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“Il fu Mattia Pascal”, l’ironia che sorride all’esistenza

Ottima prova al Teatro Sociale per il bergamasco Marchesi, in una messa in scena di Pirandello essenziale ed elegante, con il contrabbasso di Toninelli a dialogare con la parola che si fa azione

Bergamo. Rinascita ed identità sono temi che si rincorrono spesso nella descrizione di profili sociali, sempre più complicati e diversificati nell’epoca digitale. Profili che raccontano di un desiderio di cambiamento, ma anche di fuga dalla propria vita per intraprenderne un’altra, per rimediare agli errori o vivere vite solo sognate oppure mai del tutto intraprese con coraggio. Identità che si moltiplicano, fino al paradosso di sentirsi esterni alla propria, singola, identità, sono al centro di “Il fu Mattia Pascal”, romanzo capolavoro di Pirandello, portato in scena da Giorgio Marchesi nell’omonimo spettacolo (prodotto da Teatro Ghione), proposto dal 5 al 7 febbraio al Teatro Sociale, all’interno della Stagione di Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti.

L’attore bergamasco, che firma anche l’adattamento e la regia, insieme a Simonetta Solder, si presenta in scena entrando dalla platea, con frac bianco, cilindro grigio ed anfibi neri (i costumi sono di Daniele Gelsi). Tra prima e terza persona, modella la tecnica narrativa del romanzo (scritto e pubblicato nel 1904) per farne racconto grottesco di una vita percorsa tra situazioni surreali, vissute tra l’Italia e Nizza. Ritorna quindi il tono sarcastico dello scrittore, mentre Marchesi mette in scena i diversi personaggi del romanzo, maschere pirandelliane ben modellate grazie al solo tono della voce, con “la parola che si fa azione”.

Dal paese fittizio di Miragno alla Francia e ritorno, Marchesi passa da Mattia all’amministratore Batta Malagna (che dilapida gli averi della famiglia), dalla nipote Romilda (compromessa dal protagonista per vendetta) alla suocera Pescatore, da Pomino ad Oliva, da Adriana fino alla zia Scolastica. Un campionario di identità, a ritmo sostenuto, che mette in luce l’abilità dell’attore bergamasco, fino al cambio di personaggio (e di ritmo) nell’interpretare Adriano Meis, un doppio in bomber arancione attorniato da luci psichedeliche e musica elettronica, mentre i video di Simone Salvatore mostrano immagini che attraversano la Storia e si fanno background del personaggio e, allo stesso tempo, materia dell’immaginazione.

Un cambio che è possibile liberazione da ogni costruzione sociale, ogni identità precostituita. Un abbandono del passato che invece ritorna, nel meccanismo narrativo del flashback continuo, uno sguardo al passato e al presente che cambia nel momento stesso del suo farsi. Un cambiamento che trova la fase determinante proprio nel ritorno, nella piena consapevolezza di sé.

La “sciagura di sentirsi vivere” del protagonista, l’eterno ed irrisolto anelito alla libertà, viene messo in scena attraverso un punto di vista dinamico ed ironico, che nasce da Pirandello per farsi elemento cardine anche nella drammaturgia di Marchesi. Un invito a sorridere degli aspetti surreali della vita, un umorismo che trova energia anche nel confronto dell’attore con la drammaturgia musicale di Raffaele Toninelli. Un contrabbasso, suonato dal vivo con live looping e suono percussivo, che spazia tra swing, colonne sonore, elettronica ed house music, con melodie che, anche in questo caso, attingono all’immaginario comune per farne immediato ed efficace elemento teatrale.

Uno strumento che, nello spazio essenziale della scena (una sedia ed un leggio), ben modellato, anche nei dettagli, dal disegno luci di Luca Palmieri (fino all’efficace confronto con il doppio dell’ombra) si fa diretto interlocutore di Marchesi, mostrando così un chiaro “senso jazzistico” di interazione tra drammaturgia e musica, sottolineandone le parole, richiamando ed amplificando azioni e stati d’animo, intervallando il racconto con note elettroniche.

Un confronto che si poggia idealmente sull’umorismo tagliente di Pirandello, con il parallelismo tra Mattia Pascal ed Adriano Meis, un doppio che è maschera sociale intercambiabile, dove morte e rinascita sembrano fallire nel meccanismo di rigenerazione identitaria. “Ma se lei è morto, chi è lei?”: una domanda che pone una necessaria presa di coscienza. Una riflessione comune verso un’identità autentica, libera da pregiudizi e desideri di mostrarsi con una maschera diversa: “possiamo cambiare nome, città, abitudini; ma non possiamo sfuggire a noi stessi”. Una rinascita possibile attraverso un’affermazione di identità che deve guardare oltre la frammentazione, ricominciando dal proprio io autentico.