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Acchiappare le idee migliori. Gli Spread pubblicano il nuovo album “Novičok”
foto di Monelle Chiti

Oggi 6 febbraio gli Spread pubblicano in formato LP e digitale il loro quarto album Novičok, uno spaccato degli ultimi cinque tumultuosi anni, la cui scrittura è iniziata al termine della pandemia e si è conclusa nel 2025

Vengono da Bergamo e sono attivi da oltre 20 anni. Il loro ultimo disco, uscito nel 2018, s’intitola “Vivi Per Miracolo”. Parole che, col senno del Covid, suonano come una profezia. Oggi 6 febbraio gli Spread pubblicano in formato LP e digitale il loro quarto album Novičok, uno spaccato degli ultimi cinque tumultuosi anni, la cui scrittura è iniziata al termine della pandemia e si è conclusa nel 2025. Un disco di rock sperimentale e avanguardistico. Dieci brani, dieci schegge che vanno in ogni direzione possibile, sorrette da una sezione ritmica chirurgica, una voce stortissima e mille chitarre affilate. Ne parliamo in un’intervista corale con tutti i componenti della band.

Qual è il segreto della longevità degli Spread?

ROBI (Longaretti, voce e chitarra): Il segreto è volersi bene, essere quasi fratelli, visto che ci conosciamo dai tempi dell’asilo.
PAOLO (Colleoni, batteria): Ci siamo approcciati alla musica ormai ventisette anni fa. Un gruppo di amici che condividevano passione e urgenza comunicativa. Il bello è che dopo tutto questo tempo abbiamo la stessa necessità di suonare e di farlo insieme. Cerchiamo di fare le nostre cose al meglio nei tempi e nei modi nostri. Condividiamo questo modo di vedere il mondo e ciò è alla base di tutto.

Che equilibrio c’è tra l’apporto individuale e quello collettivo, nel vostro processo creativo?

ROBI: spesso porto armonie e abbozzi di cantato che poi sviluppiamo insieme. Altre volte sperimentiamo scrittura libera a partire dalle jam. Ogni componente della band è fondamentale. Proprio come nello sviluppo e stampa di un rullino, ognuno contribuisce all’immagine finale, con la differenza che poi la musica vive di vita propria e si trasforma.
FUSO (Paolo Fusini, chitarra): Robi è la mente creativa in molti casi, ma poi insieme diamo una forma canzone al tutto. Altri pezzi invece nascono da improvvisazioni collettive che poi perfezioniamo. Può essere anche che l’idea iniziale sia buona ma non efficace, come ad esempio per “Stato Nato” che aveva completamente un altro ritmo. Infine, nelle prove si cerca di trovare insieme la chiave giusta per far sì che un pezzo suoni come ci piace.

Come è cambiato negli anni il vostro approccio alle composizioni?

FUSO: Ogni disco ha una propria storia, sia come contenuti che come composizione. Sono figli dei tempi in cui sono stati creati e registrati. Oggi siamo grandi, con più esperienza e malizia nel capire cosa fare per rendere un pezzo pronto da registrare. Abbiamo imparato ad utilizzare synth e tastiere per colorare i brani e renderli più particolari. Inoltre registriamo e ascoltiamo sempre tutte le prove o le jam per poter acchiappare le idee migliori che altrimenti volano via.
ROBI: Il cambiamento per noi epocale c’è stato quando nel 2013 abbiamo costruito la nostra sala e la nostra regia, registrando ogni prova e riascoltando a fine sessione tutto insieme.

Nell’album noto una maggior propensione rispetto al passato ai cambi di tempo ed alla commistione di stili all’interno del singolo brano.

VALENTINO (Novelli, basso): Questo aspetto è abbastanza casuale. Ovviamente c’è una ricerca, ma non stiamo a pensare “ora facciamo un pezzo reggae e dopo lo stacco partiamo alla Iron Maiden”.  Può sembrare strano, ma la maggior parte dei cambi di tempo nascono naturali durante le jam. In fase di scrittura ci divertiamo a suonare i brani fino a perderne il controllo e lasciamo fluire il tutto verso mete spesso inaspettate. Poi, riascoltando, scegliamo le parti che ci hanno emozionato di più e andiamo a incollare schegge che sembrano provenire da altri generi ma che a ben vedere sono figlie dell’idea iniziale.
PAOLO: Diciamo che ci è sempre piaciuto spaziare tra stili diversi, forse con questo disco abbiamo messo ancora più attenzione alla parte ritmica nei brani e ci fa piacere tu l’abbia percepito.

Scrittura, preproduzione, registrazione, concerto. In quale di queste fasi ritenete di esprimervi al meglio?

FRANCESCA (Arancio, violino): Quando in un gruppo c’è unione, amicizia, rispetto ed affiatamento, di solito si tende a seguire sempre una certa prassi ma tutto ciò non è regola fissa per gli Spread. Tra noi il desiderio di espressione è
sempre costantemente dettato dall’estro e dalle complesse composizioni, si potrebbe azzardare che la prima frase di “creazione improvvisata” sia forse quella più viscerale e sentita, mentre la produzione, la registrazione e i live siano
semplicemente la conseguenza del desiderio espressivo che prende forma concreta in fase di registrazione e sui palchi.
ROBI: io adoro qualsiasi passaggio della produzione musicale. L’unico momento in cui soffro seriamente e vorrei scomparire è l’attesa tra l’aver fatto i suoni e il salire a suonare.

Dal vostro esordio ad oggi, siete mai stati interessati al successo?

PAOLO: No, in realtà abbiamo sempre fatto del nostro meglio per auto sabotarci (ride). Abbiamo sempre messo totale attenzione alla musica, senza pensare a cosa potesse funzionare o meno per fare il cosiddetto salto. Diversamente, non saremmo stati onesti con noi stessi.

Col senno di poi, come giudicate i vostri album precedenti?

ROBI: ho sempre la sensazione di dover migliorare qualcosa, benché voglia bene a ogni album per la storia che conserva e il vissuto storico e personale che racconta.
FUSO: Per noi sono tutti importanti. Ogni disco esprime un momento della nostra vita, nel bene e nel male sono racconti di ciò che eravamo e del mondo intorno a noi. La cosa più bella è vedere oggi l’evoluzione che abbiamo avuto. Siamo molto orgogliosi di quello che abbiamo fatto.

Come, quando e perché avete scelto di aggiungere un violino alla vostra palette?

FUSO: Francesca era già con noi 15 anni fa. L’anno scorso ci siamo ritrovati e in poche prove la sensazione era quella di non essersi mai lasciati. Il violino é lo strumento perfetto per noi, sia per i brani più acustici che per quelli più violenti. E poi Francy non é solo una musicista preparata e talentuosa, ma é anche una persona con una grande cultura musicale, che ama profondamente ciò che fa. E la sua attitudine rock n’ roll è la ciliegina sulla torta.
ROBI: nel 2008, quando abbiamo provato a suonare un violino, eravamo così scarsi che il risultato era tanto imbarazzante da risultare deviato e malato. L’abbiamo comunque inserito nell’album “Anche  i cinghiali hanno la testa”. Ma dato che uno strumento ad arco era da sempre nei nostri cuori, abbiamo cercato fino ad intercettare una grande e sensibile artista che ha accettato di contribuire al nostro progetto, pur sapendo che sarebbe stata sicuramente una Caporetto economica.

Se “Novičok” fosse un disco dei Mr. Bungle, io non avrei nulla da obiettare.

PAOLO: Lo prendo come un enorme complimento, loro sono dei giganti assoluti. Sicuramente condividiamo la stessa libertà compositiva e, credo, la stessa curiosità nel muoversi in diverse atmosfere musicali senza troppi vincoli.

Che differenze ci sono, secondo voi, tra la scena rock alternativa italiana anni 90/00 e quella attuale?

VALENTINO: Gran parte della scena alternative rock anni 90/2000 si è progressivamente allontanata dall’underground, fino a tramutarsi nella scena indie, che è poi stata completamente inglobata nel mainstream. Il periodo d’oro dell’alternative era legato al concetto di controcultura e fortemente in contrapposizione con il pop dell’epoca. I gruppi cercavano di essere originali, non avevano paura di esporsi e non sembravano particolarmente interessati al successo. Negli anni si è andati verso uno stile più omologato, con un’attenzione sempre più ossessiva per i numeri. Questo anche a causa di management poco lungimiranti: i giovani artisti d’oggi vengono spremuti appena cominciano a fare stream e vengono messi da parte appena l’attenzione si sposta altrove. Di fatto, viene sfruttato al massimo il loro successo istantaneo, ma non vengono quasi mai accompagnati in un percorso di crescita umana e artistica. Comunque, tendo ad essere poco nostalgico e resto convinto che tutto torna, anche se sotto forme diverse. Mi sembra già di scorgere all’orizzonte un fermento che mancava da un po’. Ci sono tantissime realtà validissime, sia artisticamente che a livello manageriale. Certo, questo non basta per dire che oggi ci sia una nuova scena paragonabile all’alternative dell’epoca, ma con un po’ di coraggio, tanto amore per la musica, meno individualismo e un po’ di freschezza, potrebbe arrivare presto.

ROBI: È cambiato il clima, atmosferico e politico. Oggi abbiamo i social e le piattaforme streaming, con tutti i risvolti del caso. I mezzi a disposizione, chiaramente, cambiano molto le carte in tavola, nel bene e nel male.  Avere tutto subito significa non rielaborare, non desiderare, non soffrire e quindi non esprimere.  Oggi spesso capita di ascoltare musica ben confezionata che però ti dà la sensazione di non essere vissuta o raccontata per necessità esistenziale. Tuttavia, qualcosa si sta muovendo, qualcosa sta cambiando tra i ragazzi e noi Spread, da sempre fedelmente anacronistici e paradossalmente fuori tempo, facciamo il tifo per loro, perseverando nel nostro cammino.
Gli Spread presenteranno il nuovo album Novičok venerdì 6 febbraio al Druso di Bergamo.

Info concerto: https://drusobg.it/events/spread-new-album-release-show-the-clamps-the-crimson-ghost/

spread al druso