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“Sicurezza: l’intelligenza artificiale aiuta, ma senza etica diventa un rischio”

Alberto Pagani, advisor e docente all’Università di Bologna, sarà tra gli ospiti del convengo “Gli occhi sulla strada” promosso da InnovaBergamo sul tema della sicurezza urbana

Come può l’intelligenza artificiale essere applicata alla sicurezza urbana? Quali sono le sue possibilità e quali i rischi? Sono alcune delle domande che abbiamo rivolto ad Alberto Pagani, advisor nel settore della sicurezza e docente all’Università di Bologna, già parlamentare e autore di pubblicazioni su intelligence, geopolitica, sicurezza nazionale e terrorismo. Sabato parteciperà all’evento “Gli occhi sulla Strada” promosso da InnovaBergamo per parlare di sicurezza Urbana. L’appuntamento è dalle 9.15 alle 12.30 nella Sala dell’Orologio di Palazzo della Libertà.

Professore, l’intelligenza artificiale può cambiare la sicurezza nelle nostre città?

Personalmente, eviterei di affidare a una tecnologia l’idea di una soluzione magica ai problemi, perché non esiste nessuna tecnologia in grado di fare magie. L’intelligenza artificiale è un sistema che elabora informazioni che hanno utilità in fatto prevenzione solo se messe in relazione le une con le altre. Mappare quelle rilevanti e utilizzare sistemi che le estraggono, le correlano e restituiscono evidenze significative è determinante per migliorare la sicurezza urbana. Non è l’IA a farlo, ma un sistema che, invece, utilizza l’intelligenza artificiale.

Quali tecnologie emergenti sono già oggi applicabili nelle città italiane o europee?

Le tecnologie sono moltissime e dipendono dall’impiego che se ne fa. Pensiamo ai sistemi evoluti di videosorveglianza, senza entrare nel riconoscimento facciale, che riguarda dati biometrici ed è limitato a specifici ambiti. Oggi esistono centinaia, forse migliaia di telecamere di enti locali che registrano immagini utili solo a posteriori, quando il reato è già stato commesso. Se nessuno guarda quelle immagini in tempo reale è chiaro che possono servire a ben poco. Collegare le telecamere a sistemi di intelligenza artificiale permette, invece, di individuare modelli comportamentali associati ad aree di rischio e generare degli alert. Nessun essere umano può visionare centinaia di schermi contemporaneamente, ma una macchina sì. Il computer seleziona ciò che può rappresentare un rischio e lo segnala a un operatore umano, che decide se attivare un intervento. Questo consente di intervenire mentre una situazione di rischio si sta producendo e non, quindi, dopo.

Quali sono le principali sfide etiche nell’uso dell’IA per la sicurezza urbana?

Bisogna evitare che ciò che è un dato statistico diventi un elemento di discriminazione. È vero che alcune categorie sociali, anagrafiche o di provenienza possono presentare, statisticamente, una maggiore incidenza di determinati comportamenti a rischio. Ma generalizzare questi dati porta a misure di prevenzione sbagliate e, in diversi casi, discriminatorie. L’intelligenza artificiale è uno strumento, non è la soluzione. E, in quanto tale, va messa nelle mani di esseri umani dotati di buon senso ed etica.

La sicurezza, oggi, rischia di essere più un cavallo di battaglia politico anziché una reale garanzia per i cittadini?

La sicurezza è una delle parole più strumentalizzate dalla politica, spesso usata in modo superficiale, ignorando i problemi reali e gli strumenti concreti per ridurre i rischi. C’è la sicurezza oggettiva, misurabile con i dati, ma c’è anche la sicurezza percepita. Se un cittadino non si sente sicuro, limita la propria libertà di movimento, indipendentemente dalle statistiche. Una buona politica deve affrontare entrambi gli aspetti, senza buttare benzina sul fuoco. La strumentalizzazione politica alimenta la paura perché la paura genera consenso. Questa è cattiva politica. La buona politica dovrebbe invece far crescere una cultura della sicurezza, perché la sicurezza non può essere interamente delegata alle forze dell’ordine.

Che cosa intende per cultura della sicurezza?

La cultura della sicurezza è la prima misura che produce effetti positivi. Se le persone sanno cosa fare per ridurre i rischi, producono sicurezza. In Svizzera, ad esempio, si fanno esercitazioni periodiche per insegnare ai cittadini come comportarsi in caso di emergenza. Non si sa fare nulla se non ci si addestra. Lo stesso vale per la sicurezza: se non si è formati, non si sa come comportarsi. In Italia questo aspetto è molto trascurato. Non parlo di giustizia fai da te o di armarsi, ma di sapere quali comportamenti riducono il rischio per sé, per la propria azienda o per la comunità.

Qual è il ruolo dei cittadini nella prevenzione?

Chi delinque ha un obiettivo e delle opportunità. Sull’obiettivo si può fare poco, sulle opportunità molto. Ridurre le opportunità non è un compito solo della polizia, ma di tutti. Se un’azienda non fa le verifiche sui propri interlocutori, si espone a infiltrazioni criminali. Se famiglie e imprese non sanno come proteggere i propri sistemi informatici, si espongono a rischi. Non sapere equivale a favorire il delinquente. Investire nella cultura della sicurezza attiva risorse private che rafforzano la resilienza della società.

L’intelligenza artificiale può essere usata anche per fini criminali?

Ogni innovazione tecnologica crea opportunità sia per fare bene sia per fare male. L’intelligenza artificiale è oggi alla portata di tutti, e in futuro lo saranno anche strumenti di calcolo sempre più potenti. Questo significa maggiori possibilità di violare sistemi di protezione. Pensiamo alle criptovalute, che facilitano pagamenti non tracciati e rendono più complessa l’attività investigativa. È una corsa continua tra guardie e ladri: le tecnologie aumentano la sicurezza ma anche le possibilità di crimine.

Le violazioni digitali (cellulari, bancomat, computer) possono essere considerate una forma di violenza?

Più che discutere se chiamarle violenza, il problema è avere strumenti giuridici adeguati. Esistono reati e comportamenti fraudolenti che vanno repressi come tali. Quando emergono fenomeni nuovi, l’ordinamento deve aggiornarsi. È successo con il terrorismo internazionale: finché non è stata prevista una specifica fattispecie di reato, mancavano gli strumenti per contrastarlo. Il tema è la capacità di adattare rapidamente le norme alla realtà che cambia.

Abbiamo oggi strumenti sufficienti per proteggerci nella vita quotidiana digitale?

Gli strumenti esistono, e sono molti, ma spesso non li conosciamo. Non si tratta solo di tecnologia costosa: la prima difesa è il comportamento. Imparare a non abboccare alle trappole, usare password sicure, sapere come funzionano i sistemi che utilizziamo è gratis e costa meno di qualsiasi tecnologia. Comprare strumenti senza sapere usarli è inutile. Non è comprare le cose che protegge, è sapere come proteggersi. Solo dopo si acquista ciò che serve davvero.