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Garattini: “Troppi morti per tumore, bisogna fare prevenzione”

In occasione della giornata mondiale contro il cancro, il presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri traccia il punto su ricerca e cure

Il 4 febbraio ricorre la giornata mondiale contro il cancro. Ogni anno questa data è una preziosa occasione per aumentare la consapevolezza dell’importanza della prevenzione, della diagnosi precoce e delle cure oncologiche, ma anche per valorizzare i percorsi assistenziali e i progressi della ricerca.

Abbiamo intervistato il professor Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri, ricercatore, farmacologo e oncologo affermato su scala mondiale, chiedendogli di tracciare il punto della situazione.

Come va la prevenzione in Italia?

Siamo ridotti male perché non teniamo in considerazione il fatto che il 40% dei tumori è evitabile, eppure in Italia ogni anno muoiono 180mila persone a causa di tumori. Abbiamo 12 milioni di fumatori e non facciamo nulla per prevenire questo fattore di rischio per ben 27 malattie, perché fumare non aumenta solamente la possibilità di sviluppare il cancro ma anche di avere malattie visive, cardiovascolari, arteriti e artrite reumatoide.

Che cosa risponde a chi osserva che certi fumatori incalliti vivono a lungo senza avere problemi di salute mentre alcuni salutisti si ammalano e muoiono?

Rispondo che ci sono molti alibi: bisogna calcolare che l’85% dei tumori al polmone avviene nei fumatori. Molti medici sono un cattivo esempio perché fumano e non dovrebbero farlo. I fumatori spesso raccontano bugie perché sostengono di fumare poco e guardando alle condizioni in cui versa il pianeta invocano l’inquinamento generale ma il fumo si aggiunge a quest’ultimo. Basta pensare che in Italia si utilizzano 50 miliardi di sigarette all’anno con tutte le sostanze cancerogene irritanti e infiammatorie che vengono immesse nell’atmosfera, ma anche 50 miliardi di mozziconi che attraverso il terreno finiscono nell’acqua e nei cibi.

Queste considerazioni valgono per tutte le tipologie di fumo?

Si, valgono per ogni forma di fumo, dai sigari alla pipa, ma anche la cannabis, perché fumarla prevede di bruciare la carta, richiede una combustione e implica la produzione di sostanze cancerogene. Oltre al problema del fumo c’è quello dell’alcol, che è presente nella birra, nel vino e nei liquori, ma anche nei superalcolici. Anche in questo caso non se ne parla perché in Italia il mercato globale del vino ammonta a quasi 50 miliardi di euro. Ma quando si parla di prevenzione non vanno dimenticate le malattie croniche.

Ci spieghi

In Italia abbiamo 4,5 milioni di diabetici di tipo 2, una malattia evitabile che dà origine a complicazioni visive, cardiovascolari e renali. Fare prevenzione è un atto di solidarietà perché permette al servizio sanitario nazionale di utilizzare le sue capacità per le malattie che non sono evitabili.

Quali strumenti ci mette a disposizione la scienza nel campo della prevenzione?

Ne abbiamo diversi, a cominciare dai vaccini, che sono importantissimi per evitare malattie che possono essere anche mortali. Inoltre, ci sono gli screening, che offrono la possibilità di sottoporsi agli esami per diagnosticare l’eventuale presenza di un tumore il più presto possibile e consentire ai trattamenti di essere maggiormente efficaci.

Per concludere, come sta la ricerca in Italia?

In Italia lo Stato considera la ricerca una spesa, invece è un investimento perché senza di essa non si possono fare progressi. Se non ci fosse la Fondazione Airc, quella che destina maggiori risorse a quest’ambito, ci sarebbero ancora meno possibilità.

Siamo vicini o lontani dal trovare una cura contro il cancro?

Dipende dal tipo di tumore, perché sono tanti. Alcuni sono più aggredibili, mentre altri meno. Ci vuole del tempo e si deve continuare a lavorare con la ricerca per migliorare. I progressi sono ovviamente lenti, ma si possono accelerare con la ricerca.

Quindi servono maggiori risorse

Si, per avere spesa di ricerca simile a quella della Francia dovremmo spendere 22 miliardi di euro in più ogni anno rispetto alle risorse che vengono destinate attualmente. Questo dato dà un’idea della povertà della ricerca in Italia e fa comprendere perché molti ricercatori italiani vanno a lavorare all’estero. Serve un cambio di mentalità per invertire la rotta.