Andrea Forlivesi, professore di Security Aziendale all’Università di Bologna, sarà tra gli ospiti del convengo “Gli occhi sulla strada” promosso da InnovaBergamo sul tema della sicurezza urbana
InNova Bergamo riparte sabato 7 febbraio con “Gli occhi sulla strada” , evento aperto al pubblico sul tema della sicurezza urbana. Un tema che tocca la quotidianità di tutti, spesso più attraverso le percezioni che i numeri. Dalle 9.15 alle 12.30, nella Sala dell’Orologio di Palazzo della Libertà, si alterneranno diversi ospiti. Tra loro Andrea Forlivesi, 56 anni, criminologo, professore di Security Aziendale all’Università di Bologna, da anni impegnato nello studio dei fenomeni criminosi e nella consulenza a enti locali per la definizione di politiche di sicurezza e prevenzione.
Partiamo dal suo intervento a Bergamo, di che cosa parlerà?
Innanzitutto di come l’analisi del crimine possa diventare uno strumento concreto per le politiche di sicurezza. Capire i fenomeni criminosi, leggerli nel modo corretto, è il primo passo per intervenire in maniera efficace, evitando risposte emotive o improvvisate.
Quando si parla di sicurezza emerge subito una distinzione fondamentale: quella tra sicurezza “reale” e percepita.
Esatto. Da una parte c’è il dato oggettivo, cioè il numero dei reati, dall’altra ciò che le persone percepiscono. I dati statistici si basano sulle denunce, che però rappresentano solo una parte della realtà: se subisco un reato, posso decidere di denunciare oppure no. In territori come quelli del Nord Italia, e quindi anche a Bergamo, esiste una maggiore propensione alla denuncia. Non abbiamo un criterio certo per dire quanti reati reali corrispondano a cento denunce, ma possiamo comunque considerare questi dati abbastanza vicini alla realtà.
Ciò che fa più danni non sempre è ciò che fa più paura, concorda?
Sì. Alcuni dei reati che creano più allarme sociale sono quelli che toccano la sfera individuale, privata di ognuno. Come i furti in casa, gli scippi per strada. Ma faccio una provocazione: è più pericoloso chi ruba una bicicletta, o chi non smaltisce dei pannelli in eternit? Io dico il secondo, anche se viene percepito molto meno. Questo non significa che la paura della criminalità vada minimizzata: va presa sul serio, ma senza strumentalizzarla. Bisogna chiedersi da dove nasce la paura e lavorare sia sulla riduzione dei reati, sia sulla percezione che le persone hanno della sicurezza.
Già, ma come si fa?
Non è semplice, serve un approccio multidisciplinare. Se voglio aumentare la sicurezza e abbassare la paura non posso limitarmi alla prevenzione e al controllo, o a mettere più polizia in strada. Devo intervenire sulla gestione degli spazi urbani, renderli fruibili, curati, illuminati, vivi. Gli spazi frequentati diventano automaticamente dei presìdi. Io abito vicino a Ravenna, nella zona della vecchia Darsena le politiche di riqualificazione hanno portato nuovi negozi, attività, una pista ciclabile. Questo non elimina del tutto i problemi, ma risana un pezzo di città. Quando esco di casa devo sentirmi ragionevolmente sicuro: contribuiscono a questo l’illuminazione, il decoro, la pulizia. Poi certo, servono anche telecamere e personale di sicurezza, ma dentro un circolo virtuoso più ampio. La sicurezza, per me, non è solo protezione dal crimine: è un indice della qualità della vita.
Bergamo è spesso in cima alle classifiche sulla qualità della vita. Eppure, parlando con molti cittadini, sembra una Gotham City invivibile.
L’allarme sociale va sempre preso in considerazione, ma a volte succede questo: quando si vive bene, basta poco per creare disagio e allarme. I social amplificano enormemente queste sensazioni, alimentando una negatività emotiva che spesso non è proporzionata ai dati reali.
L’approccio integrato di cui parla lei, però, richiede tempo, investimenti, visione. Non è molto più facile parlare alla pancia della gente?
Il tema sicurezza sposta voti, perché lavora sull’emotività più che sulla razionalità. Proprio per questo è un tema delicatissimo e va trattato con grande serietà, senza pensare al ritorno elettorale. Le soluzioni tampone possono funzionare nell’immediato, ma non risolvono nulla. Serve una politica organica: educazione dei cittadini, prevenzione, controllo del territorio fatto bene. Che senso hanno le ‘zone rosse’ se non ci sono agenti a presidiare? Stesso discorso per la tecnologia. Può aiutare moltissimo, ma va usata con criterio. Che senso ha spendere migliaia di euro in telecamere se poi non c’è personale che le guarda o manutenzione adeguata?
Lei rimprovera a chi amministra un approccio spesso basato sull’emotività, piuttosto che sulla razionalità. Vale anche per alcuni recenti decreti sicurezza?
Lo ha detto lei, ma direi di sì.
Spesso si legifera sull’onda di un fatto di cronaca. Prendiamo il caso dell’omicidio del ragazzo a La Spezia e la proposta di introdurre i metal detector nelle scuole.
È una classica soluzione tampone.
Perché?
Perché non risolve il problema. Innanzitutto un metal detector deve essere presidiato: se suona, qualcuno deve intervenire, e non tutti sono deputati a farlo. Poi pensiamo alla quotidianità: studenti e studentesse hanno zaini pieni di oggetti metallici. In una scuola da 700 o 800 ragazzi, quanto tempo servirebbe per farli entrare tutti? Si creerebbero file enormi, e nel giro di poco i controlli verrebbero allentati. Lo strumento resterebbe lì, più simbolico che utile, dopo aver speso molti soldi. Inoltre, si può fare del male anche con una bottiglia rotta o un pezzo di vetro. Non tutti gli oggetti pericolosi sono di metallo. Un coltello può entrare a scuola da mille altre vie. Piuttosto che investire in misure di facciata, dovremmo parlare seriamente di educazione, prevenzione e gestione del disagio giovanile.
In conclusione, qual è il punto da cui non si può prescindere?
Che la sicurezza è un tema complesso e delicato. Bisogna smettere di usarlo per il consenso e iniziare a costruire politiche integrate, serie ed efficaci, evitando soluzioni di facciata che non risolvono nulla.
