Le nuove generazioni, più di quelle precedenti, devono fare i conti con disoccupazione, povertà lavorativa, bassa qualità del primo impiego, over-education e persistenti divari di genere
Quello di un futuro stabile sembra essere per i giovani bergamaschi un sogno bellissimo sempre più utopico. Nonostante la Provincia si attesti come una delle più favorevoli in termini di offerta di lavoro, i giovani devono fare i conti con contratti instabili, lavoro povero e difficoltà nel raggiungere l’indipendenza dalla famiglia. Un quadro che emerge dal report delcentro Heye (Higher education and youth employability) dell’Università di Bergamo , e che mette in discussione l’idea secondo cui la crescita occupazionale sia garanzia di emancipazione, benessere e autonomia.
“Si tratta di una ricerca voluta fortemente dal nostro rettore, iniziata un paio d’anni fa, nell’ottobre 2023, proprio con l’obiettivo di capire quali fossero le caratteristiche, le opportunità e le sfide, per i giovani nella fase di ingresso nel mondo del lavoro in provincia di Bergamo, però con una prospettiva comparata anche con il resto della Lombardia e con l’Italia – spiega Federica Maria Origo, direttrice del Centro Higher education and youth employability (Heye)-. Grazie anche alla partecipazione di tutti gli stakeholder locali, quindi amministrazioni, parti sociali, associazioni imprenditoriali e organizzazioni del terzo settore abbiamo identificato e approfondito quattro principali temi: la transizione scuola-lavoro, lo skill mismatch, i Neet (cioè coloro che non lavoro e non studiano), il lavoro povero e le aspettative dei giovani sul lavoro”.
Nonostante Bergamo stia affrontando una fase favorevole del mercato del lavoro, in termini di opportunità occupazionali, emergono delle criticità sulla qualità del lavoro. “Si tratta molto spesso di ingressi con contratti temporanei, di un basso riconoscimento delle competenze legate al titolo di studio, in particolare della laurea e di condizioni salariali sfavorevoli – continua Origo-. E quindi è forse il caso che in questa provincia si inizi a porre più attenzione, non soltanto alla quantità di lavoro creata, ma anche alla sua qualità. L’altro elemento fondamentale è che in un contesto sempre più articolato e complesso, i giovani hanno bisogni diversi e questo implica interventi integrati, che veda la collaborazione tra più organizzazioni e istituzioni, oltre che un approccio combinato tra politiche del lavoro, politiche sociali e politiche della salute”.
In questo contesto, l’Università degli studi di Bergamo svolge un ruolo strategico nell’analisi, monitoraggio e valutazione delle politiche pubbliche locali: ha infatti creato, nella primavera del 2025, un centro di ricerca e terza missione dedicato ai temi dell’istruzione terziaria e dell’occupabilità dei giovani – Higher Education and Youth Employability (Heye)-, nel quale sta per essere attivato un Osservatorio delle tendenze demografiche e del loro impatto socio-economico.
Inoltre, lo scorso giugno, in collaborazione con l’Università di Brescia e con il finanziamento della Fondazione cassa depositi e prestiti, è nato il Sistema integrato di PrEvenzione E contrasto alla Dispersione universitaria nelle province di Bergamo e Brescia (Progetto Speed). L’obiettivo del progetto è contrastare il fenomeno dell’abbandono degli studi universitari attraverso due principi: la definizione di un modello predittivo, basato sui dati amministrativi, del rischio di abbandono e l’offerta di interventi volti a minimizzare il rischio di abbandono che, sulla base dei bisogni specifici, possono comprendere azioni di mentoring, counseling, formazione e possibile ri-orientamento.
I risultati dello studio:
La transizione scuola – lavoro
Rispetto al passato, in cui prevaleva l’industria, i neo diplomati sono più interessati al settore dei servizi (alloggi, ristoranti e cura della persona). Transizione che riflette la progressiva terziarizzazione che ha interessato negli ultimi anni tutto il territorio italiano.
Tuttavia, come evidenziato da Ela (2025), il settore dei servizi è caratterizzato da più instabilità rispetto ad altri settori, che si traduce in contratti più brevi e più difficoltà ad accedere subito a contratti a tempo indeterminato. Con il tempo, però, la qualità del lavoro tende a migliorare: crescono i contratti a tempo indeterminato e diminuiscono le professioni non qualificate. Le nuove generazioni, però, partono con salari iniziali più bassi e aumenti più contenuti rispetto alle precedenti.
I percorsi di stabilizzazione sono graduali, impiegando circa 3-5 anni dal momento dell’assunzione, chi resta nella stessa impresa del primo lavoro ha più probabilità di ottenere un contratto stabile, probabilmente perché le capacità individuali favoriscono una stabilizzazione più rapida.
Anche nella transizione scuola-lavoro e, soprattutto, la probabilità di passaggio dal lavoro temporaneo a un contratto a tempo indeterminato emerge un significativo divario di genere. Le donne neo diplomate presentano una probabilità inferiore di stabilizzazione rispetto agli uomini, segnalando possibili differenze nelle opportunità di ottenere contratti più stabili e, nel lungo periodo, nella ricchezza pensionistica.
Lo skill mismatch
Anche se a Bergamo il numero di Neet (giovani che non studiano e che non lavorano) è più basso della media nazionale e regionale, questo gruppo mostra elementi di forte eterogeneità e vulnerabilità. Dai dati emerge che il principale fattore di rischio è la presenza di altri Neet in famiglia, seguono le differenze legate al genere e al background migratorio.
L’analisi dell’Università ha definito tre profili principali: giovani italiani che hanno lasciato la scuola; madri straniere inattive in famiglie svantaggiate e giovani donne nate in Italia inattive. In un contesto di piena occupazione come quello bergamasco, le politiche attive del lavoro da sole
non appaiono sufficienti. Per esserlo devono integrarsi con misure di sostegno alla salute mentale, alla conciliazione familiare e/o all’inclusione sociale, a seconda delle ragioni sottostanti il fenomeno.
Giovani, salari e lavoro povero
Una quota non trascurabile di lavoratori risulta esposta al rischio di povertà, con differenze significative tra territori e gruppi socio-demografici. In provincia di Bergamo l’incidenza del lavoro povero, considerata nella dimensione individuale, risulta inferiore rispetto alla media nazionale e leggermente più contenuta rispetto al resto della Lombardia, soprattutto tra i giovani.
Tuttavia, quando si considera la dimensione familiare (cioè la somma dei redditi all’interno del nucleo), il vantaggio relativo della provincia
tende a ridursi, suggerendo un minor “effetto scudo” derivante dal contesto familiare.
I risultati mostrano anche che il livello di istruzione svolge un ruolo protettivo, riducendo la probabilità di trovarsi in condizione di povertà lavorativa, sebbene tale effetto sia più marcato a livello nazionale rispetto a Bergamo e Lombardia. Un esito particolarmente rilevante riguarda gli studenti-lavoratori: solo nella provincia di Bergamo questa categoria presenta un rischio significativamente maggiore di povertà, segnalando potenziali fragilità specifiche del territorio.
Tra le principali determinanti del lavoro povero emergono l’età (maggiore rischio tra i giovani), la presenza di figli, il background migratorio e le forme contrattuali non standard (part-time e tempo determinato). L’analisi individua tre profili principali di lavoratori a rischio: giovani laureati con contratti temporanei; persone con basso livello di istruzione e background migratorio, e adulti italiani diplomati con carichi familiari. Nel complesso, il fenomeno del lavoro povero appare multidimensionale e diversificato, richiedendo interventi specifici che combinino politiche del lavoro, misure di conciliazione familiare e sostegno al reddito.
Valori e aspettative dei giovani sul lavoro
Ciò che distingue i giovani rispetto alle generazioni precedenti è anche il valore che viene attribuito al lavoro, se negli anni passati rappresentava una delle colonne portanti nella realizzazione della persona, oggi perde sempre più centralità, a favore di tempo libero e dell’equilibrio vita-lavoro.
Per capire quanto conta per il singolo lavoratore, l’analisi ha preso in considerazione due dimensioni: gli aspetti intrinseci, legati alla realizzazione personale e al senso del lavoro (come crescita, responsabilità e impatto sociale), e gli aspetti estrinseci, legati a condizioni materiali e organizzative (come stipendio, orari e tipo di contratto).
In particolare, gli aspetti intrinseci sono apprezzati soprattutto da chi ha istruzione e reddito più elevati, mentre le donne danno maggiore importanza alla crescita personale e all’impatto sociale. Gli aspetti estrinseci, invece, sono più rilevanti per i giovani, i lavoratori a tempo pieno e chi ha origine migratoria.
Questo dimostra che oggi il valore che il singolo attribuisce al lavoro è più vario e legato alle condizioni personali e socio-economiche, anziché essere un valore uniforme come in passato.