il merito venisse confinato a un ruolo inferiore rispetto all’appartenenza. Per riparare a questo difetto è prevista la procedura del sorteggio per individuare i membri che faranno parte dei due nuovi Csm, ossia il Consiglio Superiore della Magistratura dei giudici e il Consiglio Superiore della Magistratura dei pubblici ministeri. Le garanzie dell’indipendenza della magistratura sono già espresse nella Costituzione all’articolo 104 e vengono ribadite nell’articolo 1 di questa legge.

Che cosa prevede?

All’articolo 1 questa legge ribadisce l’autonomia della magistratura e specifica l’esistenza di un Csm per i pm e di un Csm per i giudici. Non viene apportata nessuna modifica delle garanzie costituzionali che sono confermate assieme alla natura del processo che, come è scritto nell’articolo 111 della Costituzione, deve essere “giusto” e svolgersi “nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Si avvale, quindi, della regola per cui il giudice e il pubblico ministero non appartengono alla stessa carriera e non possono scambiarsi i ruoli perché quella del giudice è una figura di terzietà mentre quella del pm è di parte in quanto incarna l’accusa. Si tratta di percorsi differenti che vengono garantiti dalla presenza di due Csm e dal sorteggio come pratica per scegliere i membri degli organi di autogoverno delle due magistrature, pertanto è una riforma opportuna che arriva con molto ritardo rispetto alla tempistica con cui avrebbe dovuto essere attuata. Giuliano Vassalli aveva sempre detto che la separazione delle carriere rappresentava un presupposto fondamentale e anche l’avvocato Agostino Viviani, partigiano e parlamentare socialista, aveva sottolineato che bisognava giungere a questa differenziazione altrimenti la riforma non sarebbe stata pienamente attuata.

La riforma può aprire a derive autoritarie come rilevano i sostenitori del no? Le preoccupazioni aumentano pensando a un possibile avvento del premierato: cosa ne pensa?

Con i se e i ma non si è mai fatta la storia e non si è mai nemmeno esaminato un problema. Ora ci troviamo in un quadro in cui non sappiamo se e come il premierato verrà attuato e quali equilibri costituzionali potranno essere messi in discussione in tale eventualità. Si tratta di un falso argomento così come non stanno in piedi i timori sul rispetto dell’autonomia dei pm a favore di ipotetiche ingerenze dell’esecutivo, considerando che nell’articolo 1 della legge viene espressa la garanzia della loro indipendenza. La maggioranza dei componenti del Csm è composta da magistrati dell’accusa quindi, come direbbero gli avvocati di una volta, è un argomento che non ha pregio.

Nel fronte del no c’è chi sostiene che il sorteggio dei membri del Csm non premi il merito, cosa ne pensa?

Considerando che a essere sorteggiati per la componente togata sono magistrati, credo che questo ragionamento sia offensivo nei loro confronti perché tutti sono meritevoli di farne parte. Si tratta di un organo di autogoverno e ognuno di loro rappresenta la giustizia perché nello svolgimento della propria funzione opera in maniera indipendente ed è libero di decidere secondo criteri ermeneutici che fanno parte della sua professionalità. Tutti, quindi, hanno le caratteristiche per essere uguali agli altri: anche questa argomentazione non ha pregio. Quello che dà fastidio all’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) è il ricorso al sorteggio, che viene già utilizzato per la composizione del tribunale dei ministri. E se si può adoperare per tale scopo non si capisce perché non possa valere lo stesso anche per la scelta dei membri degli organi di autogoverno della magistratura. Il problema è un altro.

Quale?

Il problema consiste nel fatto che con il sorteggio si toglie il potere alle correnti, che hanno ridotto il merito non solo di chi veniva nominato all’interno del Csm ma anche dell’assegnazione degli incarichi che ne seguivano. L’obiettivo è avere un organismo in cui chi decide le carriere non è legato a una determinata cordata. È la dimostrazione della necessità di separare le carriere e non solo le funzioni.

I sostenitori del no evidenziano che per effetto di diversi interventi legislativi nel corso del tempo il passaggio da una carriera all’altra sia già complicato e possa avvenire soltanto una volta

Questo conferma la necessità di separare le carriere. Aggiungo una considerazione a carattere più generale: le cose bisogna farle fino in fondo agendo con criterio di chiarezza e limpidezza, mentre farle a metà ammiccando a possibili eccezioni è indice di un sistema che va combattuto. L’opposizione dei magistrati scaturisce dal fatto che le correnti della magistratura perdano il proprio potere nel sistema della spartizione delle promozioni e degli incarichi, un potere di tipo corporativo. Inoltre, ai magistrati dà fastidio l’istituzione dell’Alta Corte, un organismo finalmente terzo, estraneo ed esterno al Csm preposto ad amministrare i provvedimenti disciplinari, ma questo dovrebbe far felici i cittadini.

In questo caso una criticità consiste nella possibilità di far riferimento solamente a questa Corte qualora un magistrato che è stato punito voglia far ricorso

Non vedo questo problema. Ai magistrati dà fastidio che sia l’Alta Corte a prendere le misure disciplinari perché è un organismo che non risente dei condizionamenti della corporazione. È una buona notizia per tutti quei casi in cui il cittadino vede un magistrato disporre un provvedimento in modo superficiale, senza esaminare tutti gli atti con la dovuta serietà o a causa di posizioni ideologiche.

Che cosa accade in questi casi?

Il cittadino si vede negare la giustizia e spesso non vengono presi provvedimenti nei confronti del giudice che ha agito in questo modo. Pensiamo, per esempio, al caso Tortora: i magistrati che lo condannarono non hanno mai ricevuto provvedimenti disciplinari nonostante abbiano agito con assoluta leggerezza. Non doveva essere incriminato e tutto cominciò da una lettura sbagliata dell’annotazione di uno dei pentiti. Quando sbaglia un avvocato deve risarcire il danno e se non è assicurato paga di tasca propria mentre i magistrati non rispondono mai sul piano personale, anche a fronte di errori macroscopici: è sempre stata una discriminazione a favore di una corporazione privilegiata.

Ma questo referendum ha risvolti politici?

Ritengo che questo tema venga sollevato dalla parte del no: in assenza di grandi argomenti nel merito cercano di metterla sul piano dello scontro politico. Il governo rimarrà in carica a prescindere dal risultato del referendum, come ha dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le elezioni del 2027 saranno il momento giusto per esprimersi sull’esecutivo: se i cittadini riterranno di aver avuto un buon governo lo confermeranno altrimenti voteranno per un’alternativa. Avendo una certa esperienza, so benissimo che il referendum serve a una parte politica o all’altra per recuperare consenso, ma le mie valutazioni entrano nel merito della legge.

Per concludere, un’ultima riflessione: l’Anpi è impegnata per il no al referendum mentre lei è uno storico rappresentante del Comitato antifascista di Bergamo ed è convinto del sì. Il fronte di chi rappresenta la Resistenza è diviso?

Si, il mondo della Resistenza non è un monolite. È nato con il Comitato di Liberazione Nazionale dall’impegno di una pluralità di partiti che comprendevano liberali, democristiani, azionisti, socialisti e comunisti. Come ha dichiarato diverse volte il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la Resistenza è un grande fiume con tanti affluenti: è sempre stata un’unità complessa.

Potrebbe approfondire questo aspetto?

La Resistenza è unitaria perché si è battuta contro il regime totalitario fascista e un’occupazione straniera ma al tempo stesso questa lotta unitaria era stata condotta da formazioni molto diverse. Si giunse all’unità di tutte le forze antifasciste con la Svolta di Salerno, quando Palmiro Togliatti (Partito Comunista Italiano) compì la grande mossa politica di appoggiare il governo Badoglio. Si trovò un compromesso tra i partiti antifascisti, Badoglio e la monarchia. Ogni componente del mondo della Resistenza, quindi, è libero di prendere le decisioni che ritiene opportuno su singoli argomenti e specifiche questioni. Nessuno ha la patente di antifascista o può giudicare chi lo sia: per rendere l’idea si può far riferimento a un’immagine che in genere viene adoperata per esprimere il concetto del multilateralismo, cioè si dorme nello stesso letto ma si fanno sogni diversi.