Per l’Italia e per l’Europa, le conseguenze sono significative. La fine del New START aumenta l’instabilità strategica in un continente già segnato da conflitti e tensioni
Giovedì 5 febbraio scade il trattato New START, l’ultimo grande accordo di controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Russia. Con la sua fine si chiude una stagione iniziata durante la Guerra Fredda, nella quale il dialogo sul disarmo ha rappresentato uno dei pochi ambiti di cooperazione stabile tra le due superpotenze. La scadenza del trattato avviene senza clamore politico, ma le sue conseguenze rischiano di essere profonde e durature, soprattutto per l’Europa e per l’Italia. Entrato in vigore nel 2011 e prorogato nel 2021, il New START limitava a 1.550 il numero di testate nucleari strategiche schierate da ciascun paese e prevedeva scambi di dati, notifiche e ispezioni reciproche. Pur non eliminando le armi nucleari, il trattato garantiva trasparenza e prevedibilità, riducendo il rischio di escalation e di errori di calcolo.
La sua fine riporta il sistema internazionale a una logica di competizione senza vincoli giuridici. La responsabilità principale di questa situazione ricade sugli Stati Uniti, che hanno lasciato scadere il trattato senza presentare una proposta concreta di proroga. L’amministrazione Trump ha alternato dichiarazioni favorevoli alla riduzione degli armamenti a scelte politiche di segno opposto: riduzione del personale diplomatico specializzato, apertura alla possibilità di riprendere i test nucleari e valutazioni tecniche per aumentare il numero di testate schierate sui missili esistenti. Questo disallineamento tra parole e azioni indebolisce l’intero sistema di sicurezza internazionale. La Russia, dal canto suo, ha dichiarato di essere disponibile a continuare a rispettare i limiti numerici del trattato anche dopo la scadenza, ma in assenza di un accordo vincolante tali impegni restano fragili. Mosca dispone inoltre di missili a testate multiple e può incrementare rapidamente il proprio arsenale se percepisce una minaccia crescente. In un contesto di relazioni fortemente deteriorate a causa della guerra in Ucraina, il rischio di una nuova corsa agli armamenti è concreto. A rendere lo scenario ancora più complesso è la Cina, che sta espandendo il proprio arsenale nucleare a ritmi senza precedenti, senza essere vincolata da alcun trattato di controllo. Questo apre la strada a una competizione tripolare, nella quale le regole costruite negli ultimi decenni risultano inadeguate o inesistenti.
Per l’Italia e per l’Europa, le conseguenze sono significative. La fine del New START aumenta l’instabilità strategica in un continente già segnato da conflitti e tensioni. Indebolisce il multilateralismo, pilastro della politica estera italiana, e riduce la capacità dei paesi non nucleari di incidere sulle scelte di sicurezza globale. Inoltre, un clima di crescente competizione militare comporta costi economici indiretti, legati all’energia, alla difesa e alla fiducia nei mercati e di conseguenza una riduzione degli interventi sociali e delle politiche di cura. Di fronte a questo scenario, la posizione italiana dovrebbe essere chiara: sostenere una proroga tecnica del trattato, anche temporanea, e il ripristino delle ispezioni in loco. Non si tratta di un gesto idealistico, ma di una scelta pragmatica, volta a guadagnare tempo, ricostruire fiducia e mantenere aperto un canale di dialogo tra le grandi potenze. Negli ultimi cinquant’anni, grazie agli accordi di controllo degli armamenti, il numero globale di testate nucleari è stato drasticamente ridotto. Lasciare che questo patrimonio politico e diplomatico venga disperso significa accettare un futuro fondato sulla pianificazione del peggio. Per l’Italia, difendere il controllo degli armamenti significa difendere la sicurezza europea e la stabilità internazionale.