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Referendum giustizia, l’avvocato Marchesi: “Voto sì, le correnti non possono dominare il Csm”
L'avvocato Giulio Marchesi

L’affermato legale bergamasco esprime la propria posizione sulla consultazione popolare del 22 e 23 marzo

“Sono favorevole alla riforma della giustizia: al referendum voterò sì”. Così l’avvocato Giulio Marchesi, affermato legale bergamasco, esprime la propria posizione sulla consultazione popolare del 22 e 23 marzo.

“Si tratta della mia opinione – precisa – e la espongo a titolo personale, non in qualità di presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bergamo, perché quest’organo rappresenta tutti gli avvocati, sia coloro che sono convinti della bontà della riforma sia coloro che ne sono contrari. Al suo interno vi sono professionisti con opinioni e orientamenti differenti, come nella magistratura e in ogni altro ambito”. Abbiamo intervistato l’avvocato Marchesi chiedendogli le motivazioni della sua scelta.

Che cosa pensa di questo referendum?

La mia opinione è favorevole, voterò sì. Nell’articolo 111 della Costituzione è specificato che ogni processo si deve svolgere “davanti a giudice terzo e imparziale” e non c’è modo di garantire che questo avvenga se non facendo sì che la magistratura giudicante non si identifichi dal punto di vista organizzativo con quella requirente. Sono figure distinte perché svolgono funzioni diverse e non si capisce per quale motivo debbano avere la medesima forma organizzativa e influenzarsi gli uni gli altri.

Ci spieghi.

Con la composizione attuale, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), purtroppo, è governato da correnti e associazioni. Gestendo sia la magistratura giudicante sia quella requirente, queste due componenti si influenzano fra loro e ritengo che sia sbagliato. Non si tratta di un referendum politico, perché riguarda un meccanismo di funzionamento costituzionale.

In genere, però, i referendum finiscono per assumere una connotazione politica.

In questo caso il tema è di stretta applicazione di quello che è un principio costituzionale. La riforma della giustizia rappresenta la prosecuzione della riforma Vassalli, ossia all’introduzione del nuovo Codice di Procedura Penale del 1988, che ha segnato il passaggio a un modello accusatorio, separando formalmente le funzioni giudicanti da quelle requirenti (accusa). Questo principio è stato sostenuto anche da quelle forze di opposizione che ora si battono per il no e non trovo una valida giustificazione per questo cambio di posizione.

Potrebbe fare qualche esempio?

Ricordo che qualche anno fa l’onorevole Debora Serracchiani sosteneva il tema della separazione delle carriere. Anche il magistrato Nicola Gratteri diverse volte ha espresso critiche riguardo al peso delle correnti nella magistratura, evidenziando come il loro condizionamento sia cruciale per l’assegnazione di ruoli apicali, come la procura nazionale antimafia. La sua mancata nomina a Procuratore Nazionale Antimafia nel 2022 è stata attribuita proprio alla sua estraneità alle logiche correntizie e alla sua forte autonomia, ma nonostante tutto ciò ha dichiarato che voterà no al referendum.

Questa legge viene chiamata riforma della giustizia ma riguarda l’organizzazione della magistratura?

Si, questa riforma non si prefigge l’obiettivo di ridurre i tempi della giustizia o di incidere sul quotidiano svolgimento del lavoro nei tribunali, perché per migliorarli servono altre risorse, ma interviene sul Consiglio Superiore della Magistratura. La legge approvata in Parlamento prevede lo sdoppiamento di quello attuale in due organismi distinti (uno per i magistrati giudicanti e l’altro per i magistrati requirenti) a cui spettano gli aspetti organizzativi della rispettiva magistratura (assegnazioni, trasferimenti, assunzioni, valutazioni di professionalità e conferimenti di funzioni) e l’istituzione di un’Alta Corte a cui competono le funzioni disciplinari.

I sostenitori del no rilevano che negli ultimi anni le carriere sono già state separate: il passaggio di ruolo è possibile una volta sola e risulta complicato.

Si, il punto è che anche solo per due volte nel corso della carriera c’è questa possibilità. Ma non è solo questo: il problema consiste nel fatto che i pm votano gli stessi membri del Csm che sono chiamati a giudicare le progressioni di carriera dei giudici e viceversa. Prevedendo due organi di riferimento distinti, la gestione diventa più asettica. La riforma elimina completamente il sospetto che possano incidere influenze, conoscenze, favori ecc. Questo Csm archivia il 90% dei provvedimenti disciplinari che riguardano i magistrati ed è un dato ragionevolmente curioso.

Per concludere, i sostenitori del no evidenziano un’altra criticità: non c’è un giudice superiore o diverso dall’Alta Corte disciplinare a cui un magistrato possa fare ricorso dopo che è stata presa una decisione.

Non esiste nemmeno adesso un Csm di secondo grado e dato che la riforma ha l’obiettivo di rafforzare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura la decisione disciplinare viene affidata a un organo i cui componenti sono selezionati tra magistrati e in parte nominati dal Presidente della Repubblica, che presiederà i due Csm e l’Alta Corte disciplinare.

Non è un dettaglio.

È un aspetto importante, perché il Presidente della Repubblica è il garante dell’indipendenza della magistratura, sancita dall’art. 104 della Costituzione, presiedendo il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Assicura l’autonomia dell’ordine giudiziario dagli altri poteri dello Stato e tutela l’equilibrio costituzionale, garantendo che i giudici siano soggetti soltanto alla legge. I sostenitori del no agitano lo spauracchio che la riforma porti a una soggezione dei pm al potere esecutivo, ma è una mera illazione: non è un dato che emerge dal testo normativo proposto. Non si capisce in che modo possa avvenire tale ingerenza dato che i pm continuano a essere magistrati protetti dalla Costituzione e hanno un proprio Csm come organo di governo. In quale momento interverrebbe esattamente il potere esecutivo? E in che modo lo farebbe? A me non risulta che i processi alle intenzioni abbiano un fondamento.

Nei sostenitori del no le preoccupazioni sorgono da un eventuale combinazione di questa riforma con il premierato.

Ci sono tanti condizionali. Stiamo parlando di un futuro futuribile e di ipotesi: in base a questa logica potrebbe succedere che domani parleremo tutti cinese. Si tratta di affermazioni prive di fondamento. Non si sa nemmeno come verrà attuato il premierato perché se sarà come quello inglese il Presidente della Repubblica resterà una figura di garanzia sullo sfondo. Penso che si stiano cercando argomenti e pretesti che non trovano fondamento nel testo di riforma in questione, che risponde a un principio già scritto nella Costituzione. Di certo può sembrare a una bocciatura per il Csm, ma sicuramente quest’ultimo ha dato una pessima dimostrazione del privilegio che aveva nell’organizzazione della propria autonomia. Il caso Palamara docet.

Ma la pratica del sorteggio per individuare i membri togati e quelli laici dei Csm le piace?

Non mi piace molto, è una sfiducia nella capacità di individuare le persone migliori, ma in questi anni si è giunti a un Csm palesemente dominato dalle correnti e dalle associazioni ed è inaccettabile. Questa è la vera mancanza di autonomia, non quella che si ipotizza possa scaturire da un potere dell’esecutivo assolutamente ipotetico sui pubblici ministeri.