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Torino: quella mano sulla nuca da atteggiamento individuale a ultimatum collettivo

La storia smette di essere passato e torna a farsi avvertimento. Quella memoria è tornata vivida davanti alle immagini dell’aggressione a un operatore delle Forze dell’Ordine.

Da Torino arriva un ultimatum che non ammette repliche. Non è una semplice decisione amministrativa, ma un atto dal suono cupo, un monito estremo che chiude ogni via di fuga. Un “basta” pronunciato dall’alto che spegne l’alternativa. È un’eco lontana, eppure riconoscibile che riporta alla memoria un’espressione secca, brutale, scolpita nel fango della Grande Guerra. Un comando breve, definitivo, che precedeva la carneficina: “Andate e partite”. Così si diceva prima di un assalto. Non era un’esortazione, era un ordine, e dopo….. il vuoto.

Me lo raccontò molti anni fa un cappellano militare. aggregato alla sanità nella guerra del 15/18. Lui non combatteva: strisciava , terminato l’assalto, tra le dune e cercava di assolvere e soccorrere, per salvare i brandelli di vita rimasti. Parlava soprattutto del “dopo”. Dei pochi feriti recuperabili e di tutti gli altri, accompagnati a morire tra grida spezzate. Spesso, su quelle labbra, fioriva un’unica parola, l’ultima: “mamma”. Un’invocazione che è il confine ultimo dell’umano prima dell’abisso.

Oggi non ci sono trincee, né fronti militari. Eppure, nelle immagini che arrivano dalle piazze, riaffiora quella stessa grammatica della forza. Manifestanti bloccati, schieramenti in assetto da teatro bellico, caschi e scudi. La distanza tra chi ordina e chi subisce torna a farsi voragine. Il linguaggio, quando si fa rigido e privo di mediazione, rischia di produrre la stessa identica frattura.

La storia smette di essere passato e torna a farsi avvertimento: ogni decisione che impone senza dialogo dovrebbe misurare il peso delle parole. Perché certe frasi si portano dietro i morti che le hanno già ascoltate. Quella memoria è tornata vivida davanti alle immagini dell’aggressione a un operatore delle Forze dell’Ordine. Eccolo a terra: il casco che rotola via, i colpi che piovono sul corpo rannicchiato in posizione fetale. È la postura istintiva di chi teme per la propria vita, di chi riduce il pensiero all’essenziale: fermare il dolore, restare vivi e una parola che sa proteggere, mamma. Poi, un collega corre verso di lui. Si inginocchia, lo copre con lo scudo e gli posa una mano sulla nuca. È addestramento, certo. Ma c’è qualcosa che supera la tecnica. In quella mano c’è protezione, c’è presenza. È un gesto che dice: sei vivo, non sei solo. Chi compie quel gesto è, certamente un padre.

Quella mano sulla nuca è un movimento ripetuto mille volte nel privato: quando un figlio cade, quando ha paura, quando cerca rassicurazione. In quell’istante, dentro la violenza, riaffiora una dimensione umana che precede il ruolo e lo supera che quello dell’amore e della condivisione Ma l’emozione deve farsi analisi politica e civile. Nel 1969, a nostre spese, ai movimenti di piazza, quasi giornalieri, avevamo imparato un codice di sopravvivenza chiaro: bastava uno sguardo a distanza per capire intenti, brutalità, fini, di un corteo. Se in prima fila, a reggere lo striscione, c’erano volti scoperti e persone identificabili, sapevi che quegli organizzatori si stavano assumendo la responsabilità dei comportamenti di tutti. Ma quando a sorreggere i cartelli vedevi i volti coperti e sentivi le urla di battaglia, capivi che la fuga era l’unica necessità.

A Torino è replicato questo, ma le Forze dell’Ordine non potevano fuggire. Erano lì, senza nulla per offendere, ma dotati solo di strumenti minimali per difendere. Come quello scudo a copertura per due e quella mano paterna posata sulla nuca del collega a terra, mentre il casco rotolava sul selciato. La tutela non nasce dopo, ma prima e quel prima deve essere programmato e posto a inizio della filiera del processo di azione che parte dal momento della formazione del pensiero decisionale del cosa fare al momento in cui questo va a cessare con il tutto è finito. È un pensiero che passa dalla previsione e dalla chiarezza delle responsabilità. La vita pubblica non può essere lasciata allo sbaraglio, come in un moderno e tragico “andate e partite”.

Salvare la vita è un dovere che riguarda tutti, e portare una divisa non può significare essere esclusi dal diritto fondamentale di tornare a casa integri. La civiltà si misura dalla capacità collettiva di proteggere l’uomo prima che la violenza diventi l’unico ultimatum possibile.


Antonio Nastasio*, Dirigente sup Giustizia in quiescenza
Giudice Onorario T.S. Milano non operativo