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“Eventi estremi più intensi, Italia a rischio: fondamentale l’adattamento”
Elisa Palazzi, climatologa dell’Università di Torino

La climatologa Elisa Palazzi: il ciclone Harry nel Sud Italia è stato impressionante, fa capire quanto sia importante prepararsi. Ma il Piano nazionale di adattamento ancora nel cassetto. Il 3 febbraio al Mascheroni conferenza sulle montagne come “sentinelle climatiche”

Amare la Terra non è un’astrazione né uno slancio retorico: è un modo concreto di conoscere e prendersi cura dei territori in cui viviamo. “L’amore della Terra: sentinelle climatiche” è il titolo della conferenza di Elisa Palazzi, climatologa dell’Università di Torino, in programma il 3 febbraio all’auditorium del Liceo Mascheroni, in via Alberico da Rosciate in città (ore 20), per il corso di filosofia di Noesis su “Le forme dell’amore”.

Nell’era degli eventi estremi sempre più intensi e frequenti, la relazione presenterà la ricerca scientifica sul clima non solo come produzione di dati e scenari, ma come responsabilità verso il mondo che abitiamo e le generazioni future, partendo dall’idea di “sentinelle” riferita alle montagne, i luoghi più sensibili al riscaldamento globale, spazi privilegiati di osservazione, consapevolezza e azione. Conoscere il clima significa anche imparare a prepararsi e adattarsi a un mondo che cambia velocemente sotto i nostri occhi e a causa nostra.

Lei è una climatologa, una scienziata delle scienze “dure”, e interviene in un corso di filosofia dedicato alle forme dell’amore. È importante superare il confine tra scienze naturali e scienze umane per parlare di crisi climatica?

“Ho seguito l’invito di chi ha organizzato la rassegna con molta gioia, perché mescolare i pezzi del sapere mi sembra una bella opportunità. Lo pratico anche in altre occasioni, dove si usano linguaggi diversi, il teatro, la musica, la poesia. È importante, perché persone diverse si sentono più affini a linguaggi e discipline diverse: vale la pena sfruttare tutti questi approcci differenti per provare a raccontare la scienza. La comunità scientifica definisce “sentinelle climatiche” luoghi particolarmente sensibili, come le montagne o l’Artico. Io mi riferisco soprattutto alle montagne, il mio ambito di ricerca, tra le zone del pianeta più sensibili al cambiamento climatico: mostrano i segni del riscaldamento globale prima e più chiaramente di altre aree. Guardandole e studiandole si capisce bene che cosa sta succedendo e si può anche agire in anticipo rispetto ad altri territori. Sono un laboratorio di studio per capire il clima, ma anche per mettere in pratica azioni di adattamento e di mitigazione. E poi sono luoghi molto belli, dove a molti piace andare, che ci riconnettono con gli ecosistemi e ci fanno sentire l’amore per qualcosa che è altro da noi”.

Tra il 19 e il 21 gennaio il ciclone Harry ha colpito duramente Calabria, Sicilia e Sardegna, con danni in continuo aggiornamento, stimati in almeno due miliardi e mezzo di euro solo in Sicilia: venti impetuosi, mareggiate violentissime, piogge estreme. Nonostante l’intensità eccezionale dell’evento, nessuna vittima. Quanto hanno contato le previsioni meteo sempre più accurate e l’efficacia dei sistemi di allertamento della Protezione civile?

“Le previsioni meteo sempre più accurate e la loro attendibilità, quindi la competenza della scienza, contano moltissimo, ma anche la rete che si costruisce attorno: l’allertamento, la Protezione civile, la cittadinanza, una cultura del rischio che si è un po’ più diffusa. Si è capito che anche comportamenti di autoprotezione possono salvare la vita. Da noi questa rete funziona piuttosto bene, così che si spiega perché, nonostante danni economici ingenti, non ci siano state vittime. L’evento è stato impressionante, assolutamente fuori scala, e fa capire quanto sia importante adottare strategie di adattamento per limitare i danni di fenomeni che, in un mondo più caldo, potrebbero diventare più intensi e forse più frequenti. Il centro ClimaMeter, che fa studi di attribuzione, mostra che, in questo caso, il cambiamento climatico ha aumentato del 15 per cento l’intensità dei venti associati al ciclone. È uno studio preliminare, ma è un’indicazione importante. Vorrei ricordare, però, che, anche se non ci sono state vittime nel nostro Paese, il ciclone Harry ha colpito otto imbarcazioni nel Mediterraneo centrale tra la Tunisia e l’Italia: non si ha più traccia di circa 380 migranti”.

A Niscemi, nell’entroterra siciliano, sono caduti circa 600 millimetri di pioggia in 72 ore: un valore fuori scala. Ora frane, manifestatesi già trent’anni fa, minacciano le costruzioni arrivate fino al margine delle scarpate. Il 94 per cento dei Comuni italiani è a rischio di frane, alluvioni,
erosione costiera.

“Il rischio non dipende solo dall’evento estremo in sé. È una combinazione di fattori: la pericolosità dell’evento, la vulnerabilità del territorio e l’esposizione delle persone e delle cose. Un evento estremo ha un rischio diverso in una zona disabitata rispetto a territori fragili e densamente abitati. In un Paese come l’Italia, con moltissimi Comuni a rischio idrogeologico, sarebbe ancora più importante lavorare sulla prevenzione. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato nel 2023, sarebbe una base fondamentale, ma resta ancora nel cassetto: è stato scritto nel 2015, l’anno dell’Accordo di Parigi, quando c’erano molte speranze. Da allora sembra passata un’eternità. Non bisogna smettere di crederci, anche se oggi viviamo tempi con condizioni geopolitiche molto diverse”.

Negli Stati Uniti un’ondata di freddo eccezionale ha riacceso le ironie di Donald Trump sul riscaldamento globale. Questi episodi possono essere collegati al cambiamento climatico per l’indebolimento del vortice polare? Intanto il presidente non solo esce, per la seconda volta, dall’Accordo di Parigi, ma attacca la scienza e sottrae gli Stati Uniti dall’intera cooperazione internazionale sull’ambiente e il clima.

“In molti casi episodi di freddo estremo sono, in modo controintuitivo, una conseguenza del riscaldamento delle regioni artiche e dell’indebolimento del vortice polare. È un esempio della complessità del clima, che non si può percepire con un ragionamento binario. Mi dà molto fastidio che si ridicolizzi la scienza e la sua complessità, sostenendo che non ci sia bisogno di studiare queste materie, chiudendo stazioni di osservazione ed enti, tagliando finanziamenti, creando schieramenti dove non esistono. Accusare sempre gli scienziati del clima di catastrofismo è falso e fuorviante. Si può parlare di questi temi anche costruendo visioni di futuri migliori, non solo in chiave negativa”.

Anche in Italia la crisi climatica è finita ai margini dell’agenda mediatica: persino un evento estremo come la tempesta Harry ha avuto poco spazio. Intanto sui social dominano  polarizzazione e campagne aggressive di disinformazione. Come si tutela la divulgazione scientifica in questo mondo comunicativo?

“Continuo nella divulgazione perché ritengo che sia fondamentale. Vado nelle scuole, dove si possono costruire percorsi nel tempo e c’è ancora una grande richiesta. Cerco anche di parlare a chi non è già d’accordo, con pazienza, facendo emergere il rigore del processo scientifico. Non bisogna cadere, a mio giudizio, nella trappola della polarizzazione e del dibattito uno contro uno. Non perché manchino gli argomenti, ma perché non è il modo corretto, non rispecchia la realtà e rischia di far cadere il concetto di consenso scientifico, alla base della scienza stessa. Sul cambiamento climatico di origine antropica il consenso nella letteratura scientifica è enorme, del 99 per cento. Ma la scienza non offre mai certezze assolute né ordini dall’alto. È una bussola: indica che cosa può succedere se si va in una direzione o in un’altra. A me piacerebbe che le persone, ascoltando la scienza, rafforzassero la propria capacità di agire consapevolmente, senza lasciarsi guidare da risposte facili. La divulgazione scientifica è difficile, richiede tempo, ma ne vale la pena. E la scuola resta uno dei luoghi da cui partire”.